Dalle viscere della terra. Lettere a Franco Ciliberti

Fra i diversi materiali preziosi raccolti nel bellissimo catalogo della mostra La regione delle Madri. I paesaggi di Osvaldo Licini curata da Daniela Simoni a Monte Vidon Corrado, paese natale dell’artista, spicca il completamento – per le attente cure di Stefano Bracalente – dell’epistolario inviato da Licini al giovane filosofo comasco Franco Ciliberti (1906-1946), teosofo e studioso di pensiero orientale (allievo a Roma dell’indologo Giuseppe Tucci e lo storico delle religioni Ernesto Buonaiuti, ambasciatori italiani di Mircea Eliade) che nel ’38 aveva fondato – sulle pagine del numero unico della rivista «Valori primordiali» da lui diretta – il movimento del Primordialismo, che nel ’41 confluirà nei ranghi del Futurismo ‘ufficiale’ e al quale l’artista aderirà firmando il Manifesto del Gruppo Futuristi Primordiali. Primordialità futurista (giugno 1941), il Manifesto di Valori Primordiali (luglio 1941) e il Manifesto del Gruppo Primordiali Futuristi Sant’Elia (ottobre 1941).

Di questo carteggio era finora conosciuta solo una lettera: la prima datata 22 novembre 1938, e certo la più bella del lotto – infatti inclusa da Gino Baratta, Francesco Bartoli e Zeno Birolli nella mirifica raccolta degli scritti di Licini, Errante, eretico, erotico, pubblicata da Feltrinelli nel ’74 e da tempo introvabile. Vi si leggeva fra l’altro: «Ti scrivo dalle viscere della terra, la ‘regione delle Madri’ forse, dove sono disceso per conservare incolumi alcuni valori immateriali, non convertibili, certo, che appartengono al dominio dello spirito umano. In questa profondità ancora verde, la landa dell’originario forse, io cercherò di recuperare il segreto primitivo del nostro significato nel cosmo. […] Cessato il pericolo, non dubitate, riapparirò alla superficie con la ‘diafanità sovraessenziale’ e ‘senza ombra’. Solo allora potrò mostrarti le mie prede: i segni rari che non hanno nome; alfabeti e scritture enigmatiche; rappresentazioni totemiche, che solo tu con la tua scienza potrai decifrare»; nonché una descrizione della «genesi del magico» attraverso un’esplorazione dell’«inesplorato mistero […] oltre le consuete emozioni», alla ricerca della «miticità», della «cristallinità ultima» e del «disvelamento profondo del senso dell’esistere», in «assenza d’ombra».

Da queste righe, come scrive Bracalente nel suo saggio, si capisce «l’attenzione all’esistenzialismo tedesco» di Licini e della sua couche filosofica: couche colla quale però l’artista intrattiene rapporti quasi esclusivamente a distanza (postillerà meticolosamente una copia dell’Esistenzialismo di Enzo Paci, pubblicato nel ’43). Sicché il parallelo che sorge spontaneo è con l’analoga torsione materica e geologica impressa, alla tematica heideggeriana del Grund, da un altro e ben successivo «sguardo dalla periferia»: quello dello Zanzotto di Vocativo e dello straordinario saggio su Montale che lo precede, L’inno nel fango (che nel ’53 dirà della «spaventosa matrice di una verità che è tutta e soltanto terrestre», del «buio che veniva da sotto i piedi dell’uomo», e insomma di una «terra» che parafrasando Eliot «appariva ‘desolata’ non in superficie, ma in profondità»). Da parte sua Ciliberti, nel suo testo Sul Primordiale, aveva menzionato «il sacro orrore» del «Pathos dell’Uno», ossia – chiosa Bracalente – dell’«unità originaria» e dell’«oscurità di risalirvi» (suggestioni che Licini riprende scrivendo a Ciliberti, ma soprattutto interpreta da par suo in un dipinto dall’eloquente titolo ‘letterario’: Memorie d’oltretomba). Un’ulteriore affinità si può indicare nel comune interesse per l’ereticale religiosità del «sacro» nell’interpretazione di Georges Bataille: che Zanzotto tradurrà molto più avanti, negli anni Settanta, mentre già nei Trenta Licini – come documenta nel dettaglio Bracalente – lo seguiva sulle pagine cruciali di «Documents». Sicché la scelta di un meraviglioso Licini tardo (Angeli primo amore, del ’55), sulla copertina dell’«Oscar» di Tutte le poesie zanzottiane curato da Stefano Dal Bianco nel 2011, ci appare oggi non meno che rabdomantica.

Osvaldo Licini, Memorie d’oltretomba, 1938

Un altro possibile parallelo, forse meritevole di ulteriori approfondimenti – sempre sulla scorta di Bataille e del suo «basso materialismo» di marca gnostica e «informe», da lui mutuato –, è quello col pensiero di Emilio Villa e del gruppo di «Origine» (Mario Ballocco, Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi ed Ettore Colla): che il vulcanico poeta e saggista lombardo ispirò all’altezza del 1950-51. Appaiono infatti, quelle degli artisti di «Origine» e di Licini, due strade distinte – ma a quell’altezza, forse, tra loro non così distanti – per prendere le distanze dal formalismo ormai accademico dell’‘astrattismo’ di scuola.

Al documento formidabile della prima lettera già nota (in parte riprodotta al piatto inferiore di copertina, e commentata anche da Daniela Simoni in uno dei suoi saggi in catalogo) si aggiunge ora il resto del corpus, pubblicato e annotato da Bracalente in appendice al suo ricco e informatissimo saggio intitolato, in catalogo, Licini oltre la geometria: una primordiale genesi del mondo. Le lettere dal ’38 proseguono sino al ’45 e forniscono il retroterra culturale, oltre che biografico ed esistenziale (molto interessante per esempio, a mettere a fuoco il kunstwollen anche letterariamente assai determinato di Licini, la sua impazienza nei confronti del «gonfiore seicentismo» e della «bella sonante leopardiana rettorica bolsa» della poesia di Franco Matacotta, allora sugli scudi, che Ciliberti gli aveva proposto in lettura pensando di incontrare invece gli interessi dell’artista), del pensiero e della scrittura, come si vede non meno che straordinari, di Licini.

Per la cortesia del curatore delle lettere, della curatrice del catalogo e dell’editore, si riproducono qui sette delle lettere ritrovate a Ciliberti (in totale si contano dodici lettere, due telegrammi e tre cartoline), precedute dalla nota di Bracalente che le accompagna. Si spera che il rinnovato affondo nelle carte di Licini di Simoni, Bracalente e soci possa presto consentire una nuova e ampliata edizione di Errante, eretico, erotico: non solo un caposaldo della letteratura artistica del Novecento ma un capolavoro della letteratura, senza aggettivi, del medesimo secolo.

Andrea Cortellessa

Di seguito si trascrive il corpus di lettere, cartoline e telegrammi inviati da Osvaldo Licini al filosofo Franco Ciliberti, tra il 1938 e il 1945, i cui originali si conservano presso la Biblioteca Comunale «P. Borsellino» di Como. […] Oltre a confermare l’abitudine di Licini a rimettere continuamente mano alle proprie opere, i documenti definiscono meglio la sua partecipazione e i contributi offerti a iniziative e progetti del movimento primordiale, la convinzione ma anche la libertà critica con la quale egli vi aderisce e l’ispirazione che ne trae. I documenti attestano altresì la premura di Licini di restare in contatto con Ciliberti, l’interesse per le conferenze da questi tenute a Milano, l’invio da parte del filosofo di libri, articoli di giornale, locandine e informazioni sulle attività del gruppo. Alcune indicazioni, inoltre, fanno riferimento sia agli interessi filosofico-letterari stimolati dal rapporto con Ciliberti e il movimento, sia all’apprezzamento dell’artista per un esponente della seconda generazione di architetti razionalisti come Cesare Cattaneo.

Stefano Bracalente

Osvaldo Licini (foto di B. Degenhart)

1.2.41

Monte Vidon Corrado 1 marzo [1942]

Carissimo Ciliberti,
se avessimo il dono dell’ubiquità sarebbe bello poter venire a Milano alla tua conferenza e a quella di Marinetti, ma data questa benedetta distanza sarà giocoforza dovervi rinunciare. Verso la metà di marzo, ti invierò un assaggio dei miei scritti. Occorre prima che io li faccia dattilografare da un amico di Porto San Giorgio, e sarà bene che io faccia con l’amico una prima lettura, poi una scelta da poter mandare a te. Di Matacotta non conosco nulla, però, sarei curioso di leggerlo, e ti prego di farmi avere qualche cosa, o di farmela mandare da lui. Procura anche di farmi spedire dall’editore, che io non so, i 5 volumi della Storia universale della letteratura di Prampolini, come rimanemmo d’accordo a Milano. Sartoris ha risposto, con molto ritardo, cercando di scagionarsi, eludendo molto diplomaticamente il mio invito e la mia esortazione ad una tregua. Sembrava triste e rammaricato, e nello stesso tempo irriducibile verso te, insomma una risposta vaga ed indecifrabile. E quelli di Como? Come l’hanno presa, sono rimasti d’accordo con te, o come?
Fammi sapere qualche cosa in proposito, e se Sartoris è ripartito.
Inverno terribile, al mio paese quest’anno: c’è ancora neve e terremoto.
Arrivederci! Ricordami alla tua signora e ad Aurora.
Ti abbraccio. Tuo Licini.

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Monte Vidon Corrado 23.3.1942 XX°

Carissimo Ciliberti,
risposi subito alla tua lettera con una lettera. L’hai ricevuta? Ti dicevo che avrei potuto inviarti alcuni scritti entro marzo; ti chiedevo di farmi spedire dall’Editore la Storia Universale della Letteratura del Prampolini; ti parlavo della risposta di Sartoris… Niente da parte tua. Come mai? Ti prego di farti vivo. E subito ti mando quattro miei pezzi pronti, dattilografati.
Come sono andate le conferenze tue e di Marinetti? Io col rammarico di non esserci stato. Ho riletto oggi il tuo Manifesto del gruppo primordiali futuristi, sempre bello, vago irradiante misterioso e… “indimostrato”: che io mi proverò a dimostrare. Dotate di corna denti sangue ferite primordiali, ti mostrerò le mie “entelechie”.
Saluti affettuosi a te, alla Signora.
Un bacio per Aurora.
E ti abbraccio.
Tuo Licini.

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Monte Vidon Corrado, 3 aprile 1942 XXI

Carissimo Ciliberti
ho ricevuto la tua lettera e grazie anche per i Poemetti; di Matacotta non mi garbano: gonfiore seicentismo e la bella sonante leopardiana rettorica bolsa. Resti fra noi questo mio giudizio. Stasera mi sarà consegnata una nuova fiammante macchina da scrivere.
Domani ti manderò i primi campioni dei miei dattiloscritti, che spero vorrai compatire. Sei pregato di un giudizio franco come il tuo nome, come è stato il mio giudizio per Matacotta.
Ti sarei grato anche di una stroncatura; purché sincera.
Ti prego di voler telefonare a Peppino Ghiringhelli che subito dopo Pasqua gli manderò alcune mie vecchie cose.
Arrivederci con te a domani.
Saluti affettuosi a te e alla Signora e per Aurora.
Ti abbraccio
Licini

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Monte Vidon Corrado 3.5.1942 XX°

Carissimo Ciliberti,
la Città del futuro! L’architettura come fondazione di un mondo! Benissimo, il tema è arduo, affascinante, ma attenzione, ricorda l’ultima nostra manifestazione da Mascioni, così povera, così affrettata, che lasciava il tempo che trovava. Queste cose non si improvvisano. Sbagli che non debbono ripetersi. Prendi tempo e luogo. Non vorrai che questa nuova mostra, che porta un nome così ambizioso, fosse una ennesima esibizione di architettura funzionale, arcinota, sarebbe perfettamente inutile. Dovrà essere qualche cosa di geniale, d’insospettato, o nulla. Credo che la mia collaborazione ad una mostra d’architettura non sia affatto necessaria. Lascio agli architetti ciò che è degli architetti. La mia città del futuro, non sarà mai abitabile, né respirabile, né razionale.
Ti ringrazio molto e plaudo alla tua iniziativa, ma ti prego di dispensarmi, di tenermi lontano. Io vi darò tutto o niente (un giorno) ma bisogna lasciarmi solo, isolato. Sono del parere che Marinetti e Ravasenga dovrebbero semplicemente inaugurare la mostra. Aggiungerei piuttosto Cattaneo alla lista degli architetti.
Mi rincresce di non poter assistere, per i soliti motivi di forza maggiore, alle tue conferenze, certo, interessantissime. Ti faccio tanti auguri. In quanto ai miei scritti, ti manderò presto altra roba. Non c’è nessuna urgenza né di pubblicazione, né di recensione. Sento che i miei scritti debbono ancora essere migliorati. Per esempio, quella poesia che ti ho mandato, che comincia: “In questo preciso momento entra di corsa una iena verde” è stata nella prima parte completamente soppressa rifatta a nuovo. Ti manderò una copia dattilografata del rifacimento, insieme alle altre cose che ti manderò fra poco. Ciao. Grazie tanto. Saluti alla tua Signora, cose care ad Aurora.
Ti abbraccio Licini.

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“Uno è quello che è tutto e che può essere tutto assolutamente” (Giordano Bruno)
“In questo è la nostra oscurità, nel risalire all’Uno” (Franco Ciliberti)

Caro Ciliberti
perdona il ritardo, data la poca urgenza. Avrei voluto rispondere subito alla cara lettera, così gentile, amichevole. Il guaio è che io non ho bibliografia, né scritti estetici. Anche se ne avessi non mi sarebbe cosa piacevole tirar fuori questa suppellettile. E poi pensa, dovrei citarti anche… Sartoris! La signorina Mariuccia Noè, dovrebbe poterne fare a meno. La mia “gloria” consiste appunto nell’essermi conservato inedito, quasi anonimo, non ancora esploso. Nel non esserlo ancora diventato un personaggio illustre (luogo comune, fontana pubblica). I miei “capolavori” sono e saranno sempre tutti da fare.
Ti prego di scusarmi presso la tua studentessa. Le dirai che sono un uomo nero, “un epicureo”, un pesce fuor d’acqua, in piena epoca dell’acciaio. “Cela la tua esistenza e vivi nascosto”. Questo dettame della saggezza antica, l’ho scoperto proprio adesso, leggendo il tuo Calogero. La consiglierai dunque a fare a meno della mia bibliografia. La nostra cara studentessa dovrebbe potere inventarmi. In questo consisterà la sua bravura: nell’inventarmi.
Per aiutarla a ciò, le mando, qui aggiunto, un mio povero ritratto; rettorico, come vedi.
Da un individuo come questo, cosa volete aspettarvi voi? Perdonate…
Vi ringrazio, vi saluto affettuosamente. Saluti cordiali alla tua Signora, ad Aurora, ai tuoi studenti. Sarei curioso di conoscere la signorina Noè, una signorina così rara, che si occupa di Boccioni e di… Licini.

Ti abbraccio tuo Licini
M. V. Corrado 10.2.1943

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Monte Vidon Corrado 18 giugno 1943

Caro Ciliberti,
ho ricevuto la lettera con lo stelloncino della tua magnifica conferenza.
Avrei voluto esserci, m’avrebbe interessato molto. Devi perdonare, ma non potrò mandarti i quadri. Per le ben note ragioni, avendo come ti dissi stabilito di non fare esposizioni, né di esibire, né di fare circolare quadri, per parecchio tempo ancora. Ti mando invece quest’altra cosa, che potrà servirti meglio e subito.
Raccomando di non parlare troppo bene di me, di non far leggere a nessuno le mie cosiddette poesie. Le ho molto cambiate quelle che si trovano nelle tue mani, come i miei quadri del resto, sempre in continuo rifacimento.
“Fare e disfare è tutto un lavorare” (Campana)
“Procedo a furia di distruzioni” (Picasso)
Ecco perché chiedo ancora tempo e luogo.
Statti bene, statti forte, non ti avvilire!
Con tanti cordiali saluti alla tua Signora
con tante belle cose ad Aurora
ti abbraccio
tuo Licini

***

Monte Vidon Corrado li 24 agosto 1945

Carissimo Ciliberti
ho avuto l’enorme piacere della tua lettera.
Sono felice di sapere nata la tua Galleria. Benissimo: sarà la mia Galleria.
Faremo una mostra non appena i tempi saranno ritornati propizi.
Ti manderò alcune liriche per Valori Primordiali.
La mia pittura è molto cambiata.
Non la riconoscerai.
Sto procedendo alla mia ultima avventura: la buona.
Per il momento potrei mandare solo qualche vecchio quadro della mia prima epoca: da vendere.
Ti scrivo in fretta perché l’amico Marinozzi parte adesso, all’improvviso.
Ci risentiremo meglio con altre lettere.
Scrivi a lungo.
Parlami dei tuoi progetti, di tutto quello che concerne la Galleria.
Tanti auguri.
Saluti affettuosi a te, alla Signora Ponina, e per Aurora.
Ti abbraccio
Licini

In copertina: Osvaldo Licini, Omaggio a Cavalcanti, 1954, olio su tavola, collezione privata

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