Ascesi

In greco, ἄσκησις indica una forma di esercizio, non solo spirituale. L’ascesi si configura come una forma di educazione o di prassi tesa a un miglioramento, all’affinamento di una tecnica. Solo con il tempo, prima nelle scuole filosofiche, poi nella religione cristiana, divenne un metodo per acquistare le virtù dello spirito, mondandolo dalle passioni, e, in seguito, una via di separazione dal mondo, attraverso atti di rinuncia, penitenza, austerità, silenzio, solitudine al fine di ascendere a Dio. Sembrerebbe che il denominatore comune di tutte queste diverse sfaccettature semantiche riposi nella tensione e nell’aspirazione a una dimensione assoluta, a qualcosa che permetta di fuoriuscire dalla quotidiana normalità. La pratica ascetica e tutte le ascetiche (poco importa se pitagoriche, neoplatoniche, buddiste, islamiche, cristiane o di altra ispirazione) sembrano indicare la via di una separatezza, di una ab-solutione. Potremmo riassumere così: non si dà retto sguardo sul mondo, se non a partire da una certa distanza da esso. L’esistenza è miope, vive nel contatto. L’ascesi permette, invece, la visione, aumentando la lunghezza focale.

In fondo, non si dà reale tentativo di ascesi se non c’è stata, in precedenza, una completa e profonda adesione all’esistenza, al mondo. L’ascesi è sempre seconda rispetto alla vita. Nessuno nasce con uno spirito ascetico. Potremmo aggiungere che l’ascesi domanda una forma di ripensamento, di rivalutazione del dato e della prospettiva.

Giovanni Segantini, tra il 1884 e il 1885, a Veduggio, dipinse un’opera di grandi dimensioni (108 x 211 cm), raffigurante la scalinata della chiesa del paese, ove compariva una donna incinta, accompagnata da un cane. Osservata e derisa da tre beghine, la donna – che ha tra le mani un libro di preghiere, nel quale cerca consolazione – viene ritratta nell’atto di scendere le scale. La sua è una discesa verso il mondo. Il titolo dato da Segantini al quadro è Non assolta, cioè non libera, non slegata (absolvĕre), e, quindi, per estensione nella liturgia cattolica, non perdonata e liberata dai propri peccati. La donna, solitaria, e priva di assoluzione, lascia la chiesa e si immerge nuovamente sconsolata nella vita.

Il quadro riscontrò un discreto successo di pubblico ma, nel corso del 1885, Segantini ebbe un ripensamento e decise di ridipingerlo. Non volle, però, farne un altro, ma dare una nuova composizione e prospettiva simbolica allo stesso. Ritenne necessario, cioè, vedere altrimenti quella scalinata e darne un differente significato. Nella nuova versione, le figure umane e animali originarie scompaiono tutte. Vi appare ora un prete, in abito talare, che si dirige verso la cima della scala. Il movimento ascensorio è evidente e di una certa potenza visiva. Nel cielo, una luna attardata sovrasta e domina l’intera scena. E’ un’immagine aurorale, il titolo muta in A messa prima.

Questo doppio movimento pittorico, di discesa e di ascensione, intervallati dall’istante del ripensamento, incarna alla perfezione la dinamica della prassi ascetica. Occorre che la vita sia vissuta con la più grande passione, con una passione senza raziocinio, capace di ingravidare l’esistenza, affinché un ripensamento possa sorgere, affinché possa riemergere dai fondali del quotidiano esistere una figura solitaria e silenziosa che, incurante di tutto, si spinga al di là. Una figura infine assolta e assoluta e che può fare affidamento solo su una fede senza protezioni, senza certezze (il libro sacro è sconsolatamente dietro la schiena). Non ci sono testimoni per questa inversione prospettica sul mondo. Solo lo sguardo della luna. In fondo, nulla è cambiato. La scala per scendere e quella per salire sono la medesima. La sapienza, sacra o profana che sia, non aiuta più. Non resta che, un passo dopo l’altro, ascendere. Non resta che indirizzarsi (mĭssa, participio passato di mittĕre “mandare, inviare”) a un altro spazio, al di là di quello della rappresentazione. Si tratta di andare al di là del mondo come volontà e rappresentazione. Indirizzare se stessi a un’anteriorità del mondo (A messa prima), che è però sempre un dopo, un après-coup, frutto di un ripensamento, di un pentimento, di una rinuncia. Solo il singolo, nella sua silenziosa solitudine, può compiere questo cammino. Dove porti la via, non è dato sapere. Non resta che camminare.

Immagine di copertina: Giovanni Segantini, A messa prima, 1884-1886, olio su tela, 108 x 211 cm. St. Gallen, Schweiz, Kunstmuseum St. Gallen

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).