Dal vero. Gente di Nino Migliori

È appena uscito da Humboldt Books (pp. 72, € 18) Gente del Delta 1958, di Nino Migliori,  che raccoglie immagini scattate nel corso di un’escursione domenicale al Delta del Po, quando l’autore – oggi 94enne decano della fotografia italiana – non era ancora un fotografo professionista. Fra i testi che accompagnano le immagini, di Vasco Brondi e Mauro Zanchi, per la cortesia di autore ed editore proponiamo quello di Corrado Benigni.

Ci sono immagini che sembrano vivere di luce propria. Frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il senso del racconto dal quale provengono. Con una sola immagine un fotografo può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. Nino Migliori – attraverso i volti, i paesaggi, le scene di vita quotidiana – è da sempre attento a cogliere le svolte della storia nei passaggi minimi, più discreti, del reale. Non solo ritrae, ma condivide lo sguardo altrui. Mai troppo lontano dal soggetto, per Migliori il fotografo deve far parte della scena. In questo modo è come se fosse l’osservatore a guardare direttamente la realtà e i soggetti rappresentati.

Con queste fotografie, dalla serie Gente del Delta, l’autore bolognese ci consegna una preziosa selezione di immagini che vanno oltre gli “scatti”. Hanno piuttosto la forza dell’icona. Ci raccontano un mondo destinato a scomparire, che il fotografo ha fermato in immagini poetiche e senza tempo, mai troppo enfatiche, formando così l’archivio visuale di un’intera identità sociale e culturale, quella fiorita nei territori del Delta. Migliori ha esplorato quel mondo fatto di pescatori e cacciatori, contadini e bambini nei cortili. Ne ha eseguito una mappatura, una sorta di libero e autonomo inventario visivo delle persone, dei gesti, dei luoghi, delle abitudini consolidate. Attraverso queste fotografie compiamo un vero e proprio viaggio nell’Italia delle nostre radici, dentro una costellazione di tradizioni e antichi riti. Migliori ha compreso il tramonto di un mondo che in un millennio aveva conosciuto ben poche rivoluzioni e ha realizzato una missione: essere il testimone di una civiltà che finisce per sempre. Meglio di molte analisi sociologiche, ha saputo cogliere la contraddittorietà dei processi di trasformazione che hanno attraversato la storia di un territorio ancora legato all’antica cultura contadina. Per Migliori la fotografia è una forma di conoscenza, uno strumento per comprendere e indagare il reale, e allo stesso tempo un tentativo di risoluzione della frattura tra individuo e mondo esterno, tra memoria individuale e storia collettiva.

Il suo è uno sguardo lungo. Ha i tempi senza tempo della contemplazione. Mira lontano per l’orizzonte, in profondità per ciò che è prossimo. Il pescatore solitario sulla sua barca, il dialogo silente dei vecchi, la fatica delle donne nei loro lavori domestici. Immagini che hanno la durata dell’attesa. Un’attesa a volte di ore, a volte di giorni. Un’attesa che spinge Migliori a tornare nello stesso luogo e tra la stessa gente il giorno dopo e magari quello dopo ancora, alla ricerca di qualcosa di non espresso, di una compiutezza che deve accadere. Racconta Migliori: «Le serie che vanno sotto il nome Gente nascono come visite, per andare a vedere e capire e ricordare, ma stando dentro, voglio dire proprio stando dentro le loro case, usavo il loro gabinetto, non sentendomi estraneo, entravo, ben accolto. Per qualche giorno ero parte della famiglia, in cambio regalavo qualcosa di semplice, le banane, la frutta, le arance…».

Queste immagini fanno parte del cosiddetto periodo “neorealista”, che ha caratterizzato il lavoro di Migliori dagli inizi degli anni Cinquanta. Questa definizione è tuttora dibattuta. A differenza del cinema, infatti, in fotografia non è mai esistita una corrente “neorealista” vera e propria e nemmeno un manifesto programmatico che ne definisse gli obiettivi. I fotografi che hanno lavorato all’interno di questo movimento non strutturato (penso per esempio a Pietro Donzelli, Enzo Sellerio, Mario De Biasi e Gianni Berengo Gardin) hanno visto la realtà filtrandola ciascuno con il proprio sentire e il proprio modo di porsi dinanzi alle cose e alle persone. Sarebbe dunque più corretto parlare di “realismi” perché tanti sono appunto i modi di vedere, rappresentare e interpretare la realtà. Le foto realiste di Migliori sono nate soprattutto dal desiderio, terminata la seconda guerra mondiale, di conoscere la gente e i luoghi, di riappropriarsi del proprio tessuto sociale e della propria vita.

Immagini che non hanno nulla della cronaca “documentaria” e nemmeno del reportage. Il “realismo” per Migliori è qualcosa di complesso, che rende necessario elaborare un nuovo tipo di documento, dove la rappresentazione della realtà si offre all’interpretazione. Un’opera aperta, dunque, sul modello di grandi maestri come Robert Frank, William Klein, Lee Friedlander; autori che, come ha osservato Susan Sontag, «vogliono un occhio fotografico non penetrante, ma democratico, e che non pretendono di fissare nuove norme per la visione».

Nelle immagini qui raccolte, realizzate tra il 1957 e il 1958, s’intravedono tutti gli elementi che Migliori ha poi sviluppato negli anni, contribuendo in modo decisivo al passaggio da una fotografia descrittiva a una fotografia “creativa” in cui l’osservazione non è più succube del soggetto, ma tenta di creare un nuovo mondo, dilatato e aperto a ogni possibile lettura.

In queste fotografie, tanti sono i riferimenti pittorici. Le immagini dei pescatori solitari sul fiume, dei casolari nelle pianure assolate e deserte non possono non rimandare a Gaetano Previati, alle atmosfere evanescenti, quasi oniriche, delle sue opere. Come nei dipinti del maestro del divisionismo, anticipatore delle avanguardie novecentesche, Migliori spoglia la scena di dettagli per lasciare spazio all’espressività degli elementi naturali, come la luce e l’acqua, e delle figure umane. Una vera e propria fotografia di stati d’animo che si espandono oltre i confini dell’immagine. Questo modo di intendere la fotografia è diventato negli anni la cifra dell’intero lavoro dell’artista emiliano, la cui opera è un continuo scavo sotto la superficie del vero, oltre l’inquadratura del visibile.

Nino Migliori
Gente del Delta 1958
Humboldt Books, 2020
72 pp., 18 €
con contributi di Corrado Benigni, Vasco Brondi, Mauro Zanchi

è nato nel 1975 a Bergamo, dove vive e lavora. Ha pubblicato due libri di poesia: “Tribunale della mente” (Interlinea 2012) e “Tempo riflesso” (ivi 2018). Nel 2010 la sua silloge “Giustizia” è stata inclusa nel “Decimo Quaderno italiano di poesia contemporanea”, edito da Marcos y Marcos. Sue poesie sono tradotte in inglese e spagnolo. Ha curato nel Complesso Monumentale di Astino (Bergamo) mostre di Luigi Ghirri (2016), Mario Giacomelli (2017) e Franco Fontana (2018), i cui cataloghi sono riuniti sotto il titolo “Trilogia del paesaggio” (Silvana Editoriale). Nel 2019 ha curato la mostra sull’opera del fotografo Nino Migliori, da cui è nato il libro “Forme del vero” (Silvana Editoriale). Nel 2020 ha curato la mostra “Early Works 1980-1984” e l’omonimo libro sull’opera di Olivo Barbieri.