Il minore vuole essere il tutore

È appena uscito da Quodlibet, a cura di Francesco Fiorentino, Insulti al pubblico e altre pièces vocali di Peter Handke (pp. 197, € 18): a colmare una lacuna importante nella ricca bibliografia, anche italiana, del Premio Nobel per la Letteratura del 2019. Quodlibet aveva già pubblicato – rispettivamente nel 2015 e nel 2016 – due lavori per il teatro recenti, di Handke, Ancora tempesta e I bei giorni di Aranjuez; ma restavano tuttora dispersi i testi aurorali che allo scrittore austriaco hanno dato la fama – una fama, già allora, di scandalo – anche in Italia (ricordo come Autodiffamazione fosse un cavallo di battaglia, negli anni Settanta, del compianto Simone Carella): gli Sprechstücke scritti fra il ’66 e il ’70 – quando Handke, cioè, aveva fra i ventiquattro e i ventotto anni. Come recita la quarta di copertina quodlibetale (curiosamente uno dei testi raccolti nel volume, messo in scena nel ’70, s’intitola proprio Quodlibet…), in questi testi «Handke si lascia alle spalle le abitudini e le strutture della tradizione drammatica, si fa ispirare dalla musica dei Beatles, dalle litanie cattoliche e dalla filosofia del linguaggio di Ludwig Wittgenstein, per mettere al centro del palcoscenico il linguaggio come evento ritmico-fisiologico e come sistema di assoggettamento, strumento di coercizione e potenza poetica di liberazione».

Emblematico in tal senso l’«atto senza parole» dal titolo shakespeariano (ma, annota acutamente Fiorentino, in realtà kantiano) Il minore vuole essere il tutore: rappresentata per la prima volta il 31 gennaio 1969 al Theater am Turm di Francoforte per la regia di Claus Peymann, e pubblicata quello stesso anno in «Theater heute», la pantomima di Handke si discosta dagli esperimenti in tal senso di Beckett (e dintorni) per la rinuncia agli effetti più esibitamente visivi, plastici (esplicita è la rinuncia all’effetto tableau vivant) nonché alle sottolineature emotive (psicologistiche o, per esempio, comiche; ribadita la messa in mora di qualsiasi «solennità») e, di contro, per l’acuta allusività politica. Se gli Sprechstücke sono nel loro complesso un capitolo eminente nella stagione dell’anti-autoritarismo sessantottesco, è proprio Il minore vuole essere il tutore – spiega Fiorentino – a incarnarlo, metalinguisticamente, nella sua stessa conformazione testuale. Di quella rivolta così mostrando al contempo – come tutta l’opera del giovane Handke, del resto – l’urgenza indifferibile quanto le irriducibili aporie. È il caso di ripetere il gioco di parole di un anonimo intervistatore d’allora; quella handkiana è davvero una Stille Macht: una «forza silenziosa» dei cui non natalizi auguri c’è, soprattutto, da provare timore.

Del prezioso volume, per la cortesia di editore e curatore, riproduciamo integralmente il testo handkiano e la sezione, che vi si riferisce, dell’ampia e penetrante postfazione di Fiorentino. Al quale pure si devono le illustrazioni: fra le quali l’unica, in circolazione, che documenti la messa in scena originale del testo.

Andrea Cortellessa

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Cosa, il minore vuole essere il tutore?
William Shakespeare, “La tempesta”

Si alza il sipario.

È una giornata di sole.

Sullo sfondo della scena vediamo, come sfondo della scena, la facciata anteriore di una casa di contadini.

La scena non è profonda.

La parete divisoria sinistra del palcoscenico, dal nostro punto di vista, mostra la veduta di un campo di mais.

La parete divisoria destra del palcoscenico, dal nostro punto di vista, è costituita dalla veduta di un grande campo di rape.

Su entrambi i campi volteggiano degli uccelli.

Davanti all’immagine della casa di contadini vediamo uno strano oggetto di forma allungata, e ci chiediamo cosa possa rappresentare.

Un impermeabile di gomma, nero, da una parte copre alquanto l’oggetto, d’altra parte, benché copra l’oggetto, non si è adattato del tutto alla forma di quest’oggetto, cosicché non possiamo capire cosa l’oggetto rappresenti sul palcoscenico.

A destra dell’immagine della porta di casa, dal nostro punto di vista, scorgiamo, davanti a una finestra, un palo di legno inclinato, in cui è piantata una scure, o meglio: su cui sta un grande pezzo di legno in cui è piantata una scure. Intorno al ceppo scorgiamo, sparsi sul pavimento del palcoscenico, pezzi di legno già tagliati e schegge di legno.

Sul ceppo, accanto al pezzo di legno troppo grande in cui è piantata una scure, scorgiamo un gatto: probabilmente all’alzarsi del sipario solleverà la testa e poi farà quel che fa, così che capiamo: esso rappresenta quel che fa.

Accanto al ceppo, su uno sgabello, abbiamo visto già al primo sguardo qualcuno seduto, un personaggio.

Ora, dopo aver registrato rapidamente gli altri particolari tutt’intorno, ci volgiamo nuovamente verso questa figura, che sta seduta su uno sgabello al sole davanti all’immagine della casa.

Egli – si tratta di una persona di sesso maschile – indossa una tenuta da contadino, cioè porta sui pantaloni un altro paio di pantaloni blu di lino; le scarpe sono tozze; la persona indossa solo una canottiera.

Non si vedono tatuaggi sulle braccia.

La persona non porta copricapi.

Il sole splende.     

Quasi non c’è bisogno di menzionare il fatto che la persona che se ne sta seduta su uno sgabello davanti all’immagine della casa porta una maschera. Questa copre la parte superiore del volto ed è rigida. Essa rappresenta un volto che dal canto suo rappresenta qualcosa di alquanto delizioso, ovviamente nei limiti.

Il personaggio sul palcoscenico è giovane – dunque ci rendiamo conto che questo personaggio sul palcoscenico rappresenterà certamente il minore.

Le gambe il minore le ha distese in avanti.

Vediamo che le suole delle scarpe sono ferrate con chiodi a testa larga.

La mano sinistra il minore ce l’ha nella cavità poplitea della gamba destra, la gamba destra, al contrario della sinistra, è leggermente piegata verso di sé.

Vediamo che il minore sta appoggiato con la schiena sul fondale della parete dell’edificio.

Nella mano destra, il personaggio tiene una mela gialla bella grande che si porta alla bocca dopo che il sipario si è alzato ed è aperto.

Il minore morde la mela come se nessuno lo stesse a guardare.

La mela non scrocchia particolarmente come se nessuno lo stesse ad ascoltare.

Sull’intera scena c’è qualcosa che, con un’immagine, si potrebbe definire una profonda pace.

Il minore mangia la mela come se nessuno lo stesse a guardare.

(Quando stiamo a guardare, le mele vengono mangiate spesso in modo molto affettato.)

Il personaggio divora dunque la mela, in modo né particolarmente lento né particolarmente veloce.

Il gatto fa quello che fa. Quando se ne va dal palcoscenico, nessuno lo trattiene.

Se sulle prime abbiamo guardato troppo il personaggio, ora abbiamo il tempo per passare in rassegna attentamente gli altri oggetti e le altre superfici. (Vedi sopra.)

Dal modo di mangiare del minore si può capire che questi è sotto tutela? – A dire il vero no.

Per il tanto osservare quasi ci sfuggiva che la figura ha mangiato tutta la mela. Mentre mangiava non è successo nulla di particolare. Il personaggio non ha un modo particolare di mangiare le mele, forse sono caduti per terra un paio di semi; non si vedono polli in giro.

Ora tocca alla seconda mela.

A tal fine il minore allunga completamente anche la gamba destra e ficca la mano sinistra sotto i pantaloni da lavoro, la infila nella tasca destra dei pantaloni veri e propri.

È evidente che non ci riesce.

Neanche la mano destra riesce a infilarla tutta nella tasca, poiché, per farlo, dovrebbe inarcare il busto all’indietro, ma è seduto troppo vicino alla parete dell’edificio per potersi allungare abbastanza.

Si sposta in avanti con lo sgabello e si appoggia all’indietro sulla parte dell’edificio: no, niente, il busto e la parte inferiore del corpo sono ancora troppo piegati per la mano.

La pausa la si percepisce chiaramente.

Il minore si alza e ora, stando in piedi, tira fuori con facilità la seconda mela dai pantaloni che stanno sotto i pantaloni da lavoro.

Morde la mela mentre ancora si sta sedendo.

Lo sgabello viene nuovamente accostato con la seduta vicino alla parete dell’edificio, viene assunta una posizione simile, anche se non uguale, a quella iniziale, il gatto si muove oppure no, il minore mangia.

Dal fondale del campo di grano, alla nostra sinistra, entra una seconda figura che ha tutto l’aspetto di un tutore: stivali di gomma ricoperti di argilla fino al gambale, pantaloni da lavoro grigi, maniche rimboccate di una camicia a quadri (bianca e blu), sulle braccia tatuaggi, colletto aperto, una maschera su metà del volto, un cappello con una penna di fagiano, sul cappello un distintivo, una matita da carpentiere dietro l’orecchio, sulla pancia tiene una zucca bella grande.

Adesso vediamo che il fondale con il campo di mais è costituito da una superficie di piccole particelle mobili, le quali, dopo che il tutore è entrato in scena, prendono nuovamente le posizioni precedenti – il campo di grano si acquieta di nuovo, gli uccelli volteggiano di nuovo sul posto.

Il tutore vede il minore.

Il tutore si avvicina e osserva il minore.

Il minore mangia tranquillamente una mela.

L’osservazione del minore da parte del tutore si protrae.

A poco a poco, come vediamo, anche il mangiar la mela comincia ad andare per le lunghe.

Quanto più a lungo il tutore guarda, tanto più lento si fa il mangiar la mela.

Quando il tutore ha guardato più a lungo possibile, il mangiar la mela finisce.

La zucca che il tutore tiene sulla pancia è, come vediamo, una vera zucca.

Ma questo fatto lo percepiamo appena, poiché, quando il tutore ha guardato il più a lungo possibile e contemporaneamente il minore ha smesso di mangiare la mela, e questa resta ancora stranamente morsicata nella mano del minore, sul palcoscenico cala lentamente di nuovo il buio.

La scena è finita.

Nell’oscurità ha inizio adesso una nuova scena, lo sentiamo.

Quel che sentiamo è un forte respiro, che viene da un registratore collegato agli altoparlanti. Questo respiro, dopo un silenzio nell’oscurità, inizia subito alquanto forte e, protraendosi, non si fa né costantemente più forte né costantemente più debole, ma oscilla continuamente nel suo volume: in modo tale che, quando crediamo che ora stia diventando sempre più forte fino a raggiungere il massimo volume possibile, improvvisamente diventa di nuovo alquanto basso, e, quando crediamo che ora potrebbe cessare, improvvisamente diventa di nuovo alto che più alto non si può, e cioè molto più alto di un respiro naturale. È «come» il respiro molto amplificato di un uomo anziano, eppure non proprio così; d’altra parte è «come» il respiro molto amplificato di un animale selvaggio lasciato libero, eppure non proprio così; è «avido», «angosciato», «raccapricciante», ma in realtà anche no; a volte sembra indicarci il «rantolo di un moribondo», ma in realtà anche no, perché sembra cambiare troppo continuamente posto per esserlo davvero. Nel film di spionaggio italiano Requiem per un agente segreto (con Stewart Granger e Peter van Eyck, regia di Sergio Sollima) c’è un punto in cui un appartamento sconosciuto, dove un uomo è penetrato e ha trovato morto un suo amico, improvvisamente si fa buio e poi, dopo alcuni attimi di silenzio, improvvisamente si sente ovunque nella stanza buia il respiro di cui sopra, e tanto a lungo e tanto estesamente che alla fine l’intruso nella sua disperazione prende a sparare e balza su una sedia: al che viene ucciso, e la luce viene accesa – un uomo giovane sta sopra di lui, con in mano un piccolo registratore, che ora spegne, al che l’«orribile» respiro cessa: è questo respiro nell’oscurità che si intende anche qui, ma senza le stesse conseguenze – così improvvisamente come è cominciato, così smette dopo qualche tempo.

Sediamo in una certa oscurità; sul palcoscenico, a giudicare dai rumori, ha luogo un cambio di scena. Già quando si è fatto lentamente buio, abbiamo sentito una musica, una sequenza di accordi, eseguiti isolatamente, con pause di diversa lunghezza. Talvolta alcuni accordi vengono legati gli uni agli altri.

Si tratta del pezzo strumentale Colors for Susan dall’lp I Feel Like I’m Fixin’ To Die di Country Joe and The Fish. Il pezzo dura solo cinque minuti e 57 secondi, per cui nel corso dell’azione verrà ripetuto più volte; soltanto la parte finale del pezzo viene riservata per la parte finale dell’azione.

Sulla scena, tutore e minore stanno riorganizzando il palcoscenico: quel che prima era dentro, ora viene rovesciato fuori.

Nel caso il palcoscenico sia un palcoscenico girevole, la cosa si svolgerebbe in modo tale che il palcoscenico, ruotando di 180 gradi, renda visibile l’interno della casa. Nel caso il palcoscenico non sia un palcoscenico girevole, minore e tutore gireranno semplicemente il fondale del campo di mais, del campo di rape e della parete dell’edificio, in modo tale che ora il lato posteriore rappresenti l’interno della casa.

Volgiamo lo sguardo all’indietro verso la finestra, davanti alla quale volteggiano gli uccelli.

Tutore e minore in questo caso hanno portato gli oggetti che erano davanti alla casa (l’oggetto sotto la copertura di gomma etc.) dietro il palcoscenico e ora che c’è di nuovo luce portano sul palcoscenico gli oggetti d’arredamento per la casa.

Si tratta degli oggetti necessari per lo spettacolo: un tavolo bello grande, due sedie, un fornello elettrico, un macinacaffè, una batteria di bottiglie, bicchieri, stoviglie (dietro sul pavimento), una lampada a petrolio, un tubo di gomma, un cavastivali, un giornale che sta nello spiraglio della porta.

Sulla porta, a un chiodo, sta appeso un nerbo di bue: allo stesso chiodo sta appesa una forbice.

Dal nostro punto di vista, vediamo, appeso alla parete destra, un grande calendario a fogli staccabili.

Ma affinché potessimo vedere tutto ciò, nel frattempo è avvenuto quanto segue:

Il tutore ha acceso un fiammifero nel buio e poi con esso la lampada a petrolio. Come sappiamo da altre pièces, quando sul palcoscenico viene accesa una lampada a petrolio, a poco a poco l’intero palcoscenico si illumina: lo stesso avviene in questo caso.

Quando il palcoscenico è illuminato – non dimentichiamoci di continuare ad ascoltare la musica, che non si fa né più forte né più debole – lo vediamo nel seguente stato: esso rappresenta adesso una stanza della casa. Ma questa stanza è ancora vuota, tranne che per il giornale nello spiraglio della porta e gli oggetti che stanno appesi alla porta e il calendario.

Vediamo come minore e tutore, venendo sul palcoscenico da destra e da sinistra, distribuiscono nella stanza gli oggetti di scena sopra menzionati: ognuno di loro porta dentro una sedia, poi da loro due insieme viene portato sul palcoscenico il tavolo, poi viene il tutore con il tubo di gomma, che si trascina dietro e infine lascia cadere, poi viene il minore con piatti e bottiglie, poi il tutore con i bicchieri – tranquillo, ma senza solennità – come se noi non stessimo per niente a guardare. Fossero gente di circo scatterebbero diversamente. Non si sfregano le mani, non esaminano il lavoro fatto, non si muovono a tempo di musica.

I due si siedono, il minore sta per sedersi quasi per primo, poi si ferma bruscamente nel mezzo del movimento, poi il tutore si siede, poi si siede il minore.

Entrambi si mettono comodi.

La musica è piacevole.

Il tutore ha steso per primo le gambe, sotto il tavolo.

Il minore, quando stende anche lui le gambe, ora, sotto il tavolo, si ferma appena tocca i piedi del tutore; poi, dopo una pausa, tira indietro lentamente le gambe; le gambe del tutore non vengono tirate indietro.

Il minore sta seduto lì. Dove mette le gambe?

Silenzio, musica.

Il minore mette i piedi sulla traversa della propria sedia; inoltre con il corpo sposta indietro la sedia, questa fa il solito rumore, il tutore senza badarci risponde togliendosi il cappello e poggiandolo davanti a sé sul tavolo.

Silenzio, musica.

Il minore: guarda lentamente nella stanza tutt’intorno, in alto, anche in basso, ma ogni volta evita di guardare il tutore, ogni volta che è davanti al tutore torna indietro con lo sguardo: la cosa si ripete tante volte che finisce per perdere ogni significato psicologico.

Il tutore: osserva il minore.

Il minore: si alza, prende una mela dai pantaloni sotto i pantaloni da lavoro e la poggia accanto al cappello.

Il tutore: abbassa lo sguardo sulla mela.

Il minore: comincia di nuovo a girare con lo sguardo.

Quante cose ci sono da vedere nella stanza?         

Il tutore: improvvisamente tende la testa, come una trappola, da un lato.

Il minore: viene sorpreso dallo sguardo del tutore e smette di guardarsi intorno.

Reciproco fissarsi, reciproco osservarsi, reciproco confuso scrutarsi, reciproco guardare altrove.

Ci si osserva l’orecchio.

Il minore: mette contemporaneamente tutti e due i piedi per terra; noi ne sentiamo il rumore.

Il tutore: osserva l’orecchio.

Il minore: si alza con prudenza, in silenzio.

Il tutore: lo segue con lo sguardo sull’orecchio.

Il minore: va, avendo percezione solo di sé stesso, verso la porta, mentre i passi, che all’inizio erano prudenti, diventano sempre più spensieratamente rumorosi.

Il tutore: lo segue con lo sguardo.

Il minore: si china sullo spiraglio della porta e tira fuori il giornale.

Il tutore: non segue con gli sguardi il minore che si china, ma guarda la porta: cos’è appeso alla porta?

Il minore: si tira su, con il giornale sotto il braccio torna al tavolo, comincia, strada facendo, a camminare di nuovo con prudenza, quando è vicino al tavolo, quasi impercettibilmente, camminando prende con l’altra mano il giornale da sotto il braccio e lo tiene in mano per bene quando arriva davanti al tavolo.

Il tutore: guarda la porta.

Il minore: sistema ben bene il giornale accanto al cappello e alla mela.

Il tutore: abbassa la testa; nella pausa tra i movimenti sentiamo forte un accordo.

Il minore: si siede senza far rumore; sta seduto come prima, e l’accordo musicale successivo si fa improvvisamente più lieve.

Il tutore: apre il giornale, quanto più gli è possibile. Legge.

Ripiega il giornale su una pagina, dalla quale fa come se leggesse. Legge placidamente.

Il minore: stando seduto tira fuori con grande fatica un minuscolo libro dal pantalone, dal quale ha già tirato fuori la mela, e legge anche lui, non meno placidamente.

Il tutore: piega a metà la pagina del giornale e continua a leggere.

Il minore: tira fuori dal pantalone una matita, una matita da carpentiere simile a quella del tutore, solo più piccola: leggendo, vi sottolinea qualcosa nel libricino.

Il tutore: ripiega ancora il giornale.

Il minore: non sottolinea più niente nel libro, ma vi cancella delle cose.

Il tutore: continua, per quanto possibile, a ripiegare il giornale.

Il minore: inizia palesemente a disegnare nel libricino.

Il tutore: piega.

Il minore: disegnando finisce oltre il margine del libro e si disegna sul palmo della mano.

Il tutore: vedi sopra.

Il minore: si disegna sul dorso della mano.

Il tutore: deve a poco a poco appallottolare, ma il passaggio dal piegare all’appallottolare non lo abbiamo per niente notato.

Il minore: si disegna sull’avambraccio; non devono essere per niente figure simili a quelle del tatuaggio del tutore.

Il tutore: palesemente ora non piega e non legge più, ma appallottola con veemenza.

Entrambi i personaggi sono impegnati da una parte a disegnare con veemenza, e d’altra parte ad appallottolare.

Il tutore: ora ha appallottolato il giornale.

Il minore: continua a disegnare.

Il tutore: è tranquillo, guarda con il giornale appallottolato nel pugno colui che gli sta di fronte e che disegna.

Il minore: disegna, tanto più lentamente, quanto più a lungo chi gli sta di fronte lo guarda. Poi con la matita si graffia soltanto, invece di disegnare, infine gira la matita e si graffia il braccio con l’altra estremità, preme poi soltanto la matita sul braccio, senza muoverla. Poi vi rinuncia e ripone lentamente la matita sul tavolo accanto al cappello; la mano la tira velocemente via e la appoggia, lentamente, sull’avambraccio indicato.

Il tutore: poggia sul tavolo il pugno con il giornale accartocciato, ma lascia poggiato il pugno sul tavolo.

Il minore: comincia di nuovo a guardare tutt’intorno, in alto, in basso, a lato, sé stesso dall’alto in basso.

Il tutore: apre il pugno con la carta accartocciata e poggia la mano lì accanto sul tavolo; il giornale appallottolato a poco a poco si espande di nuovo.

La musica, decisamente più forte, è piacevole.

L’assenza di movimento che segue – senza che però i personaggi si irrigidiscano in quadri viventi – introduce discretamente i fatti successivi.

Nel breve intervallo senza movimento abbiamo sentito solo la musica.

Ora la musica diventa quasi impercettibile, come il tema principale che in alcuni punti di un film sparisce quasi completamente.

Vediamo che il tutore poggia gli avambracci sul tavolo.

In risposta a questo movimento del tutore, il minore poggia le mani sul tavolo; le punte delle dita sono volte verso il tutore.

Il tutore, senza guardare il minore, appoggia lentamente la testa sugli avambracci, o meglio sulle mani, in modo tale che bocca e naso poggino sul dorso delle mani e gli occhi quindi guardino oltre.

Il minore china lentamente la testa sul tavolo, finché la testa non è sospesa tra le braccia all’altezza delle braccia poggiate sul tavolo.

Dopo aver tenuto brevemente ferma la testa a questa altezza, il minore abbassa ancora di più la testa in mezzo alle braccia distese, che ora deve piegare, finché la testa non tocca quasi il ginocchio: in questa posizione il minore resta fermo.

Il tutore ritrae la testa fino a che questa non poggia più con la bocca e il naso sul dorso delle mani, bensì con la fronte.

Il minore: divarica ora le ginocchia e infila la testa in basso infilandola tra le braccia piegate e le ginocchia divaricate.

Il tutore: tira fuori le mani da sotto alla testa e sta appoggiato ora sul tavolo soltanto con il volto, vale a dire soltanto con la maschera.

(Tutti questi movimenti avvengono molto lentamente, ma non in modo solenne.)

Il minore: lascia cadere le braccia dal tavolo, lascia però la testa tra le ginocchia alla stessa altezza.

Il tutore: restando con il volto nella stessa posizione, sposta la sedia con il corpo quanto più indietro è possibile senza scivolare giù dalla sedia o dal tavolo.

Il minore: serra se possibile le gambe sopra la testa o ai due lati della testa.

Come se nessuno stesse a guardare, i due sul palcoscenico sono del tutto tranquilli.

Sentiamo la musica un po’ più chiaramente.

Passa un po’ di tempo, è già passato.

Gli oggetti sono ai loro posti, qua, là.

Senza che abbiamo notato i movimenti intermedi, il tutore si è alzato: se ne sta lì, rappresenta lo starsene lì, niente di più.

Cosa farà ora il minore?

Passa un po’ di tempo; noi aspettiamo.

Adesso il minore si tira su a sedere senza che ci rendiamo particolarmente conto dei movimenti intermedi.

Che fa il tutore? – Va in giro per la scena e rappresenta il camminare.

Il minore: si alza, se ne sta lì.

Il tutore sale su una sedia e adesso sta in piedi sulla sedia: il minore non salta, ma resta in piedi, sta fermo.

Il tutore cammina: il minore inizia a camminare.

Il tutore salta: il minore inizia…

Il tutore sale su una sedia e ora sta sulla sedia: il minore non salta, ma si ferma; sta fermo.

Il tutore sale sul tavolo: il minore sale sulla sedia.

Il tutore si mette l’altra sedia sul tavolo e sale sulla sedia sul tavolo: il minore, come potrebbe essere altrimenti, sale sul tavolo.

Il tutore si appende a una corda in aria e resta appeso: il minore sale sulla sedia sul tavolo.

Il tutore resta appeso, fermo, un po’ ciondolando, e il minore sta fermo in piedi sulla sedia sul tavolo, anche per conto proprio.

Il tutore: si lascia cadere. Finisce a terra con le ginocchia piegate; ora si alza lentamente, in tutta la sua altezza.

Il minore: scende velocemente dalla sedia sul tavolo, dal tavolo sull’altra sedia, da questa sedia sul pavimento, mentre toglie anche la prima sedia dal tavolo e la mette al posto di prima e quasi contemporaneamente ci si siede già sopra.

Tutto è accaduto così velocemente che, se avessimo voluto contare, non avremmo contato neanche fino a uno.

Il tutore: si siede, lentamente, anche lui.

Il minore: si mette seduto sul pavimento.

Il tutore: si mette seduto, lentamente, pure lui.

Il minore: non appena il tutore si è seduto, si stende velocemente sul pavimento e ora sta sdraiato sulla schiena.

Il tutore: lentamente, lentamente si sdraia anche lui sulle spalle e si mette così comodo.

Il minore: non appena il tutore è sdraiato sulle spalle, si gira molto velocemente e si sdraia sulla pancia.

Il tutore: compiendo ogni movimento rumorosamente, si rigira anch’egli pian piano sulla pancia.

Il minore contrae più che può tutte le estremità. Vediamo come si restringe e diventa più piccolo. Ma non è stato gonfiato prima con l’aria, così che ora sta perdendo aria? In ogni caso così ci sembra. Il minore si fa sempre più piccolo, sempre più piatto, il palcoscenico si fa sempre più buio, il tutore resta steso sulla pancia, come stava alla fine, il palcoscenico si fa ora buio, sentiamo accordi isolati.

Il palcoscenico si illumina.

Vediamo che entrambi i personaggi sono seduti nuovamente al tavolo nelle posizioni precedenti.

Il tutore si alza, va al cavastivali, si toglie gli stivali con il cavastivali, debitamente, senza esagerazioni, come se nessuno stesse a guardare. Spedisce ogni volta lo stivale che si è tolto con un calcio da un’altra parte della scena.

Il minore si alza, va qua e là dove ora sono gli stivali e li mette uno accanto all’altro vicino alla porta.

Tutore e minore tornano uno dopo l’altro ai loro posti.

Una breve pausa.

Il tutore si sfila i calzini di lana dai piedi e li butta, appallottolati, da un’altra parte della scena, uno qua, l’altro là, senza apparenti cattive intenzioni, come se nessuno lo stesse a guardare.

Il minore si alza, raccoglie i calzini, li distende, li rivolta e li dispone, nel miglior modo possibile, sugli stivali di gomma. Poi torna al tavolo e si siede.

Il tutore non è stato a guardarlo.

Il tutore si alza, va alla porta, alla quale sono appese le forbici, prende le forbici dal chiodo e torna al tavolo con le forbici.

Dopo essersi seduto, appoggia il piede nudo sulla traversa laterale della sedia e si taglia le unghie del piede.

Conosciamo i rumori.

Lui fa come se noi non stessimo a guardare.

Si taglia le unghie così lentamente, così a lungo, fino a che l’effetto non è più comico. Quando finalmente ha finito, poggia le forbici sul ginocchio.

Dopo un po’ il minore si alza e va in giro per il palcoscenico, come vediamo, per raccogliere le unghie tagliate, nel cavo della mano. Anche lui fa questa cosa così lentamente che non c’è proprio niente da ridere.

Quando alla fine si tira su e sta anche già tornando al tavolo, il tutore prende le forbici dal ginocchio e inizia ora a tagliarsi le unghie delle mani.

Il minore torna indietro e va verso il calendario a fogli staccabili, che è appeso a destra, sulla parete.

Il tutore taglia, e il minore strappa un foglio dal calendario lateralmente.

Il tutore taglia, e…

Il tutore taglia, e…

È un processo lento, senza ritmo; il tutore impiega un tempo diverso per ogni unghia, e il minore impiega un tempo diverso per ogni foglio del calendario; i rumori degli schiocchi e degli strappi non li sentiamo di volta in volta uno dopo l’altro, ma mischiati l’uno con l’altro, ogni tanto contemporaneamente; i fogli del calendario svolazzano o cadono per terra.

Ora il calendario è senza fogli, vediamo soltanto il grande fondo vuoto appeso alla parete.

Ma il tutore continua a tagliarsi le unghie delle dita, e il minore se ne sta senza fare niente, le braccia penzoloni, il viso rivolto per metà verso la parete, vicino alla parete.

La musica, che si fa più chiara, è così piacevole che il rumore delle forbici ci tocca poco.

E ora che il palcoscenico si fa buio, anche il rumore cessa immediatamente.

Si fa luce.

I due personaggi stanno seduti ai loro punti di partenza, tranquilli, per conto proprio.

Il tutore: si alza, si dirige verso il fornello elettrico. Prende un bollitore per il tè da dietro alla fila di bottiglie, infila il tubo di gomma nel bollitore.

Il tutore cammina a lato del palcoscenico, torna subito indietro.

Sentiamo come l’acqua scorre nel bollitore.

Il tutore cammina a lato del palcoscenico, torna subito indietro.

Tira fuori il tubo di gomma dal bollitore, lo lascia cadere.

Mette il tappo sul bollitore del tè e mette il bollitore sul fornello elettrico.

Accende il fornello.

Il tutore trascina il tubo di gomma sul palcoscenico.

Poiché il tubo, come sembra, è piuttosto lungo, lo trascina piuttosto a lungo. Alla fine il tutore ha trascinato sul palcoscenico l’intero tubo. Non succede niente di comico.

Riavvolge il tubo a regola d’arte facendolo girare attorno al gomito e alla mano, poi va al tavolo, mette il tubo arrotolato accanto alle altre cose sul tavolo.

Prende la sua posizione.

Tranquilli, assorti in sé stessi, i due personaggi se ne stanno seduti sul palcoscenico.

Sentiamo a poco a poco l’acqua gorgogliare nel bollitore del tè… Si producono i rumori che si producono quando si scalda l’acqua.

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Il minore si alza, prende il macinacaffè, si siede, si sistema bene sulla sedia, serra il macinacaffè tra le gambe e inizia a macinare. Sentiamo lo scriocchiolio… Il minore macina, assorto in sé stesso…

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Il bollitore del tè fischia……………..

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Il minore smette a poco a poco di macinare…

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Ora il tappo del bollitore del tè salterà, così che tornerà il silenzio.

La musica viene messa al punto giusto, quando sul palcoscenico già si è fatto di nuovo buio.

Sulla scena illuminata vediamo i due personaggi al tavolo, naturalmente il fornello elettrico nel frattempo è stata spento.

Il tutore si alza ed esce dal palcoscenico.

Ma torna molto presto, in una mano ha un tegame con incenso ardente, nell’altra un grosso pezzo di gesso bianco.

Sentiamo l’odore dell’incenso e vediamo anche le nuvole di fumo d’incenso.

Il tutore va alla porta e comincia a scrivere qualcosa sopra la porta, in alto.

Nel momento in cui questi appoggia il gesso, il minore si gira sulla sedia verso di lui e prende contemporaneamente qualcosa dalla tasca sotto i pantaloni da lavoro.

Tira qualcosa addosso al tutore – deve essere qualcosa di molto leggero, perché il tutore, nel suo scrivere molto lento, che potremmo quasi definire un dipingere, non si arresta.

Il minore si sistema sulla sedia e tira di nuovo, senza fretta.

Il tutore scrive: il minore tira.

Vediamo che i proiettili del minore restano attaccati alla camicia del tutore: certo, sono lappole.

Mentre il tutore scrive lentamente, il minore tira ogni tanto, senza espressione nel modo di tirare, una lappola addosso al tutore.

Allo stesso tempo sentiamo una musica e l’odore dell’incenso.

A poco a poco sulla schiena del tutore si forma un grappolo di lappole, mentre scrive.

Scrive lentamente venendo avanti accanto alla porta:

K+M+B

K+M+B

K+M+B     

K+M+B

.

.

.

Il minore prende ora le lappole dal pugno pieno e tira con l’altra mano.

Il tutore, nello scrivere, risparmia il nerbo di bue appeso alla porta.

Ora indietreggia.

Il minore sta proprio adesso tirando nuovamente.

Il tutore si gira come per caso, non velocemente: nello stesso momento il minore tira – una lappola colpisce il petto del tutore (o anche no).

Il tutore sta lì per conto suo: il minore tira le lappole che ancora ha nel pugno addosso al tutore.

Il tutore tiene davanti a sé il tegame con l’incenso.

Quanto più a lungo il tutore tiene così il tegame dell’incenso, tanto più lunghi diventano gli intervalli tra i lanci.

Intanto –

– si fa a poco a poco di nuovo buio e la musica… (vedi sopra)

Sulla scena di nuovo illuminata, entrambi i personaggi stanno seduti, al tavolo, ognuno per conto suo.

Stanno seduti, ognuno per conto suo.

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All’improvviso vediamo che al minore sanguina il naso.

Il sangue scorre dal naso, sulla bocca, sul mento, dal naso…

Il tutore sta seduto per conto suo, il minore non si muove dal suo posto, né si muove sul posto…

A poco a poco si fa anche già di nuovo lentamente buio sul palcoscenico…

Quando vediamo nuovamente qualcosa, i due stanno seduti al tavolo nelle loro posture.

Il minore si alza e si appoggia alla parete posteriore, con le spalle rivolte verso di noi.

Il tutore si alza, va dal minore, lo afferra senza enfasi (senza violenza) per le spalle e lo gira.

Il tutore, dopo una pausa, cambia la presa delle mani e gira di nuovo il minore.

Il girare diventa a poco a poco un girare-e-rigirare, ora un voltare.

Il tutore si volta con facilità, quasi casualmente (per conto suo), e il minore si volta facilmente, casualmente, per conto suo. Senza soluzione di continuità, senza vacillamenti da entrambe le parti, vediamo il tutore improvvisamente in piedi davanti alle bottiglie e ai piatti sul pavimento.

Il minore sta in piedi già da un po’ quando vediamo che sta in piedi.

Il tutore si è già chinato e stando chinato lancia al minore una bottiglia: il minore recita la parte di chi vorrebbe afferrare la bottiglia ma non riesce ad afferrarla – la bottiglia cade per terra e fa quello che fa.

Come si può immaginare, la cosa procede così: piegato, il tutore lancia contro il minore bottiglie, piatti e bicchieri, ma il minore, nonostante gli sforzi evidenti, fa cadere tutti gli oggetti, e questi si rompono o anche no.

Neanche questa azione ha un ritmo regolare; ogni tanto i personaggi aspettano, poi il tutore lancia nuovamente, poi il minore nuovamente manca la presa…

Improvvisamente, prima ancora che la batteria di bottiglie sia sparita ecc. – nel bel mezzo dei lanci e degli schianti – il minore, come per caso, afferra un oggetto.

Noi ci spaventiamo.

Nello stesso momento il palcoscenico si fa buio, tutto d’un colpo.

E di nuovo torna la luce e i due siedono al tavolo. Il tutore si alza e dove va? A quanto pare non sa dove andare.

No, verso il calendario non vuole andare.

Gira, gira nuovamente, si rigira.

Il minore si è alzato e gli è andato dietro: recita la parte di chi condivide l’irresolutezza del tutore, e imita i movimenti del tutore, sia i movimenti delle gambe sia i movimenti incerti delle braccia, senza che naturalmente l’imitare debba trasformarsi in uno scimmiottare.

Manca poco che si scontrino, quando il tutore, certo anche per evitare i cocci, cambia direzione all’improvviso, più di una volta il minore inciampa tra i piedi del tutore.

Continuano a muoversi in giro per il palcoscenico, simulando una meta, che poi, poco prima di raggiungerla, ogni volta abbandonano nuovamente.

Improvvisamente il tutore sta alla porta, già esce, afferra la maniglia esterna per chiudere la porta dietro di sé – il minore afferra la maniglia dall’interno, vuole seguire il tutore, ma il tutore la tira ostinatamente.

Il minore la tira a sua volta.

Il tutore, senza smettere di tirarla con forza, sbatte, tirandosi indietro il minore, la porta dietro le sue spalle e in faccia al minore.

Il minore rimane per un attimo davanti alla porta, la mano intorno alla maniglia, ora la mano sulla maniglia.

Il minore lascia cadere la mano.

Il tutore sta fuori, tutto è tranquillo.

Il minore si inginocchia, ma senza cadere sulle ginocchia, e già striscia velocemente giù, attraverso la porta: soltanto ora vediamo che nella porta c’è uno sportellino, come quelli per i gatti.

Quando il minore è fuori, il palcoscenico si fa lentamente buio.

Alla musica ci siamo già abituati.

La pausa questa volta è più lunga; poiché l’interno viene rivoltato verso l’esterno.

Un palcoscenico girevole basterebbe solo muoverlo.

Altrimenti si fanno girare i fondali al buio.

Si fa luce: una giornata piovosa.

Tutore e minore dispongono gli oggetti sul palcoscenico: il grande oggetto di forma allungata, che è coperto dall’impermeabile nero e che loro portano dentro in due,

lo sgabello, le rape, le zucche.

Ora ogni cosa è al suo posto, e il minore si siede sullo sgabello, mentre il tutore si mette accanto all’oggetto.

Senza un vero inizio lo spettacolo è ricominciato: il tutore toglie l’impermeabile di gomma dall’oggetto, così che questo si rivela un tagliarape.

Il tutore indossa l’impermeabile (è ancora a piedi nudi) e lascia cadere per prova un paio di volte la lama della macchina senza rape.

Il minore si alza e si mette accanto all’arnese. Il tutore si china a raccogliere una rapa, la introduce sotto il filo della lama lasciando fuori le foglie e tira giù rapidamente

la lama, senza fare alcuna violenza, come illustra contemporaneamente con il movimento: – la rapa cade a terra senza foglie.

Il tutore ripete il procedimento accuratamente, didascalicamente: – un’altra rapa cade.

Il minore sta a guardare, non immobile, ma anche senza neanche muoversi troppo.

Il tutore ripete il procedimento.

Il minore prende una rapa, ma facendo giri così lunghi che possiamo sentire le sue scarpe chiodate così come i piedi nudi del tutore, che ora si sposta di lato e si tira su.

Il minore: solleva la lama dell’arnese, vi spinge sotto la rapa fino alle foglie e recide la rapa…

Il tutore: si fa avanti, sta lì, si fa di nuovo indietro…

Il minore: va e prende un paio di rape, le sistema…

Il tutore: si avvicina, sta lì.

Improvvisamente dalla casa sguscia via un gatto.

Il colpo successivo del minore con la lama è così debole che la rapa non cade subito a terra.

Il tutore resta lì.

Al colpo successivo la rapa cade a terra.

Il gatto fa quello che fa.

Il tutore sta lì.      

Di nuovo il minore ha problemi con una rapa: colpisce una volta, una seconda volta, poi, senza guardare il tutore, che inizia di nuovo ad andare in giro a piedi nudi per il palcoscenico, una terza volta, poi, dopo un po’ di tempo, quando il tutore sta di nuovo accanto a lui e lo guarda, di nuovo, poi, dopo – già si fa buio sul palcoscenico – una quinta volta (il tutore ricomincia a camminare), poi – è già alquanto buio (il tutore sta lì?) finalmente di nuovo, e ora – non riusciamo a vedere più niente – ancora una volta, senza che sentiamo il rumore della lama che cade, e successivamente c’è silenzio sul palcoscenico, per un bel po’.

Dopo che in alto sul palcoscenico già da un bel po’ si è fatto tutto silenzioso, sentiamo, dapprima a volume piuttosto basso, un respiro diventare man mano più forte. Lo riconosciamo. Diventa sempre più forte, cioè sempre più stereofonico – un rantolo? un prender fiato con fatica? oppure soltanto un mantice? O un enorme animale?

Diventa più forte in modo molto regolare.

A poco a poco diventa troppo stereofonico per questo spazio.

È qui, è lì?

Di colpo scende il silenzio.

Dopo molto tempo si rifà luce.

La casa, il campo di grano, il campo di rape.

Non vediamo né il gatto, né il tutore, né il minore; nemmeno la macchina per tagliare le rape è più sul palcoscenico – a parte i tre fondali tutto è vuoto.

Adesso entra qualcuno da destra: il minore.

Porta una bacinella di latta davanti alla pancia e, avvolto intorno al busto, un tubo di gomma.

I pantaloni della tuta da lavoro se li è tolti.

La bacinella viene poggiata sul pavimento, il tubo viene srotolato.

Il minore mette un’estremità del tubo nella bacinella, con l’altra, tirando il tubo, esce dal palcoscenico.

Sentiamo come sul palcoscenico vuoto dal tubo scorre acqua nella bacinella, per un po’.

Poi il minore torna, con un sacco di sabbia in braccio.

Mette il sacco di sabbia sul pavimento accanto alla bacinella.

Infila la mano nel sacco di sabbia.

Si alza e stando in piedi lascia cadere, senza farla scorrere tra le dita, una manciata di sabbia nella bacinella.

Infila di nuovo la mano nel sacco di sabbia e, stando in piedi, lascia cadere la sabbia nell’acqua, con calma, senza regolarità, senza solennità.

Infila di nuovo la mano nel sacco di sabbia e, stando in piedi, lascia cadere la sabbia nell’acqua. Ora sentiamo di nuovo gli accordi isolati.

Il minore infila la mano nel sacco di sabbia e, dopo essersi tirato su, lascia cadere la sabbia nell’acqua.

Il minore infila la mano nel sacco di sabbia e, dopo essersi tirato su, lascia cadere la sabbia nell’acqua.

Il minore infila la mano nel sacco di sabbia e, dopo essersi tirato su, lascia cadere la sabbia nell’acqua.

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Sentiamo entrambe le cose, gli accordi e la sabbia che cade nell’acqua, mentre il palcoscenico a poco a poco si fa buio.

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Ora cala il sipario.

In copertina: istantanee di Peter Handke, 1969

è nato a Griffen (Carinzia) nel 1942, da madre slovena e padre tedesco. Considerato tra i più importanti scrittori contemporanei europei, è autore di provocatorie pièces teatrali (come "Insulti al pubblico" e "Autodiffamazione", 1966), di numerose opere in prosa (tra cui "I calabroni", 1966; "Prima del calcio di rigore", 1970; "Infelicità senza desideri", 1972; "La donna mancina", 1976; "Canto alla durata", 1986; "Il mio anno nella baia di nessuno", 1994; "In una notte buia uscii dalla mia casa silenziosa", 1997; "Un disinvolto mondo di criminali. Annotazioni a posteriori su due attraversamenti della Iugoslavia in guerra. Marzo e aprile 1999", 2000; "La montagna di sale: una storia di inizio inverno", 2007; "Saggio sul luogo tranquillo", 2012) e di sporadiche, altissime, prove di poesia (come "Canto alla durata", 1986). Ha inoltre collaborato alla sceneggiatura di alcuni film di Wim Wenders, come "Falso movimento" (1975) e "Il cielo sopra Berlino" (1987).
Nel 1973 è stato insignito del premio Georg Büchner (riconsegnato nel 1999 in segno di protesta contro i bombardamenti della Nato in Serbia), nel 2009 del premio Franz Kafka e, nel 2014, dell’International Ibsen Award.
Nel 2019 gli è stato assegnato il Premio Nobel per la Letteratura.