Recital

Giulio Paolini compie oggi ottant’anni. Per festeggiare questo suo compleanno – circostanza paradossale, per questo grande avversario metafisico del Tempo – numerose sono le iniziative editoriali ed espositive, alcune delle quali tuttora in corso. Funestate, queste ultime, dalle ridotte possibilità di visita di questo tempo fuori dal tempo in cui ci troviamo a vivere. (Paradosso anche questo, magari, che segna a dito la mitica reclusiveness dell’artista, la sua ritrosia ad apparire e presenziare.) Oltre al doppio appuntamento milanese, Il mondo nuovo da Massimo De Carlo (conclusa il 3 ottobre) e Qui dove sono alla galleria Christan Stein di Corso Monforte (fino al 16 gennaio), senza dubbio importante è la mostra dal titolo balzacchiano e proditorio (considerando la fine che fa, nel racconto omonimo, il pittore Frenhofer…) Le Chef-d’oeuvre inconnu, allestita in tre sale al secondo piano del Castello di Rivoli per le cure di Marcella Beccaria (sino al 31 gennaio).

In occasione della mostra – qui illustrata dalla curatrice – viene pubblicato, in un volume organicamente collegato al suo catalogo, Recital: che contiene una selezione degli «appunti a capo» che da qualche tempo in qua Paolini affianca ai suoi più tradizionali testi di poetica (in una loro precedente apparizione, nel bellissimo libro d’artista Orfano e celibe pubblicato da Colophon nel 2016, così raccontava lui stesso: «Alla prima stesura di una raccolta di scritti brevi, redatta in un normale svolgimento in prosa, è seguita questa seconda versione nella quale numerosi e inaspettati “a capo” frazionavano la regolare successione delle parole sottraendole alla consueta collocazione in righe compiute. | Inoltre, di pari passo, anche l’esposizione conosceva via via una sua graduale contrazione tesa a evitare prolissità e a conseguire una certa sintesi. | Per questo, e non per altro, credo di poter escludere l’intenzione di valenza poetica a quanto ho appunto “trascritto” in versi»).

Per la cortesia dell’autore e della curatrice della mostra, presentiamo oggi un estratto dal testo di Marcella Beccaria, una selezione dei testi di Paolini e parte della mia prefazione che li accompagna.  

A. C.

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Prologo

Chi scrive non sa disegnare, eppure descrive: ovvero delinea, lontano dalle apparenze, qualcosa che meglio non potrebbe apparire agli occhi dell’anima.

Scrivere, allora, vuol dire rispondere alla vera, lontana, domanda che scuote il bianco silenzio della pagina.

Vita nuova (appunti a capo)

La luce, di notte,
è un dolce riparo.
Le ore tacciono
e i sogni dormono.

Certo la bellezza è sospesa
a mezz’aria, impalpabile, pura.
perché allora sprofonda, ferisce, divora?
E perché, ancora, la regola è sempre in attesa
e riporta il profilo dov’era?

A corpo morto

Se siamo (come siamo) dei corpi,
siamo morti.

Pariscope

Des fleurs au Flore
(o viceversa, fuori orario)
gigli rosa, rosa kyr,
pochi passi in linea d’aria,
pietre, nel mio diario.

Ça va sans dire,
ormai lo so:
tutto è più precario
del nulla che ho.

Disjecti membra poetae

Io non so, non posso dire
che cosa ho voluto fare.
Chi lo sa, non vuol capire
che si può anche tacere.

Il momento della verità

Siamo tutti autori di tutto.
All’istante (tutto si era appena concluso)
ecco riprendere voce il silenzio di prima.
Nessuno è autore di niente.

Solo,
di fronte al fatto incompiuto….
L’autore? Un attore.

Sala di lettura

Guardo sempre volentieri un libro antico:
posso anche non leggerlo
(qualcuno lo ha già letto).

Il luogo però deve essere perfetto:
la lampada già accesa, la stanza silenziosa,
tutto deve essere al suo posto.

I libri, pronti a restare dove sono
(qui o chissà dove),
tacciono per non dimenticare.

Ricordano, trattengono lo sguardo,
la memoria di qualcuno che è ancora lì,
senza mostrarsi.

Fotoricordo

Complimenti e grazie vorrebbero sussurrare i presenti…
Ma l’autore non c’è,
non può e non vuole attribuirsi un nome,
apparire come tale.
Lui, controfigura di una storia senza inizio né fine,
è sospeso a mezz’aria
incapace di prendere quota
o di toccare terra.

Dunque, tutti in posa
per dedicare a Mnemosine che qui ci accoglie
i nostri sguardi
e i più devoti pensieri.

Viaggio di ritorno

Da dove? Dove potevamo mai essere arrivati?
Ritorno senza andata: l’isola è Cythère,
ma nessuno riuscirà mai
a superare la soglia dell’imbarco.

Cythère è là all’orizzonte
ma – si sa – l’orizzonte non si tocca.
Tutto sempre s’infrange prima dell’approdo,
forse già prima di mettersi in viaggio.
Non resta che prendere distanza,
abbassare lo sguardo e socchiudere gli occhi
pieni di lacrime.

Ecco, l’isola è qui dentro di noi
bagnata dal rimpianto di chi,
rinunciato all’imbarco,
disegna l’itinerario mancato
per metterlo in cornice.

A occhi chiusi

È proprio così,
la visione a occhi chiusi
è più nitida che mai.
Senza muoversi, senza dire,
è proprio così che
riusciamo a vedere.

Prova generale

C’è troppo rumore,
impossibile ascoltare,
là sullo sfondo qualcosa si muove.
Ma qui, sul proscenio
davanti a noi accade qualcosa.
Ecco il finale:
buio in sala,
in controluce solo e immobile
l’attore muore.

Testo tratto da Giulio Paolini, Recital. Scritture in versi 1987-2020, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino, 2020 (in corso di pubblicazione)

Immagine di copertina: Giulio Paolini «Le Chef-d’oeuvre inconnu», veduta della mostra, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino, 15 ottobre 2020-31 gennaio 2021. Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Foto Agostino Osio