Mostrare il male. Il caso Butturini/Parr

Come nasce il caso Butturini? In estrema sintesi: il libro London di Gian Butturini (edizione italiana 1969) viene ristampato nel 2018 in inglese su iniziativa e con prefazione entusiastica di Martin Parr. Una studentessa londinese di colore vede in una doppia pagina l’accostamento fra la fotografia di una donna nera nella metropolitana e quella di un gorilla in gabbia. Nel maggio del 2019 avvia una campagna militante contro il libro e il suo curatore, accusati di razzismo. Il libro viene ritirato dal commercio, Martin Parr, nel frattempo boicottato nelle sue mostre e fatto decadere da incarichi culturali, si dichiara pentito, ammette di aver sbagliato e chiede all’editore di distruggere tutte le copie esistenti (che invece vengono consegnate agli eredi Butturini).

Affrontare il “Caso Butturini” dopo l’ampio saggio di Michele Smargiassi su “Fotocrazia” è un po’ temerario. Inoltre le mie parole potrebbero essere velate da parzialità a causa dell’antica amicizia per Gian, a sua volta riscaldata dal mio affetto per Mario Dondero, che di Gian era grande, incondizionato estimatore (loro due furono anche insieme in mostra con i rispettivi reportage sull’Africa alla galleria dello Studio Ken Damy di Brescia nel 2016). Dondero venne a Brescia al funerale di Gian, e parlammo a lungo di lui a cena. Li legava un semplice, solido fatto: la militanza a favore degli oppressi e dei popoli in rivolta, dai contadini della pianura padana ai comunisti cubani. Li accomunava, a mio parere, anche una vicinanza dello stile fotografico, in entrambi ruvido e diretto, però più pulito in Dondero e più “raw”, stranamente, nel Butturini di professione grafico.

Ma questo è forse un altro discorso, senonché le fotografie di entrambi vanno lette attentamente, come testi scritti a mano con una calligrafia a volte affrettata.

Per esaminare il caso Butturini evitando parzialità o banalità io credo di dovere anzitutto aderire scrupolosamente al testo delle due immagini incriminate e lasciarlo parlare, ascoltarlo, anche nel contesto del libro, come racconto di un soggiorno londinese: “queste sono le tante facce di Londra, le schegge che si trovano in giro, guardate un po’ che roba mi è capitato di vedere” sembra voler dire Gian. Che infatti lo scrive chiaramente nella prefazione (in inglese nell’edizione curata da Parr) dove c’è anche uno specifico commento alle due immagini incriminate. Guardare ciascuna immagine in dettaglio, poi cercare il senso dell’accostamento, dell’impaginazione che ha causato la messa al rogo del libro, questo mi sembra il modo corretto di procedere.

Il “testo” della prima foto, alla mia lettura, è lontanissimo da qualsiasi idea di razzismo. Il corpo della donna è, più che seduto, accasciato, stanco, le mani inerti; il suo volto, pur restando dolce e bello, esprime una infinita tristezza, la rassegnazione ad una vita pesante, monotona, incasellata senza speranza in una “scatola di lavoro” (il suo box di bigliettaia della metropolitana, poco visibile). Lei sembra tranquilla davanti alla fotocamera. Non sappiamo se lei è londinese di seconda o terza generazione, oppure è di recente immigrazione. Quel che conta è che la foto di Butturini non solo è affettuosa, ma ha la capacità di farci condividere la tenerezza che lui prova per questa persona. È una foto compassionevole. Forse che la pietà è razzista? Dopo avercela raccontata così, perché mai Butturini avrebbe voluto schiaffeggiarla volgarmente con una impaginazione insultante?

La seconda foto ci porta un’altra creatura, in un’altra parte di Londra, in un’altra gabbia: stessa provenienza continentale, altro prodotto del colonialismo anche se mascherato da esotismo (per fortuna oggi in fase di eliminazione per le lotte degli animalisti). Esotismo che mette gli animali all’ergastolo, come questo possente, bellissimo esemplare di gorilla che, a differenza della donna, sembra avere un atteggiamento sdegnoso per la sua detenzione senza senso, per i rifiuti che gli vengono gettati: alza la testa lateralmente con sprezzo, più che con rabbia. Lo dice anche Butturini nelle sue note di lavoro, facendoci sentire l’atrocità di quella prigionia esibita e la dignità dell’animale.

Accostare in pagina due destini, frutto diretto o indiretto della medesima storia europea è offensivo della donna? Certo visivamente è un colpo forte allo stomaco, ma è una potente denuncia antirazzista e anticolonialista. Butturini ha messo insieme due immagini serie, saggistiche, due storie reali, per mostrarci il male, in due forme diverse ma dalle stesse radici bianche, in definitiva per farci pensare.

Io trovo sorprendente che si possa equiparare questa scelta culturale al volgare insulto “sei una scimmia” che da tempo giace nel profondo del linguaggio dei bianchi e di recente è stato usato da uno svergognato politico italiano, razzista della Lega, nei confronti di una Ministra della Repubblica Italiana di origine africana.

Conclusione di fatto: per me le due foto in sé non sono né offensive né razziste – il loro accostamento non solo non è razzista, ma è una denuncia anticolonialista.

Naturalmente è legittima anche l’opinione opposta, anche la più netta. Nei tempi presenti di insorgenza mondiale dell’intolleranza, della negazione di diritti, della discriminazione, è accettabile che ci siano nervi scoperti e reazioni indignate, su tutti i fronti. Però quando si tratta di valutare non un’azione politica o un comportamento umano, ma un testo fotografico o letterario, un’impaginazione editoriale come espressione di scelte artistiche e di linguaggio narrativo, vengono in gioco i principi generali della libertà di opinione e di espressione artistica (valori importanti anche per chi oggi è discriminato e si sente offeso) e perciò è necessaria la massima cautela nel chiarire i fatti, cioè i significati delle immagini e dell’impaginazione. In ogni caso è inaccettabile la sanzione della distruzione del libro.

Opportunamente Smargiassi denuncia l’occasione persa da parte di curatore ed editore (l’editore è l’italiano Damiani; il fotografo non c’è più, ma ha lasciato scritto in prefazione il suo pensiero su quelle due immagini) per non aver aperto un dibattito serrato nell’immediatezza della denuncia di razzismo. Aggiungo: e le agenzie fotografiche? E i musei? (ho un ricordo impreciso ma certo su richieste di “epurazioni” di opere d’arte giudicate politicamente scorrette). E le gallerie d’arte? E, dall’altro lato, chi ha sollevato il caso sentendosi offeso? Sarebbe stato utile “capire l’incomprensione”. Non conosco abbastanza l’ordinamento giuridico britannico per sapere se in un caso del genere ci siano strade legali, civili o penali, per affrontare i fatti pubblicamente, con metodi civili. C’è un reato di razzismo?

In Gran Bretagna, sul questo caso, si sono viste legittime azioni politiche dirette (cortei, sit in e simili) e campagne di mobilitazione dell’opinione pubblica, ma che io sappia, nulla di istituzionale, di terzo.

Quanto poi al comportamento di Martin Parr, mi associo allo sgomento di Smargiassi. Conosco da tempo il lavoro di Parr: è un grande fotografo di speciale intelligenza e arguzia, di grande ironia e con una maestria rara nel cogliere al volo attimi stupefacenti di vita quotidiana, in tutti i sensi: comicità, desolazione, paradossi, solitudine, allegria, miseria, tenerezza. Ho per le mani il suo Early Works uscito un anno fa a Parigi. Libro che raccomando agli appassionati di street photography, un “gioiello” (proprio come definì lui il libro di Butturini). In un centinaio di foto in bianco e nero scattate fra il 1973 e il 1983 quasi tutte in Gran Bretagna, Parr punzecchia, schiaffeggia, mette alla berlina, scopre vizi, ride e ci fa ridere, accarezza anche. Vittime / bersagli i suoi concittadini, spesso accostati a mucche, cavalli, pecore, cani, spesso in posture tenere, desolanti, ridicole o squallide. Escludo che abbia avuto problemi legali per questo. Lui non è tanto anziano, ha 68 anni, non è fragile. Che cosa gli è successo con la vicenda Butturini? Si è arreso, lui fotografo colto e potente, a poteri più forti? Non so se troveremo mai una risposta. La Gran Bretagna, patria storica del garantismo e della libertà di opinione, da qualche tempo ci riserva sorprese (ricordate il caso Salman Rushdie? Condannato a morte dai religiosi islamici per quel che aveva scritto, non tutti lo difesero; i suoi sostenitori furono duramente attaccati, anche dalla sinistra sedicente laica, perché rei di offendere i sentimenti religiosi altrui). Confidiamo che il dibattito, anche se tardivo, prosegua e si approfondisca; forse ne capiremo di più, ne guadagnerebbe un po’ la democrazia, la dignità della battaglia per l’uguaglianza e l’integrazione. E, perché no, la libertà creativa dei fotografi.

Gian Butturini in uno scatto di Vincenzo Cottinelli, Brescia 2001

(Brescia, 1938) ha lavorato con le agenzie Grazia Neri a Milano e Opale a Parigi.
Fotografa da sempre in modo analogico e in bianco e nero. Ha pubblicato fra l’altro su: Io Donna, La Repubblica delle Donne, Linea d’Ombra, Diario, The European, Yediot Aharonot, Literary Monthly of Israel, Le Monde, The Independent, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Graphis New York.

Oltre 70 copertine di libri sono state realizzate con suoi ritratti dell’autore o fotografie emblematiche: fra gli altri, in Italia per Longanesi, Einaudi, Feltrinelli, Mondadori (otto Meridiani) e nel mondo per Hanser Verlag, Penguin Books, Random House, University of Chicago Press, University of Toronto Press, WAB Warszawa.

Oltre 50 le mostre personali in Italia; all’estero negli Istituti Italiani di Cultura di Vienna, Berna, Londra, Tel Aviv, l’Avana, Praga; a Parigi nella Galerie Tour de Babel e Atelier l’Oeil Vert.

Nove libri fotografici (per Contrasto, La Quadra, Vallardi, L’Obliquo): 'Sguardi', 1995; 'Volti dell’impegno', 1998; 'Philobiblon', 2001; 'Tiziano Terzani - Ritratto di un amico', 2005; 'La domenica, arabo', 2005; 'Il Sogno del Giardino', 2012; 'Visages de la culture italienne', 2013; 'Personaggi', 2015; 'L’invenzione della quercia', 2019.

Ha fondato e dirige la galleria senza scopo di lucro "La Stanza delle Biciclette” (autori esibiti fra gli altri: Luigi Ghirri, Randa Mirza, Chris Steele-Perkins, Antonella Gandini, Pietro Masturzo, Monika Bulaj, Giorgio Bertelli).