Giulio Paolini, “Le Chef-d’oeuvre inconnu”

La mostra Giulio Paolini «Le Chef-d’oeuvre inconnu» è un percorso inedito attraverso sessant’anni di produzione artistica. Sviluppata a stretto contatto con Giulio Paolini, la mostra include rare opere custodite dall’artista e nuovi lavori appositamente realizzati per l’occasione.

Dagli esordi, Paolini rivolge la propria attenzione alle basi ideali e materiali dell’arte, al luogo dell’atelier e all’occasione della mostra quali ambiti nei quali l’arte viene prodotta e messa in scena. Nel suo lavoro spesso ricorrono citazioni: l’artista utilizza frammenti estratti dal grande catalogo della storia dell’arte, così come riformula in nuovi contesti le proprie opere. Nella sua analisi, l’atto del vedere è considerato come momento conoscitivo cruciale, la cui verità è però sempre relativa e soggetta a continue verifiche. Ad ogni nuovo allestimento, ciascuna opera può fornire lo spunto per opere successive, in un ciclo inesauribile.

Già tra i pionieri dell’Arte povera, con i quali condivide l’utilizzo di materiali quotidiani e un interesse per la relazione tra opere, spazi espositivi e visitatori, Paolini ha anche anticipato gli sviluppi concettuali dell’arte a livello internazionale. Attraverso l’intenzionale ricerca di strumenti neutri ed oggettivi, l’artista ha formulato un suo personale linguaggio, definendo una posizione originale ed autonoma.

Il titolo della mostra, «Le Chef-d’oeuvre inconnu» («Il capolavoro sconosciuto»), si riferisce a un breve racconto scritto da Honoré de Balzac, inizialmente pubblicato nel 1831. Il protagonista, lo stimato pittore Frenhofer, è ossessionato dall’idea di raggiungere la perfezione e dipingere il suo capolavoro assoluto, al punto di dedicarsi per anni alla stessa opera. Una volta svelato, il presunto capolavoro rivela soprattutto l’impossibilità dell’impresa. Secondo il metodo di Paolini, la citazione del racconto rispecchia alcuni tra i cruciali interrogativi che abitano le sue opere. Con ciascuno dei lavori in essa presenti, l’intera mostra rimanda all’enigmatica relazione tra la realtà e la rappresentazione, tra l’opera e la sua immagine e tra la visione e l’intenzione artistica, secondo un’indagine tesa ad esplorare l’essenza stessa dell’arte.

«Le Chef-d’oeuvre inconnu» è anche il titolo dell’installazione che accoglie i visitatori nella prima sala della mostra (Sala 18), nella quale l’ormai storico capolavoro di Paolini, Disegno geometrico, 1960, si apre a dimensioni ambientali, assumendo fisicità tridimensionale e diventando un’installazione percorribile. Definito dall’artista come il suo «primo (e ultimo quadro)», Disegno geometrico è una tela rettangolare dipinta di bianco, sulla quale Paolini ha «scelto di copiare, nella giusta proporzione, il disegno preliminare di qualsiasi disegno, cioè la squadratura geometrica della superficie». Le linee diagonali che individuano il centro sono delineate con inchiostro rosso. Utilizzando il compasso, l’artista ha segnato con inchiostro nero le mediane. Nella sua apparente semplicità, l’opera affronta profonde questioni ontologiche relative allo statuto dell’arte, inclusa la possibilità di liberare il quadro da un’eterna condizione di sudditanza rispetto ad un’immagine data, riconoscendolo invece come un’entità a sé stante. «La squadratura geometrica della superficie – dice l’artista – è un dato di fatto, un’immagine preesistente, anonima e neutra». Per Paolini, la squadratura «non si poneva come soggetto del supporto su cui la tracciavo, ma era un modo per qualificare il supporto su cui agivo: per qualificarlo come presenza assoluta ed indeterminata, non come veicolo di un’immagine data per sempre».

A partire dal tracciato di Disegno geometrico, Paolini articola l’intero luogo espositivo nel quale è allestita l’opera. La Sala 18 del Castello che ospita Disegno geometrico diventa una sorta di versione tridimensionale dell’opera stessa, resa tangibile e amplificata a misura ambientale. Il pavimento, le pareti e lo spazio aereo ospitano gli elementi che costituiscono lo schema compositivo di Disegno geometrico, dalla struttura del rettangolo, alle diagonali rosse, fino ai punti di squadratura originariamente segnati con il compasso.

Nella sala, le lunghe linee segnate a terra corrispondono alla traccia delle diagonali del quadro, mentre ciascuno degli otto punti di squadratura è scandito dalla presenza di un cavalletto da pittura con una teca trasparente. Ogni teca accoglie frammenti cartacei di schizzi e ritagli provenienti dallo studio dell’artista a Torino, nel quale Paolini archivia i materiali che ispirano il suo lavoro in base al soggetto e alla provenienza. Oltre allo stesso Disegno geometrico, le quattro pareti della sala presentano altrettante possibili varianti dell’opera, proponendo diverse possibili tipologie di squadratura di una superficie rettangolare. Appesa dall’alto e installata al centro della sala definito da un nono cavalletto vuoto, è presente un’ulteriore teca. Aperta in modo da rivelare il proprio coperchio, sfondo e passe-partout cartaceo, essa è priva di contenuti. Come Disegno geometrico, opera che non presenta immagini ma in potenza le accoglie tutte, la teca aperta fluttua nello spazio come un’idea indeterminata, non vincolata da un’unica risoluzione. La sua presenza porta a nove il numero delle teche e relativi cavalletti presenti in «Le Chef-d’oeuvre inconnu». Nove sono anche le lettere che compongono il nome di Mnemosine, dea della memoria e madre delle nove Muse, le divinità da lei generate con Zeus che, nella mitologia greca, erano custodi del sapere e delle arti.

La mostra continua nella sala successiva (Sala 33), che l’artista chiama Vertigo a sottolineare la presenza dei lavori nello spazio e nel tempo, come protagonisti che animano un inedito film. «Fine» senza fine è il tema che accomuna le opere allestite nella terza ed ultima sala del percorso espositivo (Sala 32). Qui Paolini si interroga sul concetto di divenire e sull’inesauribile mistero dell’opera d’arte che, anche quando fatta di immagini apparentemente leggibili, non svela la sua origine e non può conoscere il proprio destino.

Testo tratto da Giulio Paolini. Le Chef-d’ouvre inconnu, catalogo della mostra, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino, 2020 (in corso di pubblicazione)

IMMAGINI: Giulio Paolini «Le Chef-d’oeuvre inconnu», vedute della mostra, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino, 15 ottobre 2020-31 gennaio 2021. Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Foto Agostino Osio