Franco Cordelli, uno schermo scintillante

Il cinema sembra essere un’esperienza quasi laterale nell’opera di Franco Cordelli, specie se lo si mette a paragone con i romanzi, la saggistica letteraria e la critica teatrale; tuttavia, sebbene a livello di scrittura i confronti con i film e i registi si siano limitati a non moltissime pubblicazioni, il rapporto col cinema è stato una costante per la vita e la formazione intellettuale di questo autore. A testimoniarlo è il recente Che tutto abbraccia. I giorni e i film pubblicato presso Falsopiano, dove erano già usciti Il mondo di Francesco Savio (2002, con Emidio Greco), Pensa alla tua libertà. Il cinema di Emidio Greco (ancora 2002, stavolta con Andrea Cortellessa) e Vacanze romane (2008).

In questo nuovo libro, dal titolo che riprende nella prima metà il saggio finale – dedicato all’indimenticata figura dell’amico Emidio Greco – e nella seconda si riallaccia tanto al Peter Handke dei Giorni e le opere (e Handke torna a proposito del suo primo film, La donna mancina) quanto all’Uwe Johnson di Jahrestage (I giorni e gli anni, nella traduzione italiana), sono raccolti alcuni pezzi elaborati in diversi momenti storici, ma di cui ci viene nascosto l’anno e la loro originaria destinazione. Un modo per mescolare le carte, per calarci nell’immaginario cinematografico cordelliano (o in una parte di esso) senza il peso di dover attribuire un certo giudizio, o un certo interesse per quel film o quel regista, alla situazione e alla vitalità di una data epoca. E questo malgrado alcune allusioni nei testi qualche indizio cronologico inevitabilmente lo diano, e la nota di Fabio Francione ci ricordi che la maggior parte dei testi provengono dal periodo che va dai Settanta alla metà degli anni Ottanta (con qualche incursione oltre il 2000).

Che tutto abbraccia, volente o nolente, si lega ai recenti Un mondo antico e al Mondo scintillante (usciti per Theoria), due volumi che raccolgono gli articoli che Cordelli ha dedicato al romanzo nel corso del ventunesimo secolo, spaziando dai classici ai contemporanei. La sensazione è quella che ci sia il desiderio di un confronto con quanto scritto finora, di mettere ordine a una quantità impressionante di testi che testimoniano dello sconfinato campo di interessi di Cordelli (e non a caso, anche per i romanzi accade qualcosa di simile: due anni fa, sempre per Theoria, la ripubblicazione di Procida e Guerre lontane).

Ma qual è il cinema di Cordelli? È un cinema che a tratti incontra nomi familiari a chiunque abbia osato andare oltre il piattume delle produzioni mainstream, e altre volte salva dall’oblio autori, anche importantissimi, che sfortunatamente non sono più ricordati e i cui film rischiano seriamente di diventare introvabili. Chi ricorda più Hans-Jürgen Syberberg e il suo Hitler (1977)? Eppure si tratta di una pellicola «già nella storia del cinema», un film che tocca il punto più dolente del Novecento da una prospettiva lontana dalle rappresentazioni più comuni, e che diventa discorso sulla politica e sull’arte: «Che cos’altro è stato Hitler, dice Syberberg, se non la più compiuta immagine di questa tragedia, il matrimonio tra l’infame maturità (dove cioè si comincia a morire) dello spirito tedesco e la giovinezza di un’arte (il cinema) che segna la fine di tutte le arti? […] e anche l’unico che abbia capito che nel ventesimo secolo la politica non può essere altro che questo, spettacolo, e appunto cinema: a queste condizioni il trionfo dello spirito tedesco non può essere altro che la sua fine, il suo tradursi in un grande spettacolo cinematografico (le Olimpiadi, Leni Riefensthal, la guerra…)». Ma accanto a Syberberg ecco Wallace Potts, Jack Hazan, il cinema underground di Mario Schifano, Michel Snow e Andy Warhol, il quartetto ungherese formato da Miklós Jancsó, Péter Bacsó, István Gaál e András Kovács, Jean-Marie Straub e altri ancora. Il lungo elenco di nomi evocati di volta in volta comprende, ovviamente, altri personaggi più noti, da Buster Keaton a Jean-Luc Godard passando per i grandi registi western del brillantissimo saggio Il freddo western (riflessione sulle trasformazioni di questo genere cinematografico, che meno genere non si può, e sul concetto stesso di genere).

Abel Gance, Napoléon

Lo sguardo di Cordelli è essenzialmente quello di un grande frequentatore di cinema, un intellettuale che ha posto questa frequentazione al centro di una rete fatta di ragionamenti, di partecipazione a eventi collettivi (come il Napoléon di Abel Gance miticamente proiettato al Colosseo nel settembre del 1981, highlight dell’Estate Romana – questa indimenticata, per fortuna – di Renato Nicolini). Uno sguardo che tutto abbraccia, è proprio il caso di dire; che si muove in ogni direzione e lascia spazio alla passione personale, come dimostrano i pezzi più sentiti: quelli dedicati all’amato Valerio Zurlini («questo regista che amo come nessun altro»); alle indimenticabili interpretazioni di Louis Jouvet tra il palcoscenico e il set davanti la cinepresa («la macchina che fa invecchiare prima del tempo, la macchina che pretende di annientare o immobilizzare il tempo»); all’affettuoso ricordo di Emidio, del tempo passato insieme, del suo cinema concettuale, quasi astratto, e che in un altro capitolo diventa protagonista di uno spassoso racconto che lo vede confrontarsi con un amico, soprannominato Django, su Marlene Dietrich e Josef von Sternberg.

proiezione di Napoléon a Roma

Tutto Cordelli, dunque, in questi saggi cinematografici. Lo scrittore che con naturalezza passa dalla critica alla narrativa, dalla cronaca all’autobiografia, calato in un mondo fatto di sguardi (come molti suoi romanzi), di assenze e di presenze, di fedeltà e partecipazione appassionata, di solitudine e di amicizia: non così diverso, in questo senso, dagli eroi del Far West, il cui cinema rappresenta una quintessenza di purezza, di esaltazione di spazio e di movimento; eroi che sono un inno al coraggio e allo stoicismo, dietro le cui raffigurazioni più classiche si intravede l’ombra di Ernest Hemingway.

Franco Cordelli
Che tutto abbraccia. I giorni e i film
nota editoriale di Fabio Francione
Falsopiano, 2019, 184 pp., € 20

In copertina: una scena di Napoléon, di Abel Gance (1927)

(Roma, 1988) si è laureato in Letteratura alla «Sapienza» e scrive principalmente di cinema e letteratura. Ha lavorato nella redazione della casa editrice Ensemble ed è uno degli autori del libro collettivo “Roma degli scrittori” (Artemide 2015). Collabora e ha collaborato con diverse riviste tra le quali «L'Indice dei libri del mese», «alfabeta2», «Dude Mag» e «Altri Animali».