Poema Bonotto, trama delle corrispondenze

12/10/2020

In occasione della grande personale Epigenetic Poetry in corso a Marsiglia, ci piace riproporre – per la cortesia dell’artista – un suo lavoro risalente al 2015, già in collaborazione con la Fondazione Bonotto, a sua volta ispirato all’opera Dream ivi realizzata da Yoko Ono nel 2013. Il testo inedito che qui lo accompagna è un suo spin-off “lineare”, conservato dall’archivio della Fondazione insieme alla documentazione (di cui pure si offre, in calce, qualche specimen) del suo evolversi in partitura da performance. Come bonus track infine, e come assaggio della poesia “epigenetica” di cui l’autore qui discorre con Maria Teresa Carbone – nonché della travolgente “Fontana Experience” che ogni volta rappresenta il suo ascolto live – un piccolo estratto dalla sua performance, nel 2017, al Musée des Abattoirs di Tolosa.

A.C.

Scheda sul progetto di calcolo dell’ordito sonoro

Singolare. Il primo impatto con la sala macchine. Sorprendente. Del tutto inaspettato. Illuminato dalla prospettiva. Impressiva. E dall’insistenza del moto. Certamente speciale. Straordinario per l’intreccio delle dinamiche. Per le forme dei congegni. Per dettagli meccanici e modalità di connessione. Strumentazioni forti. Apparecchiature in avanguardia. Seppure arcaici i principi o le finalità principali. Intenzionalmente giocate su tempi lenti. Per rinnovate qualità. Sistemi estremi e arnesi elementari. Salti a ritroso e sguardi in proiezione. Ma i pezzi ci son tutti. Anche quelli della tradizione. Accanto ai dispositivi computerizzati. Ruote. Ingranaggi. Bielle. Pulegge. Pettini. Aspi. Pinze. Licci. Aghi. Subbi. Telai. E c’è il contrasto tra le parti metalliche. Dure e brillanti. Determinate nell’azione. Trascinanti. Millimetricamente calibrate. Intransigenti nella loro geometria calcolatrice. E la flessuosità delle fibre. Passive e cortesi. Poi intrecciate. Annodate. Tese. Ordite. Tramate. Intessute. Nei loro colori. Nei loro disegni. C’è tutta una meccanica danzante. Di assi. Pistoni. Guide. Rotori. Ma soprattutto inaudito è il coro dei rumori. Accordi sonori. Che assurgono a dignità di suoni strumentali. Ho immediatamente percepito le voci delle macchine in tutta la loro gamma di frequenze. Tutte. A tutto campo. Tutte. In quella fabbrica esclusiva. Illuminata dall’energia di un pensiero utopico che guarda al lavoro indagando ogni risvolto. Manuale. Mentale. Fattuale. Creativo. Strumentale. Sensuale. Esistenziale. Operativo. Ideale. E sia economico che funzionale. Atteggiamento visionario per una diversa intelligenza del lavoro e per un lavoro intelligente. Ribaltando prospettive. Direttive su inventive estroverse. Per misure trasverse. Attrattive inverse. In un contesto che guarda al dato culturale come punto di convergenza e di equilibrio di aspettative e di sviluppi concreti. Partecipazione? Corrispondenze? Forse. Coinvolgimento visivo. Certamente. Cromatico. Concettuale. Con opere d’arte in ambienti di lavoro. Testimonianze di un percorso costruttivo. Attivo. Sostenuto in campo. Da impegno avveduto. Assolutamente voluto. Acuto. Risoluto. Nutrito d’ingegno. Ecco. Un progetto di vita? Un sostegno? In chiave di ricerca. Artistica. Ecco. Poetica. La collezione in fabbrica. Una scelta poietica? Etica? Estetica? L’azienda definisca forme e sostenga senso e sostanza di vita. Essenze e consistenze. Costrutto e fondamento. Cuore pulsante. Un tempo sogno. Ora percorso di realtà su rinnovate concezioni produttive. È lì. In quell’universo ritmico che le voci mi raccontano storie positive. Le seguo. Rispondo. Le seguo. Mi lego al coro. Rilancio in contrappunto. Mi fondo ritmicamente in armonie metalliche. In passi percussivi. Cadenze. Sfregamenti. Successioni graffianti. Tintinnii. Soffi. Sibili. Schiocchi. Cigolii. Rintraccio echi. Clamori in risonanze. Ondeggiamenti. Modulazioni. Sequenze in quattro quarti. Scambi in tre tempi. E dicono. Le macchine. Dicono. Rilancio io sulla loro voce. Ché son trame trame. Dicono. Son trame trame. Son trame trame. Dicono. Son trame trame trame. Ed ecco allora le rare tessiture. Le rare tessiture. Rare tessiture. Rare tessiture. Che rendono prezioso il canto. Coro operoso. O in tono brioso quando vola la spola. Vola la spola. Vola la spola. Ché vola la spola. Vola la spola. E quella macchina tesse. Quella macchina tesse. Quella macchina tesse. Ché l’altra tesse e intesse. Tesse e intesse. Tesse e intesse. Tesse e intesse. E arabeschi ricama. Arabeschi ricama. Arabeschi ricama. Arabeschi ricama. Nel mentre di là vola la spola. Vola la spola. Vola la spola. Vola la spola. La spola vola. E gongola. E c’è chi trottola. E ruzzola. E c’è chi arrotola. E sbozzola. E c’è chi trama. Chi tesse. Chi griffa. E chi graffa. Chi slaccia. E chi allaccia. Chi traccia. E chi taglia. Chi intreccia. E chi lega. Chi slega. Chi borda. Chi disfa. E chi sborda. Chi sgancia. Chi aggancia. E chi acconcia. E chi sfrangia. E chi arrangia. Chi fascia. Chi lascia. Chi canta in orchestra. Chi tesse. Chi griffa. Chi graffa. Chi slaccia. Chi allaccia. Chi traccia. Chi taglia. Chi intreccia. Chi lega. Chi slega. Chi borda. Chi disfa. Chi sborda. Chi sgancia. Chi aggancia. Chi acconcia. Chi sfrangia. Chi arrangia. Chi fascia. Chi lascia. Chi canta in orchestra. È maestra d’immagine. Anche. Mentre veleggia. Ecco. Guarda. Ora. Ch’è a tutto campo. Il DREAM di Yoko Ono. È là. Dream. Su. In posizione nobile. Contro uno sguardo mobile. Ch’è realtà fecondatrice. Ordinatrice. Essenziale. Ed è qui che è la matrice. Qui e là. È qui. È là. Qui e là. In flash mentali. Lampi focali. Fosfeni ideali. In baleni. In reparti. Per corridoi. Laboratori. Nelle sale delle macchine sonanti. Tra magazzini e uffici. Ché allaccia profili esistenziali. Inquadra altre figure del tempo. Per fili. Per licci. Per giri di ricci. Essenziali. Di maglie in occhielli che aprono il passo. Che bloccano i fili di trama e d’ordito. S’arrotola il filo sull’aspo. La tela. La trama. Per garze a ricamo. Per aghi. Sul subbio. Per raso o piqué. Con filato ritorto. Di passo per passo. In orbace. In organza. Passina. Navetta. Spoletta. Di mussola in felpa. Per licci. Per fili di ricci. Ché vola la spola. Vola la spola. Ché vola la spola. Vola la spola. E cresce la tela. Cresce la tela. Cresce la tela. Cresce la tela…

Leggi anche: Ancora una spinta dal trampolino, Giovanni Fontana in mostra, di Maria Teresa Carbone

In copertina: Giovanni Fontana in performance, Shanghai 2005, ph. Bernard François

Giovanni Fontana

architetto, si dedica alla ricerca poetica intermediale. Poeta e performer, collega la pratica della scrittura ad esperienze fono-visuali. Creatore di romanzi sonori e di videopoemi, ha scritto una trentina di libri. La sua produzione acustica è documentata in una vasta discografia, avviata negli anni Settanta con i primi numeri dell’audiorivista “Baobab”. Ha vissuto gli anni del Mulino di Bazzano e ha fatto parte della redazione di “Tam Tam”. Il suo primo libro, “Radio/dramma”, è uscito nel 1977 per le edizioni Geiger. Ha scritto per molti musicisti, tra i quali Ennio Morricone e Roman Vlad. Tra le recenti opere, la pièce radiofonica “Le droghe di Gardone” (Fondation Louis Vuitton, Paris 2016), il vinile “Epigenetic Poetry” (LP Recital, Los Angeles 2016), il libro d’artista “Fonemi” (Peccolo, Livorno 2017), le scritture metacritiche Discrasie (Novecento, Roma 2018), il poemetto verbo-visivo “La voix et l’absence” (Dernier Télégramme, Limoges 2019) e la mostra/installazione “Epigenetic Poetry” (CipM, Marseille, 2020)

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