Flavio Favelli, brividi d’aura

Ci voleva la curiosità linguistica di un artista-scrittore come Flavio Favelli (ha proprio ragione Pietro Gaglianò: a dispetto dei tanti artisti-scriventi è proprio lui, fra i pochi a potersi dire davvero tale) per farci notare l’aspetto inquietante, se non proprio horror, del “Fondo Oro” che tanto ha illuminato, in modi apparentemente così rassicuranti, la nostra tradizione più gloriosa. Per di più desumendo tale cortocircuito dal titolo più celebre, che s’immagina quanto possa aver turbato la sua mitobiografica infanzia, di un regista chiamato Argento… Del resto Oro e Argento in comune hanno una luccicanza che acceca (l’auri sacra fames di virgiliana memoria), un po’ come quella che mandava ai matti i malcapitati reclusi nel lockdown stagionale di Shining… e c’è da scommettere che il calembour che intitola Profondo Oro (in mostra sino al 31 marzo ad Arte in Fabbrica, lo spazio espositivo da poco ricavato all’interno dello stabilimento dei Tessuti Gori, a Calenzano: luogo di per sé stupefacente, questo, dal quale è partita la prodigiosa avventura di famiglia) derivi, con ulteriore agudeza, da quello appunto famigliare dal quale prende il nome la casa editrice, Gli Ori, cui si deve il pregiato cataloghino (pp. 102, € 20). Da cui desumiamo, per la cortesia degli autori e appunto dell’editore, i testi del curatore e dell’artista. 

Per l’ennesima volta Favelli s’inabissa nei meandri della sua memoria famigliare, sostanza fluida e sfuggente ma crudelmente rappresa, impigliata com’è a spigoli materiali, di borghese solidità e apparente irreprensibilità, come i Mobili di Casa: questi Lari severi e massicci ai quali, blob luminescente ma dalla consistenza micidiale, si appiccica la Permanenza di Ciò Che Resta – i manes, appunto – di quella Vita Anteriore dalla quale l’artista adulto non ha modo di distaccarsi. Queste «anime scure», come le chiama lui, gli hanno parlato allora – e continuano a parlargli adesso. Con loro intrattiene un rapporto tanto intimo quanto crudele: come ci racconta lui stesso nella voce più lancinante di questo suo Glossario, per «trattarli» – e così accoglierli, provvisoriamente pacificati, nel proprio «corpus» – li deve prima «scassare», «disossare», «quasi scuoiare», questi Spiriti della Casa: come esseri viventi che vanno minuziosamente “preparati”, prima di divorarli senza pietà, o come persone amate colle quali intratteniamo commerci tanto affettuosi quanto osceni. E a ben vedere, appunto, orrorosi. Il “trattamento” che Favelli esercita, sui mobili trouvés protagonisti assoluti del suo corpus, ricorda insomma inequivocabilmente quello, perverso ma non per ciò meno amoroso, che riservava Hans Bellmer alle sue malcapitate Poupées.

Aggirandomi in questo labirinto di princisbecco e mogano liso, silverplate e neon appannato, ho capito che «la casa», «sostituzione metonimica della famiglia» (così, perfettamente, Gaglianò in catalogo), è davvero immagine agente – correlativo oggettivo – delle ambagi della sua psiche (piuttosto che, junghianamente, della sua Anima): La mia casa è la mia mente, infatti, s’intitolava un suo testo del 2002. E allora il suo «animismo dell’inorganico» guarda sì ai colori cupi e introversi di Kounellis (sostiene ancora Gaglianò), così come le appassite estasi commerciali dei suoi neon non possono non evocare Warhol; ma attraverso quella generazione incontournable Favelli retrocede ulteriormente; giù, più giù: sino al cuore di tenebra del Novecento italiano.

Scriveva nel 1927 Giorgio de Chirico: «non siamo soliti attribuire ai mobili il potere di risvegliare in noi idee di particolare stranezza; da qualche tempo però so per esperienza che spesso tutto questo è possibile. Capita qualche volta di constatare con quale singolarità si offrano alla nostra vista i letti, gli armadi a specchio, le poltrone, i divani o i tavoli quando improvvisamente ce li troviamo davanti per strada, inseriti in un contesto in cui non siamo abituati a vederli, per esempio durante i lavori di un trasloco, o in certi quartieri, oppure davanti alle entrate dei bottegai e dei rigattieri che espongono sul marciapiede i pezzi più pregiati delle proprie mercanzie» (cito dalla traduzione, di Michele Zaffarano, di Statues, Meubles et Généraux: ora nella Casa del poeta, La nave di Teseo 2019). A quei mobili all’improvviso spostati, decontestualizzati dall’insieme in precedenza inalterabile dell’intérieur borghese, il Pictor Optimus attribuisce «una bizzarra e immensa felicità»; e cita il suo esegeta Jean Cocteau, secondo il quale quelle presenze nelle sue tele, di per sé inquietanti, sono invece da prendersi come «il contrario di una rovina»: «brandelli di un palazzo a venire».

Anche per i nevrotici plazers di Favelli, testimonia Gaglianò, vale la medesima ambivalenza: ma anche in lui s’accampa appunto l’angoscia, il brivido incurabile che produce lo strappo (questo gesto così spesso, nei lavori dell’ultimo periodo, da lui evocato e concretamente praticato), l’abrasione, lo spostamento. La fuga, cioè; o meglio l’esilio: scacciato da Paradisi Infantili non verdi-smeraldo, nel suo caso, bensì bruni-mogano. La Casa-Psiche, per dirla col fratello del Pictor Alberto Savinio, era ispirata: infestata dai fantasmi, cioè; ma, anche, prodigiosamente abitata. La Casa Nuova invece, premessa d’ogni Avventura, è intanto icona d’ogni Smarrimento: il de Chirico propriamente “metafisico”, dieci anni prima, non a caso paragonava se stesso a un «immobile ipotecato», cioè svuotato dei suoi Lari protettivi in forma di mobile, e così lasciato in una «spaventevole solitudine», dal «carrozzone giallo» dei traslochi (così in Frammento e in Villeggiatura, a loro volta nella Casa del poeta): come quello che attende paziente, con quieta spietatezza, all’angolo di Mistero e malinconia di una strada.

Insistendo a interrogare quelle superfici lisce di scansie e vetrine, raschiando spietato il retro dei loro vetri e pannelli, si è accorto Favelli che ne emerge, inaspettata, una superficie ambigua: né propriamente lucida né del tutto opaca. E con un brivido ha scoperto che corrisponde alla superficie d’uno specchio, seppur torbido (per specula et in ænigmate). Uno specchio involontario ma, da quel momento, inaggirabile. Quando restiamo soli, nella Casa non più Ispirata, una sola cosa ci resta da fare. Guardare, in quella superficie: e riconoscerci. Con un brivido.

In copertina: Flavio Favelli, Gold Special, 2019

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.