Sicilia metafisica

Quando con l’aereo che arriva da Roma sorvoli l’Isola e intravedi dal finestrino, se non c’è foschia, la sagoma scura e imponente del sommo vulcano, che si staglia al centro della terra irto, fumante e solitario, ti rendi immediatamente conto che la Sicilia non è l’estremità dell’Italia, la sua periferia estrema ed equatoriale, bensì il suo punto di partenza, il suo principio, la sua scaturigine.

La luce abbacinante del primo meriggio estivo, che tutto pervade ed acceca, capace di allungare persino le ombre dei dettagli più infimi, ricorda con superba foga anche al visitatore disattento e indifferente che qui siamo ancora nel grembo materno, a metà tra il paradiso che vorremmo raggiungere e l’inferno che ci tocca vivere, falsamente al riparo dai cataclismi e dalle rivoluzioni che incedono e si propagano all’esterno della membrana. Ecco perché in Sicilia «ogni cosa è reale due volte», come scriveva Vittorini ne Le città del mondo, ben consapevole della stratificazione eccessiva che caratterizza sin dalle origini il paesaggio umano e naturale di questo spezzone di roccia, lo spazio collettivo di storia e individualità in cui nel corso di secoli di affermazione e incuria, di stupore e sfregio, simboli su simboli, reali o artificiosamente proiettati, si sono depositati e radicati, susseguendosi senza sosta, ispessendo la fisionomia delle cose che circondano lo sguardo, arricchendone le sfumature e i riflessi.

Al di là delle mitizzazioni romantiche, delle fascinazioni poetiche e filosofiche, degli inganni mefistofelici dovuti ai retaggi dell’immaginario classico, al Grand Tour settecentesco e al frenetico incedere di Re e Principi, sovrani stranieri e signoria autoctona, la Sicilia, triangolo luttuoso e nostalgico, rimane ancora oggi un eccesso che si fa beffe di coloro che vorrebbero imporle misura, rigore e castità. Le sue forme sinuose e misteriose, mai solo selvagge e mai davvero umanizzabili, e i suoi colori rigogliosi e perversamente candidi sfidano la sazietà di una conoscenza addomesticata, scivolando sempre a lato, nei margini di ciò che non può essere compreso, dando vita ad uno scarto irriducibile, trionfo del sogno imprendibile e ombrato.

L’occhio irrequieto e schizofrenico tenta di assorbire la pregnanza icastica e ferina, lo splendore indomabile e iridescente degli elementi primari – terra, fuoco, acqua, aria – e delle costruzioni architettoniche che ne limano i confini, ma le immagini che vengono fuori, quelle che poi la memoria sintetizza alla fine del processo di apparente acquisizione, sono destinate al fallimento dell’incombaciabilità, triste destino di un’appropriazione vacua e impossibile. E però non se ne può fare a meno, di osservare e apprendere la meraviglia, o almeno i suoi fenomeni più accessibili e propizi, perché le contraddizioni esacerbate ed estreme che aggrovigliano strenuamente i fili del gomitolo, i contrasti stentori e irridenti, pongono in questione l’atto stesso del guardare, ridefinendone il canone, la traiettoria e l’intenzione.

Perché cosa guardiamo quando guardiamo il mare di Sicilia, le sue spiagge, gli intarsi barocchi delle sue chiese, le cupole arabo-normanne, i soffitti alti, i mosaici, i pavimenti, le vestigia di templi e basiliche? Guardiamo il lascito, a volte deturpato a volte salvaguardato, di una Storia troppo ricca e multiforme per essere ripercorsa nella sua interezza, cronologia di assenze e fantasmi, o semplicemente noi stessi, ripiegati fissamente sull’idea pregressa che abbiamo di una certa visione nel momento stesso in cui guardiamo la Sicilia?

L’Isola interroga e non risponde, lascia l’urgente incombenza agli altri. Qui, dove il passato arcaico impregna di fatalismo i gesti e le parole e riti ancestrali irretiscono la conversazione e il comportamento, la decadenza dell’uomo fattosi artefice, assassino e testimone, e della terra che lo ospita e lo rinnega diviene arte dello spirito. In Sicilia si acquisisce la perfetta consapevolezza, tanto agognata quanto improvvisa, che il tempo non è altro che una mera convenzione sociale, un artefatto come tanti altri, e che in questa peculiare dimensione temporale-geografica lo scorrere dilatato dei giorni è il frutto genuino di una propensione quasi sacrale al rispetto della lentezza e al suo germinare mansueto. Ne consegue una vocazione esistenziale per il non-finito, in virtù della quale la natura, da sempre amica e nemica trascendentale, sfugge alle maglie di ogni presunta razionalizzazione, non riconducibile all’ordine proprio e totalizzante del pensiero occidocentrico, alle sue gabbie teoretiche e immanenti, producendo un avanzo di vita, tumulto e caos, dando adito ad una rivendicazione di vanità e indomabile alterità che preclude il tentativo definitivo di appropriarsene per una successiva e futura omogeneizzazione.

Non resta che accostarsi alla natura assecondando ciascuno la propria parabola di ascolto e contatto, interpretando i segni e i segnali veri o immaginifici, spesso troppo reali per essere avvicinabili, inevitabilmente accecati dalla subdola e serpeggiante brama di manomissione e usurpamento.

Tramata da una pluralità costitutiva, storicamente data e ancora stupendamente esperibile, di culture e affluenze, approdi e permanenze, suoni e connivenze, la Sicilia non è solo lo specchio deformante di un intero paese, la sua cartina di tornasole più prossima, la figlia prediletta e odiata, ma anche e soprattutto una tentazione assurda e controversa, ciclicamente riaffiorata, il desiderio non sopito di afferrare e dominare l’ideale d’una bellezza che vince ogni umana interpolazione, mediazione, bruttura, sotterfugio, omicidio, malversazione, offesa, predominio. E allora, nell’infatuazione costante ed eterna dell’uomo per la terra, su cui ha edificato, pregato, mangiato, camminato, bevuto, ucciso e parlato, la Sicilia diviene altro, diviene metafora, come direbbe Sciascia, figura retorica che dice più di quel che sembrerebbe dire alla mera apparenza, gioco figurato dalle potenzialità interminabili, essenza capace di aggiungere per sottrazione.

Pullulante di vita, dalle sue manifestazioni più brutali alle più raffinate, la Sicilia si erge come enigma irrisolto e irrisolvibile, che ha inscritto nel proprio nucleo magmatico la storia della civiltà occidentale, le sue ramificazioni attuate o impensate, i suoi segreti più oscuri e taciuti, dagli albori primigeni alla fine dichiarata e imminente. 

In copertina: Etna, ph. Piermanuele Sberni©, 2018

è nato nel novembre del 1995 ad Atri (TE). Dopo essersi laureato in "Studi letterari e filosofici" all'Università di Siena con una tesi su Cortázar e il neofantastico, ha conseguito il titolo di laurea magistrale in "Editoria e scrittura" all'Università La Sapienza di Roma. Ha fondato e gestisce il sito di cultura e critica “Quaderni contemporanei”, collabora con “Flanerí” per la sezione di critica letteraria e ha pubblicato articoli saggistici e racconti su “Diacritica”, “Frammenti Rivista”, “Nazione Indiana”, “Altri Animali”, “Clean”, “Poetarum Silva”, “Rivista Blam”, “Pastrengo”. Una sua breve prosa non-fiction è apparsa nella raccolta collettiva "I giorni alla finestra" (il Saggiatore, 2020). Il suo primo romanzo – “Trittico” – ha partecipato alla XXXIII edizione del Premio Calvino.