Il delirio del particolare. Un Kammerspiel

Definiva «teatro», Giorgio Manganelli, l’«occupazione verbale, gestuale e visiva di uno spazio privilegiato». Benché quell’occupazione avesse tentato a più riprese, il Manga venne sempre respinto con perdite (come quando, raccontò poi con spasso masochistico, ardì infliggere una riscrittura dell’Otello, Cassio governa a Cipro, agli operai del petrolchimico di Marghera…); miglior esito ebbero i suoi radiodrammi (spesso con la complicità di Carmelo Bene), come le celebrate Interviste impossibili, che presupponevano uno «spazio privilegiato» solo virtuale: acustico e mentale.

Il caso di Vitaliano Trevisan è diverso. “Nipotino” notorio di un peso massimo della drammaturgia novecentesca come Thomas Bernhard (e pronipotino di Samuel Beckett), il suo «spazio privilegiato» è sì acustico ma, pure, squisitamente fisico: nello specifico, vocale. Non a caso, alla scrittura teatrale ha ben presto affiancato la presenza scenica in prima persona, e poi anche la regia. Con risultati, anche di pubblico, lusinghieri (in un caso eloquentemente antemarcia, rispetto a problematici exploits cinematografici recenti: alludo a Una notte in Tunisia, 2011). Quest’ultimo Il delirio del particolare (vincitore del Premio Riccone nel 2017 e ora pubblicato, con eleganza grafica e accompagnato da note critiche di Luca Molinari e Giorgio Sangati – che lo dirigerà, il prossimo 24 novembre a Brescia, con Maria Paiato nel ruolo della protagonista – da Oligo Editore di Mantova: pp. 93, € 12), del quale per la cortesia di autore ed editore proponiamo la parte finale, parrebbe porre però – rispetto al suo curriculum drammatico – problemi nuovi; che sono poi, del teatro, i problemi di sempre.

I tre personaggi che prendono la parola (oppure sono soprattutto dediti, come il servo di scena «Cecchin», ad ascoltarla – e prendere nota) ruotano attorno a un convitato di pietra, è il caso di dire, che è al centro dei loro pensieri ma la parola non può prenderla; per la buona ragione che è morto. Protagonista innominato o innominabile, ma ripetutamente alluso (così come quando si evoca «Goffredo», in precedenza, è ovviamente a Parise che si allude), è infatti il grande Carlo Scarpa (1906-1978): la cui «architettura», si sostiene, «ha sempre a che fare con la morte». La non meglio identificata «Vedova», che ne compone un ritratto postumo a beneficio dello studioso «Bernardi», è identificabile in Onorina Brion Tomasin: che, rimasta appunto vedova d’un industriale grande ammiratore dell’architetto, nel 1969 gli commissionò il sepolcro – la Tomba Brion, appunto, probabilmente l’edificio più ammirato e studiato del Novecento italiano – che di Scarpa è rimasto il capolavoro (nonché l’estrema dimora: perché l’architetto, rimasto vittima di un banale incidente in Giappone, fu sepolto in un angolo appartato di quella sua opera in tutti i sensi estrema, portata a termine poco dopo la sua morte).

Nei confronti di quel Luogo così simbolico, e del suo così idiosincratico Artefice, la donna mostra un’insanabile ambivalenza. Luogo della visione e della creazione, dell’intimità e della memoria, ma anche dell’impazienza e dell’insofferenza («tutti quei particolari»… dev’essere davvero «un diavolo» uno così ossessionato dai dettagli… sicché ogni casa, non solo «questa», è «una trappola»). Luogo dove ancora risuonano le parole del dèmone incompreso, o forse sin troppo esplicito: «possiamo girarci intorno all’infinito ma alla fine bisogna avere il coraggio di parlare delle rose». E così, confrontandosi con un genius loci così emblematico, anche per Trevisan pare venuto il momento del «coraggio»: quello in cui il teatro torna a rivelarsi, nella sua essenza, davvero l’occupazione di uno spazio privilegiato. La sua resa dei conti, si capisce, non si gioca solo con la memoria.

Andrea Cortellessa

   

[…]
VEDOVA Tutto diventava per lui un particolare
da approfondire
da discutere
Del resto
un insieme
è sempre un insieme di particolari
di frammenti
non è così

BERNARDI Frammento è una parola chiave
molto più di particolare
Il frammento
che ci rimanda sempre a un tutto irrimediabilmente perduto
defunto
irrecuperabile

VEDOVA Ecco!
Cosa le avevo detto Cecchin
Le esatte parole

CECCHIN (estrae taccuino; cerca; legge)
Un architetto di sepolcri
Un’architettura che ha sempre a che fare con la morte

BERNARDI Forzando l’interpretazione

qualcuno potrebbe benissimo affermarlo
Frammenti di un discorso funebre
sia che rimandino a un tutto preesistente
che a qualcosa di là da venire

VEDOVA Voilà!

BERNARDI Ma il poema frammentario
cara signora
non è necessariamente incompiuto
solo
apre a un altro modo di compimento
in cui entra in gioco la memoria
l’attesa
il tempo
In definitiva
un’architettura in cui lo spazio e il tempo
non sono in successione logica
capisce

un tempo

VEDOVA Mah!
Lei li chiama frammenti
per me erano particolari
Tutto dipende da chi guarda
non è così
da come si guarda
E comunque
lo studio di ogni singolo particolare
generava altri particolari
Tutto il periodo dei lavori
e si tratta di anni
caro professore
almeno dieci anni di lavori
tra il cimitero e la casa
dieci anni vissuti nel delirio del particolare
per così dire
E tutte sempre soluzioni fattibili sì
Così ero costretta a scegliere
E poi
è naturale che
alla fine
qualsiasi fosse la scelta
per quanto fossi convinta
mi rimaneva sempre un po’ di nostalgia
Capisce professore
nostalgia
per quel che poteva essere
e non è stato
un tempo
E comunque
una volta fatto il lavoro
avevo sempre l’impressione che fosse stato lui a decidere
non io

inizia a piovere (il suono deve iniziare qui, ma non si deve sentire) – un adeguato crescendo che culmina in una stabilizzazione

VEDOVA Un giorno
una discussione lunghissima
estenuante
caro professore
non mi ricordo più nemmeno per cosa
Ma era primavera
verso il tramonto
come adesso
ma una bellissima giornata di sole
Ed ero decisamente arrabbiata
Esausta
arrabbiata
e sola
Mio marito aveva appena avuto l’infarto
Non aveva tempo né voglia di seguire i lavori
dovevo decidere tutto io
capisce
La verità
caro professore
è che ero stanca
terribilmente stanca
Basta con tutte queste infinite discussioni
mi dicevo
In fondo
volevo solo una casa
possibilmente bella
ma
come dire
più normale
senza tutti quei
particolari
o frammenti
come li chiama lei
Il progetto c’è
il più è fatto
mi dissi
e con tutti gli architetti che ci sono in giro
vuoi che non si riesca a trovarne uno meno
impegnativo
uno che finisca i lavori senza che ci sia sempre da discutere su tutto
Lavori che
detto per inciso
dovevano già essere finiti da un pezzo
E preventivi lievitati naturalmente
anzi
esplosi
Tra casa e cimitero
una somma spaventosa
caro professore
e lavori che non finivano mai
un tempo
Pensavo che se ne fosse andato
e decisi di fare una passeggiata in giardino
per sgravarmi della tensione
Faccio pochi passi
e anche lui è lì
in giardino
che passeggia tra le aiuole di rose
Le rose che avevo voluto io
caro professore
O almeno
così credevo
Non si accorse di me
e rimasi a guardarlo
Ero sorpresa
pensavo che se ne fosse andato
capisce
e al tempo stesso
forse era un segno
Se volevo
lasciarlo
per così dire
tanto valeva farlo subito no
Ma poi
mentre lo guardavo
il cappello di paglia in testa
gli occhiali tondi
che camminava tra le rose con le sue scarpe di camoscio su misura… (ride)
Quando si accorse di me gli andai incontro
Un tempo
Lei è un diavolo
gli dissi
mi fa credere che sono io a decidere tutto
ma in realtà è lei
E lui
subito rimase in silenzio
poi disse una cosa come
Signora
io credo che

che possiamo girarci intorno all’infinito
ma alla fine
bisogna avere il coraggio di parlare delle rose
un tempo
Il coraggio di parlare delle rose
A volte
le sue parole erano più indecifrabili dei suoi disegni
Eppure
in quel momento
in quel preciso momento
caro professore
mi sembrò di aver capito benissimo
un tempo
A volte
noi capiamo intimamente qualcosa
più per via di certe circostanze particolari
atmosferiche
per così dire
che non per le parole in sé
non crede
E naturalmente
il modo in cui vengono dette
un tempo
Era un bellissimo giardino
Ora si è tutto inselvatichito

BERNARDI (toglie di tasca un taccuino e annota)
Il coraggio di parlare delle rose
Un tempo – annota qualcos’altro; rimette in tasca il taccuino
Potrebbe essere il titolo che cercavo
Naturalmente
col vostro permesso/ signora

VEDOVA Usi pure delle mie parole come vuole
caro professore
ne sarò lusingata
Ma non deve citarmi
E naturalmente
come le dicevo
può tenere i disegni solo a patto che non siano pubblicati
Per quanto stilizzata
sono pur sempre io

BERNARDI Naturalmente signora
Questo s’intende

pausa – da qui la pioggia è presente

VEDOVA Piove Cecchin
Un tempo
Mi sembra che stia piovendo

CECCHIN (va alla finestra)
Decisamente
signora

VEDOVA I vetri sono tutti al loro posto

CECCHIN Come da partitura
signora

VEDOVA (con lo sguardo al soffitto)
Sperando che
in tutto questo tempo
non sia cambiato qualcosa
un tempo
Prima ho detto
speriamo che non piova
ma in fondo
è una fortuna Cecchin
un tempo
Intendo per lei
caro professore

BERNARDI Per me

VEDOVA Non scrive Goethe
da qualche parte
che l’architettura è musica congelata

BERNARDI Nel Viaggio in Italia

dopo aver visitato Vicenza

VEDOVA Vicenza certo
Palladio

la prima goccia di pioggia cade su un vetro – ovvero qui inizia “Se non perde non è un Tetto” (per accumulo casuale che si stabilizza in una sequenza – melodia, i think)

VEDOVA Ecco
Ha sentito

Pausa – un’altra goccia di pioggia; o due

VEDOVA Rumore di gocce di pioggia
La casa ha un difetto
Un tempo
È tutto molto fatiscente
Inevitabile
dopo tutti questi anni
Eppure
forse
mi piace di più così
Un tempo
Gliel’avevo detto Cecchin
che sarebbe stato meglio non venire
Perché non mi ha ascoltato

CECCHIN …

VEDOVA D’altronde poi le ho anche detto di preparare le valigie
Non è certo colpa sua se ora siamo qui
Però gliel’avevo detto
che sarebbe stato meglio non venire

CECCHIN Sì signora
In effetti l’aveva detto

VEDOVA La memoria è tutto
Sapevo che era qui
e apposta non ci venivo
Ora che ci sono

Pausa – il tempo di un “frammento musicale”

VEDOVA (a Bernardi)
È musica
È architettura
Un tempo
Cecchin
la partitura per favore

Cecchin porta la partitura alla vedova

VEDOVA (passando il disegno a Bernardi)
Il suo ultimo lavoro
caro professore
prima di andarsene a morire…
Dov’era Cecchin

CECCHIN (estrae taccuino e legge)
…tutti si stupirono
non tanto del fatto che fosse/ morto in Giappone…

VEDOVA Più avanti Cecchin
Più avanti

CECCHIN …ma che fosse morto a Sendai
una città di cui nessuno/ aveva mai sentito…

VEDOVA Sendai!
Esatto
Sendai

BERNARDI È vero
Anch’io
all’inizio
ero stupito

VEDOVA A Sendai non c’è niente

BERNARDI E così pensavo anch’io
Finché non mi imbattei
in una storia

VEDOVA (battendo le mani) Una storia!
È un secolo che nessuno ci racconta più una storia

BERNARDI È vero
a Sendai
per un architetto
non c’è niente
Ma Sendai era solo una tappa
Il giorno seguente era atteso più a nord
a Hiraizumi
la città del mausoleo d’oro

VEDOVA Il mausoleo d’oro!

BERNARDI Sì signora
La città fu distrutta nel XII secolo
Rimase solo il mausoleo
tutto ricoperto in lamine d’oro
che custodisce i sarcofagi dei vecchi signori

VEDOVA Un sepolcro!
Cosa le dicevo Cecchin
Se uno guarda bene…

CECCHIN Tutto acquista senso
Signora

BERNARDI Ne parlai con un collega giapponese
E lui
quando gli dissi che
molto probabilmente
la sua meta era il mausoleo d’oro
quasi si commosse
Era lo stesso itinerario percorso da Bashò
un grande poeta del XVII secolo
che
in vecchiaia
lasciò la sua casa
anche lui diretto al mausoleo d’oro
Ma nemmeno lui ci arrivò
cara signora

VEDOVA Anche lui a Sendai

BERNARDI Questo non è chiaro
Ci resta il suo ultimo haiku
(prende taccuino; legge)
Caduto malato durante il viaggio
i miei sogni vagano
per lande desolate

pausa – (ascolto; le frasi musicali sono ormai articolate e, da qui in poi, tendono a oscurare le parole)

Un tuono molto forte

Buio

Pausa

Cecchin accende una torcia elettrica

VEDOVA Allora
Che ne dice professore
(ridendo – non troppo)
È musica
È architettura
Un tempo
Le candele Cecchin
Dovrebbero essere nella cassapanca

CECCHIN Subito
Signora

VEDOVA E faccia attenzione
Questa casa è/ una trappola

Cecchin inciampa, ma non rompe niente; trova le candele

VEDOVA È musica
È architettura
Un tempo
Ma grande senso della melodia
Da qui voce sfuma fino a zero
non trova anche lei professore
Che sia musica
che sia architettura
comunque un grande senso della melodia

mentre il sipario si chiude molto lentamente, Cecchin inizia ad accendere le candele

Fin!

In copertina: una veduta della Tomba Brion di Carlo Scarpa

(1960) Consegue il diploma di geometra nel 1979. Libri: "Un mondo meraviglioso, uno standard" (Theoria 1996; Einaudi stile libero 2003), "Trio senza pianoforte, Oscillazioni" (Theoria 1998), "I quindicimila passi, un resoconto" (Einaudi stile libero 2002), "Standards vol. 1°" (Sironi 2002), "Shorts" (Einaudi stile libero 2004), "Wordstar(s)" (Sironi 2004), "Il ponte, un crollo" (Einaudi stile libero 2007), "Grotteschi e arabeschi" (Einaudi stile libero 2009), "Due monologhi" (Einaudi 2009), "Tristissimi giardini" (Laterza 2010), "Una notte in Tunisia" (Einaudi 2011), "Works" (Einaudi stile libero 2016). Ha recitato come attore al cinema (a partire da "Primo amore" di Matteo Garrone, 2003), a teatro e in televisione.