Corpo e spazio in Francesca Woodman

É facile parlare di vagheggiamento della morte dopo aver letto la biografia – e il suo tragico epilogo – di Francesca Woodman. E tuttavia non posso esimermi dal pensarlo, ogni volta che scorro velocemente con un senso di inquietudine quelle immagini. Cos’è la morte autoinflitta se non primariamente un attacco contro il proprio corpo nella sua peculiarità spazio-temporale, quel modo unico con cui un individuo si situa e si muove nello spazio e occupa, in tutte le accezioni del termine, il proprio tempo?

In molti scatti della fotografa statunitense mi pare emergano alcuni elementi pregnanti e ossessivamente presenti: l’ambientazione costituita da muri scalcinati di abitazioni fatiscenti, corpi umani nudi che guardano verso l’obiettivo enigmaticamente, figure femminili che cercano di insinuarsi, di fondersi o confondersi con i luoghi in cui sono immerse (quei muri fatiscenti, l’assito sgangherato del pavimento, la natura circostante). Pare non esserci una via di mezzo, dunque: il corpo di una donna sfuma spettrale sullo sfondo – con il viso spesso nascosto o dissolto più del resto della figura – oppure risuona roboante nella sua cruda fisicità in una stanza molto spoglia o decadente.

Altro elemento interessante è costituito dal movimento delle figure che finisce spesso per sfocare le immagini rendendole eteree. Se il corpo è fermo tende a confondersi con lo sfondo decadente; se si muove evapora, si disperde, tende a svanire. Il tutto all’interno di uno spazio claustrofobico che, di solito, non si espande molto al di là di un pezzetto di natura che s’intravede, o di scorci d’interni di un’abitazione. Nelle foto della Woodman il corpo si vede bene solo quando è fermo, statico, privo di protezioni nella sua nudità; altrimenti si muove e si disperde, diventa quasi uno spettro che si fonde con l’ambientazione in rovina che si ripete con lugubre costanza.

Anche le pose sono interessanti. Riflettono contorsioni sensuali e ammiccanti, ma anche di dolore e paralisi; corpi-oggetto piegati in stanze piene di elementi vecchi, rotti o impolverati. È una sensualità intimamente legata alla morte e al dolore, quella che ci presenta la Woodman, possibile rappresentazione della morte psichica cui si va incontro se l’individuo-corpo non trova la sua giusta collocazione nella realtà, se non viene visto per come è realmente (si pensi alle immagini sfocate appunto).

La nudità poi, per la Woodman, pare acquisire una valenza particolare: le pose dei nudi sono ingenue, timide, oppure prorompenti e consapevolmente sensuali. Il corpo viene acclamato nella sua capacità di sedurre lo spettatore, ma anche nascosto agli sguardi, sporcato volutamente o reso evanescente. Capita che le pose, pur melliflue, riecheggino quelle dei cadaveri non ancora irrigiditi dal rigor mortis. Ritorna poi l’immagine dello specchio come elemento centrale in alcune foto (assieme alla figura umana): uno specchio che nasconde e rivela al tempo stesso aspetti della scena o della figura che l’obiettivo, e chi guarda, non riesce a carpire.

Osservando quelle foto mi viene da pensare che il corpo rappresenti per la Woodman – e forse anche per ognuno di noi – il modo unico che ha ognuno di stare nello spazio, di interagire con esso, di occuparlo. Un modo che riflette ciò che una persona è nel mondo (lo spazio fisico esterno), con gli altri (lo spazio sociale-interpersonale) e con sé stesso (lo spazio privato della propria mente). Il corpo che si muove nello spazio come la mente che si muove in sé stessa, nei suoi meandri cognitivi e nelle sue oscillazioni affettive.

Forse il modo in cui ognuno riesce a muoversi dentro uno spazio, ad appropriarsene, a lasciarvi un segno o a svanire, è indicativo dell’integrità della mente, della sua strutturazione e soprattutto della sua vicinanza o distanza dal corpo soggettivo. Dunque il modo in cui un corpo interagisce con lo spazio, o lo spazio che ognuno si sceglie come luogo privilegiato di espressione, come aspetto speculare del rapporto che ognuno ha col proprio spazio psichico, fatto di pensieri, fantasie, impulsi, sogni, volizione.

Più io mi sento a mio agio nel mio corpo e riesco a guardarlo, ad esplorarlo, a toccarlo, più io riesco a interagire col mio spazio, concedendomi gradi di libertà sempre maggiori in esso. E d’altronde lo stesso Freud sottolineò questo intimo rapporto tra corpo e mente, nel vedere l’Io individuale come un’istanza innanzitutto corporea, che matura e acquisisce coscienza di sé solo gradualmente, attraverso ripetuti scambi con l’ambiente in risposta alle sue primitive esigenze pulsionali-corporee (sessuali, in senso lato).[1]

Processo determinante per l’equilibrio psichico dell’essere umano è l’integrazione, fin dai primi periodi di vita, della pulsione, cioè delle spinte psichiche che si originano dai bisogni corporei fondamentali dell’essere umano (la fame, la sete, il sonno, il calore, il contatto fisico-epidermico). Attraverso il soddisfacimento di questi l’individuo si appropria – grazie alla mediazione dell’ambiente, in primis della «madre-ambiente», secondo la definizione di Winnicott[2] – del proprio corpo nella sua struttura e nelle sue funzioni, ponendo le basi della propria identità e dei suoi successivi e più complessi bisogni. In tal senso si può ipotizzare che da un’interruzione o non completamento di questo processo basico di radicamento corporeo dell’identità personale può derivare una sensazione di inconsistenza corporea. La trasparenza, il dissolversi dell’immagine nelle foto della Woodman rappresenterebbero bene questo processo di dispersione del sé corporeo e psichico.

Così, il movimento del corpo nello spazio potrebbe rappresentare simbolicamente la psiche che cerca un suo spazio e una sua dimensione; oppure, lo spazio fisico in cui si muove il corpo diventa simbolo, come abbiamo detto, dello spazio mentale a disposizione dell’individuo, cioè della capacità che ha la mente di muoversi in sé stessa. Uno spazio che, in molte di quelle foto, ritroviamo in disfacimento, claustrofobicamente ristretto, tale da non consentire un respiro vitale e un movimento in esso, se non di dissoluzione o di dispersione.

Per questo dico che in quelle foto, realizzate in un bianco e nero piuttosto cupo, aleggia una sensazione di morte che prima che fisica è già mentale, nel sottofondo immaginario di quelle pose e di quegli ambienti, di quei movimenti deformanti, di quei volti che si nascondono o sfumano più e prima di tutto il resto, segno di un’identità incerta che si confonde con i luoghi, l’atmosfera e gli altri elementi presenti nei ritratti.

Che dire poi dei volti, altro elemento molto interessante, a mio avviso, di questi lavori?

Se il corpo nei suoi bisogni primordiali è la base dell’identità, base fisica e radice primaria che affonda nella realtà, il volto è l’identità nella sua dimensione relazionale e sociale, quella parte del corpo che noi, tendenzialmente coperti, presentiamo agli altri.

Il volto, visto come elemento più capace di comunicare agli altri la nostra identità, viene nascosto nelle foto della Woodman o immortalato in un rapporto interrogativo con uno specchio. L’elemento dello specchio diventa un potente richiamo a quel processo atavico di rispecchiamento infantile che è così fondamentale per il processo di costruzione dell’identità umana e su cui hanno insistito molti autori in ambito psicoanalitico: l’uomo ha bisogno di essere guardato per esistere, di ritrovarsi in uno sguardo altro da Sé.[3]

Ci ritroviamo quindi a riflettere su alcune dimensioni fondamentali della mente attraverso questi scatti. Innanzitutto la sessualità, come dimensione fondamentale dell’essere umano e come elemento basico dell’identità; un bisogno da cui non si può prescindere, talmente forte da imporsi nonostante tutto e da mettere a soqquadro l’ambiente circostante (l’ambiente fisico dei luoghi, ma anche quello mentale dell’Io). Il corpo, come portatore di questa sessualità ma anche come veicolo del Sé psichico nello spazio e simbolo, come detto, del rapporto che con lo spazio il Sé può avere. E ancora, l’importanza della funzione rispecchiante di un Altro che consenta all’individuo di ritrovarsi nel proprio corpo e di riconoscersi; una funzione senza la quale non è possibile sentire di avere un volto definito.[4] Il vissuto conseguente a questa mancanza è la vergogna, con il conseguente nascondere il proprio corpo e il proprio volto o l’attacco brutale ad essi; ma anche la prospettiva della morte, intesa sia come dissoluzione del corporeo sia come evaporazione della propria specificità e definizione di essere umano, in uno sfumare di sé stessi sullo sfondo della vita, tra le cose e gli oggetti inanimati che ci circondano.

Concludo con la descrizione di quanto accaduto con una giovane paziente nella fase iniziale della sua psicoterapia, che forse può in qualche modo riallacciarsi a questo discorso.

Solitamente sprofondava nella comoda poltroncina dello studio e lì rimaneva abbastanza statica, protetta da un lieve, quasi impercettibile raggomitolarsi. Nella fase in cui eravamo, ci trovavamo a navigare a vista; lei non riusciva ancora a percepire un senso vero e proprio nella psicoterapia, arrivata lì per uno stato di crisi acuto. Faceva molta fatica ad osservare il suo mondo interno perché foriero di novità, di cose poco conosciute e quindi di angoscia. Ed ecco che, per la prima volta dopo qualche mese di incontri, si alza dalla sua postazione per spiegarmi meglio una cosa importante che aveva capito durante una recente lezione all’università, descrivendola come una sorta di illuminazione sul cosa potesse essere per lei, in fondo, la psicoterapia che aveva da poco intrapreso. Si avvicina ad un piccolo contenitore in vimini posto accanto alla mia poltrona, inginocchiandosi e poi sedendosi comoda a terra come una bambina. Allora, sul tessuto a quadri dai motivi geometrici vagamente orientali che lo ricopriva, mi spiega l’oggetto di quella interessante lezione, un esperimento di sociologia fatto qualche anno prima in Inghilterra attraverso il quale si dimostrava che se si toglievano delle piccole barriere protettive (delle siepi) che separavano i giardini di alcune villette a schiera, le persone che vi abitavano non li utilizzavano più così frequentemente come luogo di socializzazione coi loro vicini, come invece avveniva quando le siepi erano presenti. Era come se la presenza di una barriera protettiva fosse correlata ad una maggiore disponibilità delle persone a relazionarsi con i propri vicini.

Lei ne aveva concluso che anche lo spazio della psicoterapia e di quella stanza poteva essere paragonato alla funzione della siepe: creare una condizione di protezione per il proprio sé, grazie alla quale poter relazionarsi più tranquillamente con gli altri.

Per la prima volta intravvedeva un senso nuovo al nostro lavoro, mostrando di essersi lasciata andare ad uno slancio creativo del pensiero, ad un collegamento improvviso, spontaneo e autenticamente sentito. Aveva per un attimo sondato nuovi spazi di sé e della propria mente, ma anche della relazione terapeutica e dello spazio che la circondava (lo spazio della stanza di terapia). Forse una maggiore libertà nel pensiero e nel modo di essere, pur se temporanea, era stata accompagnata da una maggiore libertà di sperimentarsi nello spazio fisico che la circondava. L’esplorazione più libera dello spazio della mente che trovava quindi un suo corrispettivo nel movimento più libero del corpo e in un utilizzo diverso, alternativo e non convenzionale, dello spazio fisico della stanza, di certo funzionale in quel momento all’espressione di sé.

Quando la mente si apre a sé stessa, mi viene adesso da pensare, si apre anche allo spazio e quindi all’altro. Anzi, si potrebbe ancora meglio sostenere – cercando di superare questa atavica dicotomia mente-corpo tipica del pensiero occidentale e una visione strettamente causalistica delle esperienze psichiche – che l’apertura alla vastità e alla complessità, al mistero di sé stessi fatti di conscio e inconscio sarebbero il corrispettivo di un utilizzo nuovo e originale dello spazio e di una visione nuova del proprio corpo. Quest’ultimo non più sentito come oggetto estraneo, fonte di pulsionalità scissa e di angoscia, ma come base fisica della propria identità, porta fisica di relazione con l’altro da sé. Possibilità di relazione col proprio inconscio (l’altro, il diverso che è in noi, il nostro corpo) e possibilità di relazione con l’altro da Sé: lo spazio fisico che ci circonda, gli altri, la vita.

Il testo qui riprodotto fa parte del volume: Marco Nicastro, La resistenza della scrittura. Letteratura, psicoanalisi, società, Ladolfi Editore, Borgomanero 2019.


[1] Sull’origine corporea e pulsionale dell’Io in relazione con l’ambiente, Freud si soffermò in particolare in alcuni saggi. Cfr. in particolare Sigmund Freud (1922), L’Io e l’Es, Bollati Boringhieri, Torino 1978; Sigmund Freud (1932), Introduzione alla psicoanalisi. Tutte le lezioni, Newton Compton, Roma 2010.

[2] Donald W. Winnicott (1965), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma, 2006.

[3] «Nello sviluppo emozionale individuale il precursore dello specchio è la faccia della madre». Cfr. Donald W. Winnicott (1967), La funzione di specchio della madre e della famiglia nello sviluppo infantile. In: Gioco e realtà, Armando, Roma 1974, p. 189. Vedi anche Jacques Lacan (1966), Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io. In: Scritti, Einaudi, Torino 1974.

[4] Alle dinamiche di un mancato riconoscimento affettivo nelle prime fasi della vita sarebbero da ricollegare molte distorsioni patologiche della percezione del proprio corpo e del proprio volto.

In copertina: Francesca Woodman, Self-deceit #1, Rome Italy, 1978 © Charles Woodman Courtesy Charles Woodman, and Victoria Miro, London/Venice

vive e lavora a Padova. Da anni si occupa di psicoanalisi, poesia e scrittura.
Ha pubblicato i saggi “Il carattere della psicoanalisi” (Psiconline edizioni, 2017), “Pensieri psicoanalitici” (Polimnia Digital Editions, 2018), “La resistenza della scrittura. Letteratura, psicoanalisi, società” (Ladolfi, 2019). Suoi articoli di argomento clinico-psicoanalitico sono stati pubblicati su riviste scientifiche nazionali. Ha pubblicato inoltre le raccolte poetiche “Trasparenze” (Oèdipus, 2013) e “Visioni e introspezioni” (Ladolfi, 2017).