Circumfusa

Gialla era la bandiera che sventolava sui velieri sottoposti a quarantena a causa della peste e di altre pandemie. E gialla è la copertina di Lockdown Architecture. L’architettura e la pandemia (Lotus Booklet Extra 2020, pp. 171), raccolta curata da Nina Bassoli. Quaranta contributi di architetti e studiosi internazionali legati alla rivista “Lotus” s’interrogano sul presente e sul futuro dell’architettura ai tempi della pandemia, con riflessioni di volta in volta personali o programmatiche. In ordine di apparizione: Alessandra Ponte, Alessandro Balducci, Alfredo Brillembourg, Andrea Cancellato, Andrew Freear e Elena Barthel, Carlotta de Bevilacqua, Catherine Mosbach, Cino Zucchi, Cynthia Davidson, Eric Bunge, Francesco Repishti, Gabriele Pasqui, Giancarlo Mazzanti, Gianluca Didino, Jean-Christophe Bailly, Jeffrey Schnapp, José María Ezquiaga, Juan Herreros, Kengo Kuma, Louisa Hutton, Luca Molinari, Marco Biraghi, Marina Otero Verzier, Mario Botta, Mauro Baracco e Louise Wright, Michael Maltzan, Michel Desvigne, Mirko Zardini, Paolo Deganello, Pippo Ciorra, Rahul Mehrotra, Renzo Piano, Riccardo Venturi, Richard Ingersoll, Silvano Petrosino, Simona Malvezzi con Johannes e Wilfried Kuehn, Sonia Calzoni, Steven Holl, Torsten Burkhardt, Wang Shu e Lu Wenyu. Anticipo qui il mio contributo.

Facciamo un salto indietro al XVIII secolo. Primo professore di Igiene pubblica alla Facoltà di medicina di Parigi, Jean-Noël Hallé (1754-1822) offre una visione del clima più complessa rispetto al determinismo geografico de De l’esprit des lois (1748) di Montesquieu. Alla ricerca di un nuovo rapporto tra l’epidermide del corpo umano e l’atmosfera esterna, nel lemma Igiene della Encyclopédie méthodique, Médecine (t. VII, 1798) riprende le sei categorie di aria, alimenti e bevande, sonno e veglia, esercizio e risposo, escrezione, passioni. Le sostituisce con quelle, più comprensive, di circumfusa, applicata, ingesta, excreta, gesta e percepta. In sintesi, applicata è ciò che viene steso sulla cute umana, come vestiti, trucchi o tatuaggi; ingesta è quanto ingeriamo, dal cibo alle medicine al tabacco; excreta è quanto viene rigettato, come feci, urina o sudore; gesta designa qualsiasi azione della vita diurna; percepta è quanto percepito dai nostri sensi, le sensazioni o le funzioni intellettuali e affettive.

Quanto alle circumfusa, non s’identificano esattamente con l’aria che ci circonda, così come le altre categorie di Hallé non sono un corrispettivo preciso di quelle da cui è partito. Sono più vicine a quanto scrive Ippocrate in Arie acque luoghi. Il clima non è più l’insieme delle condizioni meteorologiche di una regione sul quale l’essere umano non esercita alcun controllo, ma quel complesso di elementi circostanti che s’intrecciano con l’agire umano e con i corpi, influenzandosi incessantemente gli uni con gli altri. Perché l’uomo altera e trasforma l’ambiente col suo agire tecnico, col rischio che l’ambiente, a sua volta, modifichi le nostre condizioni di vita e incida sulla nostra salute.

Anziché limitarsi a indagare le caratteristiche dell’aria e la sua fisiologia, Hallé s’interessa al rapporto tra l’aria e la cute umana, all’azione dell’aria sul corpo vivente. Come funziona l’assorbimento cutaneo, cosa accade quando l’aria tocca la pelle umana, una superficie che appartiene tanto alle circumfusa che alle applicata?

Come scrive Jean-Baptiste Fressoz in L’Apocalypse joyeuse. Une histoire du risque technologique (Seuil 2012, 2020), le circumfusa sono il prodotto di esalazioni assieme naturali e artificiali che incidono sulla salute umana come sulla società. Conoscere gli involucri atmosferici nei quali, dentro i quali, evolviamo e viviamo, diventa necessario per governare, come sosteneva già l’Abbé Richard nei suoi dieci volumi dell’Histoire naturelle de l’air (1776). Nasce così una medicina climatica, come una politica – e una polizia e una procedura – che non si limitano a garantire l’ordine sociale ma che, per meglio perseguire questo fine, investe le circumfusa.

“I saperi multipli che nel XVIII secolo s’interessano all’aria, alla sua salubrità e ai suoi costituenti (chimica delle arie, pneumatica, eudiometria [studio della composizione dei gas], meteorologia e topografie mediche) s’inscrivono in questa biopolitica delle atmosfere” (Fressoz, corsivo mio).

Le circumfusa vivono così in uno stato di continua trasformazione. È questo il risultato dell’industrializzazione, dello sfruttamento delle risorse naturali, della sperimentazione di modi invasivi di produzione derivati dalla piantagione intensiva tipica delle monoculture, dell’inquinamento dell’atmosfera e della deregolamentazione ambientale per favorire la grande industria. Da qui le città insalubri e miasmatiche, i luoghi di lavoro con scarse condizioni igieniche e fonti di malattie come nelle miniere. Prima della teoria di Gaia di James Lovelock, della Grande accelerazione, dell’Antropocene o, meglio, del Capitalocene, la modernizzazione del XVIII secolo è impensabile senza le circumfusa.

Inutile insistere sulla ragione per cui mi tornano in mente oggi, al tempo dell’emergenza virale – causata, per quanto ne sappiamo finora, dalla zoonosi – e di quella “biopolitica delle atmosfere” che ha portato queste ultime al cuore delle nostre preoccupazioni individuali e collettive, psicologiche e politiche, igieniche ed economiche. È attraverso l’aria che il virus circola e si trasmette da un corpo all’altro. L’aria è il suo medium – ed è questo a renderlo così pericoloso al di là delle mascherine con cui proteggiamo le cavità attraverso le quali il virus penetra nei nostri polmoni. Come nella radiazioni che seguono a una catastrofe nucleare, la minaccia viene dall’aria.

Certo, non abbiamo dovuto aspettare l’attuale pandemia per renderci conto dell’esistenza delle circumfusa; la storia dell’architettura e dell’urbanistica ci viene in aiuto. Già Aristotele, nella Politica, consigliava di erigere le città in alto per una maggiore salubrità: “le città che sono esposte a oriente e ai venti che soffiano da levante sono più salubri; poi vengono quelle riparate dalla tramontana, perché hanno in genere inverni miti” (VII, 10, 1-2). Empedocle, così si racconta, fece aprire un varco nella pendice rocciosa che proteggeva Agrigento per lasciar passare il vento del Nord, come ricorda Joseph Rykwert in L’idea di città. Antropologia della forma urbana nel mondo antico (1976, Adelphi 2011). Le strade delle città, si chiede Rykwert, erano costruite seguendo la direzione dei venti in modo che potessero incanalarsi e attraversarla rendendola salubre e areata o, al contrario, erano costruite in modo da ostruire, da strozzare quelle raffiche dei venti che dall’esterno si abbattevano impetuosi sulle città?

Accogliere o respingere le circumfusa? Le testimonianze greche e romane sono spesso in disaccordo sulla “correlazione sistematica tra l’orientazione delle città e la direzione dei venti dominanti o altri fattori analoghi”.

Di certo, oggi viviamo in un weather-world o mondo-meteorologico: l’espressione è di Tim Ingold, alla ricerca di un’antropologia ecologica o di un’ecologia del sensibile che dialoghi con l’archeologia, l’arte e l’architettura. Per weather-world intende un mondo in divenire che vive nei (e dei) flussi della materia, nella circolazione di energie, negli scambi che si producono a partire dal semplice respirare l’aria da cui dipende la nostra sopravvivenza. “Laddove il globo viene misurato e registrato, l’ambiente viene vissuto. A uno si addice il clima, all’altro il tempo meteorologico [weather]”.

Non sorprende che, per Ingold, non vi è architettura senza atmosfera ovvero senza l’aria che circola all’esterno e all’interno, il fuoco del focolare, la luce che rende cangianti le sue superfici nel corso della giornata, i suoni di chi la abita. Non esiste un edificio indifferente alle vite che si svolgono tra le sue mura, al pulsare delle esistenze che racchiude. “Per quanto possa sembrare strano, la storia dell’architettura è stata scritta in gran parte come se la sua componente atmosferica potesse essere trascurata, come se questa componente non fosse altro che un effluvio che avvolge l’essenza dell’edificio – un’essenza che sarebbe meglio rivelata se l’atmosfera fosse rimossa. Tradisce un atteggiamento non dissimile da quello dei biologi che vorrebbero che la loro percezione della fauna marina non fosse oscurata dall’opacità del mare” (Lighting up the atmosphere, in Mikkel Bille, Tim Flohr Sørensen, a cura di, Elements of Architecture. Assembling archaeology, atmosphere, and the performance of building spaces, Routledge 2016).

Liz Diller, Rick Scofidio, Blur, padiglione della Swiss Expo, 
lago di Neuchâtel a Yverdons-les-Bains, 2002

Nel 2002 sul lago di Neuchâtel a Yverdons-les-Bains, gli architetti Liz Diller e Rick Scofidio realizzano per la Swiss Expo Blur, un padiglione dove l’architettura produce artificialmente una coltre di fumo che l’avvolge, la fa scomparire e confondere con gli elementi naturali. Inutile, secondo Ingold, sforzarsi di distinguere architettura e atmosfera: “l’architettura è atmosferica”. Anziché disfarci di questo medium immateriale come di un ostacolo alla funzionalità, alla sostanza fisica e statica o alla conoscenza, dobbiamo pensare con e attraverso quell’atmosfera che influenza il nostro vivere. Una presenza che oggi, all’epoca di una nuova “biopolitica delle atmosfere”, torna sotto la forma di circumfusa.

In copertina: ph. Albarrán Cabrera, NYX #11, 2018, platinum palladium print, Japanese gampi paper and gold leaf

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.