Invisibile razzismo

Guardo gli alberi del giardino di Principe Real, a Lisbona. Si compongono, in un affresco floreale, piante provenienti da tutti i continenti. Sono davvero belli, questi alberi secolari, e danno una sensazione di pace. Sul tavolo ho l’ultimo numero di “Sabado”. Il titolo è eloquente Judeus, como eles mudaram Portugal (Ebrei, come cambiarono il Portogallo). Leggendo l’articolo si comprende quanto le comunità ebraiche presenti nell’estremità della penisola iberica, prima, e, poi, gli esuli di mezza Europa abbiano portato innovazione e aperto i costumi di questa terra così chiusa sulle proprie tradizioni, su quel que é nosso.

Alcuni giorni fa, sempre seduto allo stesso tavolo dell’esplanada del mio bar preferito della capitale lusitana, dove ho vissuto molti anni e dove ancora vengo spesso, leggevo La parola ebreo di Rosetta Loy, in cui è descritto, in modo angosciante e minuzioso, il lento e indifferente scivolare di una nazione, l’Italia, nell’antisemitismo. Sono pagine terribili, quelle di Loy, in cui si comprende come in ognuno di noi, quel rischio sia ben lontano dall’essere estinto. Fa davvero e sempre impressione pensare alla devastante violenza che ha potuto investire questo continente solo ottant’anni fa. Violenza ottusa che ha portato alla morte milioni di persone. E, in questo senso, l’antisemitismo resta il più emblematico dei razzismi: la forma più evidente dell’assurdità di ogni forma di razzismo, poiché l’ebreo è indistinguibile dal non-ebreo.

Le ragioni del razzismo non risiedono mai nel visibile, ma in preconcetti, in forme di cecità, di autoaccecamento, di occlusione del visibile. Chi davvero è capace di vedere, di aprire la visione al di là del previsto, scorge in ogni forma umana solo la bellezza infinita delle differenze. E comprende come nei tratti di ogni viso siano contenute innumerevoli ibridazioni, mescolanze, amori, passioni che hanno portato a quel volto.

Due settimane fa, ho ricevuto i risultati di un’analisi del mio DNA da cui risultava che condividevo, in modo non statisticamente rilevante, sezioni discrete del mio patrimonio genetico con 10 persone di etnia ebrea aschenazita, 5 di ebrea sefardita e 2 di ebrea mizrahi. Ognuno di noi è, sicuramente, anche ebreo. Io non faccio eccezione. L’identità razziale è una mitologia infondata. L’identità è la complessità di una stratificazione. In fondo, è la capacità di accogliere in sé la ricchezza della storia che si rende visibile in un corpo, nel mio corpo. Tanto più la stratificazione è complessa, quanto più rende libera l’identità di ogni individuo. L’identità non è l’accecamento su quel che ci costituisce ma la libertà di accogliere l’altro che è in noi. La prima è un’identità fittizia e mutila, la seconda reale e in espansione.

Diversi anni fa, un amico mi raccontò che, mentre si trovava nella campagna pugliese, in compagnia di un contadino locale, vide dei cavalli correre nei campi. Guardò, con sguardo di meraviglia, quell’uomo dalle mani callose e legate alla sua terra; un uomo che non si era mai allontanato per un raggio superiore ai cento chilometri da dove era nato. Quell’uomo, solitamente assai taciturno, senza distogliere gli occhi dai cavalli, disse: eh, sì, quelli sono belli… quelli sono liberi, sono allo stato ebraico.

In copertina: bambini francesi rifugiati in Portogallo in attesa di imbarcarsi sulla nave portoghese Mouzinho che li condurrà negli Stati Uniti, 19 agosto 1941

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).