Sintra

Cari Antinoi,

come tante altre mete incontournables del turismo di massa, la convalescenza generalizzata ha reso metafisico il Palácio da Pena, a Sintra: coi suoi colori da cartoon e le scenografie posticce che fanno pensare al Vittoriale del Duca Minimo, a Gardone, o al castello di Neuschwanstein di Ludovico II di Baviera. Il kitsch confonde sempre pezzi di “vero” (i resti di un convento gerosolimitano del Quattrocento) e di smaccatamente “falso” (il pastiche, avanti lettera postmoderno, dello stile Manuelino con elementi moreschi, barocchi eccetera).

Re Federico II di Braganza vi si ritirò nel 1853, alla presa di potere del figlio. Mi viene allora da pensare che questi autocrati deposti e malinconici (come pure d’Annunzio, sotto i suoi imitatori fascisti) scientemente si rinchiudessero nelle proprie fantasie di grandeur, villaggi Potëmkin per ingannare loro stessi.

Colpisce l’inconcussa popolarità di questi falsi. Il “castello delle fate” disneyano non si rifà agli originali, ma a queste loro copie sature e perlucide. E non c’è paragone fra le masse dei selfisti che di norma annegano Sintra, e i visitatori del davvero splendido Mosteiro dos Jerónimos, a Belém. Ma, come ha scritto Marc Augé a Neuschwanstein, «quando l’imitatore è morto, non c’è più imitazione, ci sono solo testimonianze – incerte, ambigue, affascinanti». Sintra, davvero, merita la visita.

Affezionatamente vostro, A  

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.