La carte postale

01.08.2020

Il titolo della rubrica che Antinomie ha predisposto per questo periodo (chiedendo ai suoi collaboratori di mandarci delle più o meno effettive “cartoline” dai loro “altrove” estivi) è rubato – e ci pare più che giusto, con un pensiero a Lacan e soprattutto a Poe – a Jacques Derrida: cioè al libro del 1980 (in italiano tradotto integralmente, da Mimesis, solo nel 2015) che reca appunto il titolo La carte postale. Come altri testi del suo autore, è questo un libro uno e bino: che a una sorta di storia della filosofia occidentale in forma di «satira di letteratura epistolare» (i cui frammenti sono datati fra il ’77 e il ’79) fa seguire parerga e paralipomena che ragionano sull’atto stesso di «indirizzare», e l’«effetto di posta» che ne consegue (cioè su quella che, giocando col lessico di Freud, Derrida chiama un’«economia bindinale»: ossia fondata sul legame, bind, fra chi indirizza e colui a cui si indirizza).

Risponde a un caso eloquente che esattamente nello stesso torno di tempo altri due scrittori stessero lavorando su questa “forma semplice”, su questo iconotesto di massa che è la “cartolina”: nel 1978 usciva da Feltrinelli Postkarten, raccolta poetica di svolta di Edoardo Sanguineti (al quale, sulla soglia dell’esecrato postmoderno, premeva soprattutto mettere a fuoco il senso, per lui mortifero, di quell’ominoso prefisso «post»); mentre lo stesso anno Georges Perec pubblicava sulla rivista «Le Fou parle» Duecentroquarantatré cartoline illustrate a colori autentici (testo dopo la sua morte raccolto, nell’89, in L’infra-ordinaire; Bollati Boringhieri 1994), che lavorava invece su quell’altro «effetto di posta» che è lo stereotipo dello “scrivere da” (un po’ l’equivalente letterario dell’afflizione topica dell’amico che ti infligge le diapositive delle sue vacanze; la “cartolina” riassume in sé, ai due lati della sua materialità, tanto la persecuzione scritta che quella visiva).

Sincronicità eloquente, si diceva: perché non si capisce bene quanto Derrida Perec e Sanguineti ne fossero consapevoli, ma si era allora al tramonto di quella che potremmo chiamare la “civiltà postale” – almeno per come hanno fatto in tempo a conoscerla le persone della nostra generazione. Oggi, un paio di rivoluzioni tecnologiche dopo, siamo forse giunti al tramonto pure di quell’appendice, di quella venticinquesima ora rappresentata sino a poco tempo fa dalla civiltà della posta elettronica – sostituita da quel flusso di “amicizie” immateriali, e perfettamente spersonalizzate, che sui social network hanno a loro volta preso il posto dei rapporti «bindinali» fra persone fisiche: conosciute cioè nell’hors-texte.

Sicché è oggi che si realizza compiutamente quello che Franz Kafka scriveva a Milena Jesenská. “Indirizzarsi” per iscritto comporta, su qualsiasi medium si svolga, «un contatto con fantasmi, e non solo col fantasma del destinatario, ma anche col proprio che si sviluppa tra le mani nella lettera che stiamo scrivendo. […] Scrivere lettere significa denudarsi davanti ai fantasmi che ciò attendono avidamente. Baci scritti non arrivano a destinazione ma vengono bevuti dai fantasmi lungo il tragitto. Con così abbondante alimento questi si moltiplicano in modo inaudito. L’umanità lo sente e li combatte; per cercar di eliminare l’azione dei fantasmi tra uomo e uomo e per raggiungere il contatto naturale, la pace delle anime, essa ha inventato la ferrovia, l’automobile, l’aeroplano, ma ciò non serve più, sono evidentemente invenzioni fatte già durante il crollo; la parte avversaria è molto più calma e più forte, anche se l’umanità dopo la posta ha inventato il telegrafo, il telefono, il telegrafo senza fili. Gli spiriti non moriranno di fame, ma noi periremo».  

In copertina: cartolina indirizzata a Guillaume Apollinaire, autografa, firmata “Auguste” e datata Liège, 31 ottobre 1899.

Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa

è nato a Roma nel 1968. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre. Ha curato mostre e testi (tra gli altri di de Chirico, Manganelli, Pagliarani, Raboni, Rosselli, Zanzotto, Di Ruscio, Paolini, Parmiggiani e Serafini), realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. Fra i suoi ultimi libri “Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale” (Bompiani 2018), “Andrea Zanzotto. Il canto nella terra” (Laterza 2021), “Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli” (Argolibri 2022), “Amelia Rosselli. Con l’ascia dietro le nostre spalle” (Electa 2024), “Forse che sì. Joyce fra Pascoli e Gadda”; (Quodlibet 2025) e “Una ragione di più per andare all’inferno. Vedere, Pasolini” (Treccani 2025). È nella redazione delle riviste “il verri”, “Strumenti critici” e “Moderna”, e tra i fondatori di “Antinomie. Scritture e immagini”; collabora al “manifesto”, al “Corriere della Sera”, alla “Domenica”del “Sole 24 ore”, al “Giornale dell’Arte” e ad altre testate.

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