La realtà delle immagini

Il problema non consiste nel comprendere cosa siano tutte queste immagini, cosa questi simulacri di realtà indichino. Ormai, sappiamo che non ne abbiamo la minima idea: ne siamo semplicemente sommersi e alla mercé. Ce ne saranno sempre di più. Tutto passerà attraverso le immagini. Il reale diventerà davvero un momento dell’immaginario e non viceversa.

La quantità ha modificato la qualità, come ci ha mostrato Hegel, ben prima di Marx. La produzione seriale di immagini ha dissolto l’immagine, le sue qualità simboliche. L’iperproduzione ha creato svalutazione. Occorrono sempre più immagini per avere un po’ di vita, una parvenza di felicità. Scattiamo, scattiamo e instagrammiamo il mondo, la nostra esistenza: una qualche identità ne uscirà.

Ci siamo dentro. Sprofondati. Ci nutriamo di immagini. Le metabolizziamo. Ne siamo intossicati. Siamo obesi della visione. Bulimici scopici. Consumatori ciechi di junk food iconografico.

E’ insensato voler padroneggiare, catalogare, categorizzare, hastaggare, taggare, incasellare, definire tutte le immagini che oggi vengono prodotte. Sarebbe un compito che non farebbe che riprodurre, mimandolo, l’insensato sistema di produzione.

Il solo gesto possibile è dividerle, selezionarle, sceglierle, farne proprie quanto basta, utilizzarne un numero sufficiente per farci qualcosa. Farci cosa? Una vita decente, un modo di stare decente nel mondo che ci è dato – che è anche, certamente, il mondo ridotto a immagine. Non si torna indietro. Nessuna nostalgia.

Ma non si vive di immagini, non si vive nell’immaginario. Il reale è prima di ogni immaginario. L’esistenza precede l’essenza. La materia lo spirito. Reale è questo corpo che, prima o poi, scomparirà portandosi appresso tutte le immagini. Reali sono le lacrime e i sorrisi insensati. Reale sarà l’ultimo respiro, come il primo vagito.

Se l’iperproduzione iconografica, di cui siamo tutti coautori, smaterializza il mondo, allora occorre creare e selezionare immagini che abbiano un corpo. Dare un corpo alle immagini, è questa la sola possibilità. Far assumere loro una fisionomia, un volto, una consistenza oppure liberarsene.

Tutto ciò porta verso un’etica delle immagini, una praxis, un quotidiano fare che è anche un modo per costruire nuovi soggetti della visione e della storia, se questa parola ha ancora un senso.

In un mondo fondato sulle immagini, lo sguardo è tutto.

Il resto è specialismo, bulimia concettuale, illusione prospettica, iconologia panottica, semiotica d’accatto.

Immagine di copertina: frame da Nefta Football Club (2018) di Yves Piat

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).

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