I will (not) survive. Le ragioni di un’università offline

Il docente universitario, soprattutto se di area umanistica, non appartiene certo a quelle categorie di lavoratrici e lavoratori ben disposti nei confronti delle innovazioni tecnologiche. Probabilmente questo dipende dal fatto che, sotto sotto, noi crediamo che il nostro non sia un lavoro vero e proprio: perché speciali, perché abbiamo avuto la bravura (e la fortuna, e il privilegio) di fare della nostra passione una fonte di reddito, il nostro Beruf è vocazione, chiamata, più che fatica e necessità. Ce lo ripetiamo come un mantra, forse per sopportare meglio i rovi di illibertà in cui siamo sempre più avviluppati: un precariato lungo e psicologicamente devastante, un job-market in contrazione, la trasformazione tentacolare di università in aziende, e del sapere in merce, l’imperativo del publish&perish che priva studiosi sia junior che senior del tempo di sperimentare, osare.

Comprensibili dunque lo spaesamento, l’incredulità, una specie di ferita narcisistica che abbiamo sentito all’inizio di marzo. In Svizzera, nel giro grossomodo di un weekend, siamo stati costretti, in massa, a ricollocare tutti i nostri insegnamenti online. Come adattarsi a direttive che vengono da molto in alto e che sembrano privarci di colpo della nostra ideologia più preziosa, la libertà? E come non farlo, del resto: che ragioni di resistenza si possono addurre di fronte ad un pericolo che sembra senza precedenti, e così immediato? (Qualcuno, com’è noto, ha cercato di formulare queste ragioni, ma è inutile parlarne ancora). A consolarci, l’autoironia del professore che ha messo su YouTube una versione di I will survive ai tempi del Coronavirus.

Io insegno da cinque anni in un’Università che si vanta di essere all’avanguardia del discorso e della pratica della digitalizzazione. Questo semestre, ho avuto poi un ulteriore contratto di insegnamento in un’altra università, che si vanta di essere più “tradizionale” (e di sinistra). Entrambe si sono dimostrate, con piccole variazioni di stile, all’altezza della crisi: installazione e funzionamento di Zoom senza inceppi, servizi di assistenza tecnologica (e psicologica!) per tutti i dipendenti da subito in funzione. Gruppi informali di supporto tra colleghi e colleghe. Accordo collettivo più o meno implicito di andarci più easy con studentesse e studenti (e con noi stessi).

Dopo le prime due settimane di nervosismo, devo ammettere di aver cominciato a guardare con benevolenza, e quasi impazienza, a quelle ore di lezione online. Zoom mi ha permesso di continuare a fare il mio lavoro (e di non perdere lo stipendio), e l’interazione, ancorché virtuale, si è rivelata un balsamo. Con l’isolamento e la solitudine (vivere da sola, e senza figli, ha vantaggi ma anche svantaggi), quei Meetings, gli unici appuntamenti fissi della settimana, mi hanno dato un senso rassicurante di linearità temporale, e di presenza a me stessa. As long as I know how to Zoom I will be alive

Ora ci troviamo in un’incerta fase di passaggio, in molte parti del mondo l’isolamento è finito, la normalità cui stiamo tornando assomiglia molto a quella che conoscevamo – con la spettacolare eccezione della scuola e dell’università. Voci allarmate si stanno sollevando da ogni dove (si veda per esempio questo appello in Germania, l’articolo di Ulrich Schmid, professore di letteratura e cultura esteuropea nella mia Università, o questa bella lettera al Rettore dell’Università di Padova): la crisi Covid-19 sembrerebbe la contingenza perfetta in cui si sta consolidando e realizzando la volontà, presente già da tempo, di trasformare radicalmente la natura delle istituzioni e delle pratiche del sapere. Non voglio disquisire qui sui motivi trainanti di questo cambiamento (is it capitalism, stupid?) o speculare su scenari futuri più o meno distopici.

Vorrei più semplicemente esporre alcune ragioni in difesa della didattica, ma più in generale di un’università offline, in presenza. Certo, la sicurezza e la salute di docenti, studentesse/studenti e i loro congiunti sono prioritarie, ma altrettanto importanti sono le critiche a una digitalizzazione totale. Le mie osservazioni, si badi, non vogliono essere argomenti in favore di un’apertura a settembre indiscriminata e incondizionata. Alla decisione sul rientro in classi non virtuali contribuiscono anche altre considerazioni (le infrastrutture spaziali disponibili nelle varie sedi, per esempio, o l’andamento della curva contagi), che variano di caso in caso, di paese in paese. Le considerazioni che seguono, piuttosto, vorrebbero contribuire a (ri)pensare il senso dell’insegnamento superiore in un mondo che ora possiamo davvero diagnosticare, senza farci perplimere dalle metafore della filosofia sociale, come malato.

I miei argomenti si raggruppano in due ordini (naturalmente intrecciati), quelli propriamente didattici e quelli di natura culturale e sociale.

Argomenti didattici:

  1. Attenzione. Come tutti hanno notato, sia come insegnanti che come partecipanti a webinar e talk online, le aule virtuali non favoriscono affatto concentrazione e immersione nel materiale. La solitudine davanti al computer ci tenta piuttosto a un surfing sfrenato al di là della schermata ufficiale, o, una volta spenta la telecamera, a varie attività ricreative (chattare in privato, mangiare, fare shopping, passeggiare o addirittura fare sport, e chissà che altro ancora). L’immagine nella finestrella, o a schermo intero, del docente o della studentessa si sovrappone all’immagine di un qualche affetto stabile durante una cena su Skype, dell’insegnante di yoga, del tutorial sul pane, dell’attore/attrice delle serie TV del momento. Le immagini finiscono per assomigliarsi, confondersi, “smarginarsi”, in un fluire costante di impulsi che perdono progressivamente acutezza e significato.
  • Corporeità. Non sono una pedagogista, ma mi sembra che la fisicità dell’interazione sia una componente essenziale per trasmettere contenuti (e forme) in modo efficace. La gestualità, i movimenti nella stanza (alzarsi dalla sedia, passeggiare tra i banchi) servono spesso ad accentuare certi passaggi importanti nelle spiegazioni. Il contatto visivo diretto, poi, è un aspetto centrale della comunicazione, anche con fini didattici: guardare negli occhi può essere a volte l’unico modo per ripescare il proprio uditorio dalle spire del sonno e della noia. Che cosa ci resta di questa interazione, nell’alienazione dello sguardo fissato su quel puntino verde lassù, o della contemplazione narcisistica del proprio volto? Quanto ripetitive e prevedibili possono diventare lezioni e conversazioni se rimaniamo intrappolate nelle immagini virtuali, le nostre e quelle altrui?
  • Partecipazione attiva. È risaputo che la cosiddetta “attivazione” del pubblico sia una delle sfide più difficili da vincere in classe (in quelle lezioni, almeno, che non si lasciano ridurre a monologhi frontali). Il trucco spesso consiste nella sopportazione dei silenzi: studentesse e studenti devono potersi concedere i minuti per pensare, raccogliere le idee e il coraggio di fare i loro interventi. Per qualche ragione, i momenti di vuoto online si rivelano però intollerabili. Per colmarli, i docenti tendono in genere a parlare di più, a rispondersi da soli, finendo inevitabilmente per imporre la propria visione (più massicciamente di prima), e allargando ancora l’abisso tra il di qua e il di là dello schermo.

Argomenti socio-culturali:

  • Disuguaglianza. Non tutti, nel corpo studentesco in particolare, hanno accesso ai migliori strumenti tecnologici (computer, microfoni, stampanti, etc.) Inoltre, non tutti hanno il lusso di una situazione abitativa che permette silenzio, concentrazione, solitudine – di una “stanza tutta per sé”. L’e-learning rischia di allargare (ancora di più!) il gap socio-economico soprattutto tra studentesse/studenti provenienti da background (leggi: classi sociali) diverse.
  • Cura. Insegnanti e studentesse/studenti con responsabilità nei confronti di figli, genitori o parenti anziani, fratelli e sorelle, devono far fronte a difficoltà quadruplicate: insegnare nello stesso luogo della cura domestica può diventare a volte un esercizio di prestigio, equilibrismo e dissociazione dagli esiti quasi mai auspicabili. Dal momento che, come è noto, queste responsabilità sono ancora divise asimmetricamente tra ‘uomini’ e ‘donne’, la didattica online rischia di acuire (ancor più!) l’ingiustizia di genere.
  • Il campus come spazio di libertà. Le università sono luoghi di conoscenza, ma intesa in senso ampio, che fiorisce non solo nelle aule, ma anche nei corridoi, in biblioteca, nei caffè, ai party universitari. È in tutti questi spazi che ci si trova a confronto con il diverso, si assumono nuovi modi di guardare il mondo, intuendo alternative. Imparando (da)gli altri, si imparano e cambiano cose di sé (La celebrata serie televisiva Normal People, tratta dall’omonimo romanzo di Sally Rooney e uscita per la BBC verso la fine del lockdown, lo mostra benissimo). La possibilità di esperienze di questo genere, che stanno al centro dell’“essenza” della vita universitaria ma anche del significato stesso di questa istituzione, viene meno nella reclusione nella propria stanza, casa, contesto famigliare.

Le riflessioni precedenti non si vogliono ergere a trattato scientifico sulla faccenda. Sono poco più di osservazioni personali, condivise largamente però con colleghe e colleghi che hanno insegnato, negli ultimi mesi allucinati, nelle università di gran parte del mondo. Mi sembra di poter dire che tutti noi abbiamo fatto un ottimo lavoro: nelle università, diversamente dalla scuola superiore e inferiore, niente o quasi a livello contenutistico è andato perduto (ma, attenzione, non ho detto qui niente sugli esami online, una galleria degli orrori che meriterebbe un articolo a parte). E questo, paradossalmente, potrebbe diventare un problema. Abbiamo superato a pieni voti questa prova (molto più semplice, va detto, della stragrande maggioranza di quelle affrontate da lavoratrici e lavoratori in altri campi). Ma la nostra capacità di adattamento – su cui non si poteva davvero contare all’inizio – rischia di sposarsi felicemente alla prospettiva di un futuro massicciamente digitale. E non si tratta, ora, di difendere privilegi o una tradizione diventata stantia. Si tratta di ripensare, radicalmente, che cosa significa, e quale il ruolo sociale e politico dell’insegnamento, dell’educazione (superiore) e dell’Accademia. Magari in direzione di quella libertà che per ora è gran parte ideologia, ma non deve esserlo per forza.

In copertina: una scena della serie televisiva “Normal People”, tratta dall’omonimo romanzo di Sally Rooney

è ricercatrice di filosofia sociale e politica all’Università di San Gallo e docente a contratto all’Università di Lucerna. Ha pubblicato una monografia su Habermas (“Il doppio volto della comunicazione”, Mimesis 2013), e diversi articoli su temi come la teoria del riconoscimento, filosofia dell’amore e dell’amicizia, femminismo (intersezionale), teoria della riproduzione sociale, potere e democrazia, e altro. Ha curato i volumi collettanei “Contesti del riconoscimento” (Mimesis 2014) e “Quertreiber des Denkens. Dieter Thomä: Werk und Wirken”. (Transcript 2019), e l’edizione italiana di “John Dewey: Filosofia sociale e politica. Lezioni in Cina” (Rosenberg & Sellier 2017). Al momento sta lavorando a un libro sulla teoria critica dell’eros; ogni tanto scrive recensioni filosofiche di film e serie TV.

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