Incubo (polacco) di una notte di mezza estate

Vediamo due grandi, begli occhi azzurri. Occhi polacchi. Pieni di lacrime, di paura e di un senso di giusta indignazione. Una voce ci informa che il protagonista sta per morire (o almeno così crede).

È così che ha inizio il nuovo serial di produzione Netflix Estate di morte (in polacco W głębi lasu, lett. Nel cuore del bosco; i registi sono due nomi conosciuti almeno fra gli addetti ai lavori, Leszek Dawid e Bartosz Konopka), coproduzione polacco-americana, basato su di un romanzo del molto noto scrittore Harlan Coben (In the Woods, Orion Books, GB 2007; in italiano Estate di morte, traduzione di Alessandra Callegari, Mondadori 2014). Solo nella sesta e ultima puntata (e a p. 426 del libro in lingua originale) sapremo di chi era la pistola puntata contro il protagonista. (Attenzione! Questo articolo è uno spoiler!)

Anna Nagler, direttrice di produzione Netflix per la Polonia e coproduttrice del serial, in un’intervista ci spiega che “W głebi lasu ci parla della condizione attuale dei polacchi”, pur essendo al contempo una storia del tutto “universale”. Una recensione sul popolare portale Onet.pl sottolinea come, grazie alla serie polacca, un romanzo “in apparenza stricte americano” riesca a raggiungere “dimensioni universali”. Il 17 giugno il quotidiano di centro sinistra “Gazeta Wyborcza” (“W głębi lasu” è il secondo hit polacco di Netflix nel giro di una settimana. Il serial raccoglie ottime recensioni), ci informa anche che “l’industria cinematografica polacca ha di che vantarsi. Nella classifica pubblicata in Gran Bretagna in What’s on Netflix, W głębi lasu occupa uno fra i primi posti […] È al primo posto della classifica Netflix anche in Brasile, Nuova Zelanda, Olanda, Francia, Canada e Australia” (solo Krzysztof Połaski, nel sito telemagazyn, accenna a una critica: “il motivo dell’antisemitismo, introdotto a forza nella parte retrospettiva, per magia scompare nella Polonia attuale”).

Benché, nel coro quasi generale di lodi sulla stampa polacca, le informazioni sul successo internazionale del serial non siano semplici da verificare, possiamo però supporre, anche in base alle recensioni in altre lingue, una sua effettiva discreta popolarità anche al di là dei confini nazionali. Oggi, 25 giugno, ovvero a tredici giorni dalla sua uscita, essa non appare sulla Homepage di Netflix, ma per qualche tempo aveva potuto vantarsi della fascetta Top Ten in Italy. Potrà dunque essere interessante una breve verifica di quali siano le modifiche introdotte dalla troupe polacca al testo originale, e quale la “condizione contemporanea dei polacchi” che esse illustrano. Il cuore del bosco del titolo sembra infatti un fin troppo nitido affresco del “cuore di tenebra” di una parte consistente della Polonia attuale e del governo al momento in carica.

La trama è, come in ogni giallo che si rispetti, complicata e piena di improvvise agnizioni e colpi di scena. Ne riassumerò qui solamente gli elementi principali. L’azione si svolge su due piani temporali: un’estate di venti anni prima (metà anni Ottanta, dunque, per l’originale americano), e il giorno attuale. In una colonia estiva diretta dal vecchio hippie sognatore Ira Silberstein, una notte quattro ragazzi si erano avventurati nel bosco, Il giorno dopo erano stati ritrovati i cadaveri di due di loro; gli altri due, fra cui la sorella del protagonista, erano scomparsi e dati per morti. Veniamo presto a sapere che, dopo pochi anni, Wayne Steubens, ventenne all’epoca dei fatti nonché istruttore della colonia, era stato condannato, nonostante l’ascendenza molto altolocata, per questi e successivi omicidi. L’altro piano dell’azione è il giorno d’oggi. Il protagonista Paul Copeland, all’epoca dei fatti educatore diciottenne della colonia, è diventato procuratore della contea di Essex. In seguito a una serie di eventi che non starò a riassumere l’inchiesta viene riaperta; Copeland d’altronde aveva trascorso questi anni ossessionato dal ricordo della sorella e dal sogno di poterla un giorno ritrovare. Nel corso dell’indagine Paul incontra il suo primo amore Lucy, la figlia di Silberstein diventata sì professore universitario, ma continuamente tormentata dal ricordo di quella notte. Lucy non si è mai sposata, è solitaria e quasi alcolizzata, abita in uno dei deprimenti alloggi del campus in cui insegna. Risulterà (dopo quasi 6 ore di film e 508 pagine di libro) che il pacifista e pacifico Ira era stato a tempi ricattato da Steubens e che, inconsapevole, si era reso complice degli assassinii. Venti anni dopo, ormai semi demente per gli anni e per la molta droga consumata, cercherà di uccidere Paul (senza riuscirci). Poi la storia volge abbastanza velocemente al termine. I due ragazzi di cui non si era trovato il cadavere sono sopravvissuti ma, ricattati da Steubens che li aveva coinvolti nell’omicidio dei due compagni, si erano nascosti sotto falsa identità. Paul e Lucy sono di nuovo perdutamente innamorati. Restano delle ombre su quanto successo in quella notte lontana e terribile e sul ruolo giocatovi dagli stessi Paul e Lucy; il romanzo non ci dice se esse riusciranno a svanire.

La storia, bella o brutta che sia, si capovolge nell’illustrazione della “condizione umana dei polacchi” come in uno specchio deformante. Ovviamente l’azione si svolge in Polonia, e non gli Stati Uniti: paesi dove gli stereotipi nazionali ed etnici giocano ruoli profondamente diversi. Scivolano i riferimenti temporali: in Polonia, il delitto nel bosco si svolge nel 1994, il giorno di oggi è il 2019. Perché aumentare il divario di cinque anni? Forse perché il crimine doveva svolgersi in un periodo ancora molto vicino all’era comunista, e con un governo dove gli ‘ex comunisti’ avevano la decisa maggioranza, per poter mostrare, dietro qualche pennellata di Ostalgie, una polizia manesca e brutale, divari di classe feroci, e un antisemitismo dilagante (tutti elementi nel 2019 ovviamente scomparsi). A voler mantenere la stessa scansione temporale del romanzo inglese ci saremmo trovati dunque nel 1999, quando la Polonia era già abbastanza lontana dal regime precedente e nel governo, seppure guidato dal centro sinistra, sedevano molti rappresentanti della destra cattolica e nazionalista: impossibile dunque dipingerla con tinte tanto fosche. Lo hippie Ira Silbeststein diventa Dawid Goldsztejn (l’attore Jacek Koman), un omino dall’aspetto squallido e poco lavato: il che non gli impedisce di essere l’amante della madre del protagonista e direttore di un importante liceo di Varsavia, nonché della colonia estiva. Strano e del tutto improbabile che in una colonia estiva polacca non vi fossero preti e celebrazioni di messe. Ma come collegare le istituzioni religiose a un luogo dove, come vedremo, regnano pedofilia e pratiche omosessuali? 

Lucy in America è un nome banale: in polacco si trasforma nell’esotica Laura, l’attrice Wiktoria Filus dai lunghi capelli neri (Lucy è biondissima), che ascolta in cuffia con aria sognante Eli Eli, lama sabachtani (una hit del gruppo rock polacco Wilk datata 1992. Ma a cosa intende alludere una ragazza ebrea polacca che ascolta una canzone con un testo ebraico che ripete le ultime parole di Gesù in croce?). Laura adulta è anche lei professore universitario, e, sposata al vecchio rettore della sua Università, abita in una casa lussuosa. Non lascerà né casa né rettore, benché sia anche lei innamorata di Paul/Paweł. Wayne Steubens alias Wojciech Malczak (l’attore Krzysztof Zarzecki) invece che un ventenne ricco e sadico è un “qualsiasi” quarantenne gay. E Dawid Goldsztejn non è un pacifista ingenuo e stordito dal fumo di troppi spinelli ma un sordido assassino.

In uno dei momenti più agghiaccianti del film il protagonista rammemora improvvisamente l’immagine da lui intravvista da ragazzo nel “cuore del bosco” e rimossa, perché troppo orribile: fra ombre tenebrose, fasci di luce lunare e canti di uccelli notturni Dawid Goldsztejn si fa fare “un servizietto” dal perverso educatore Malczak, inginocchiato ai suoi piedi. Va aggiunto che, nel 1994, alla notizia degli omicidi avvenuti nella colonia diretta da Goldsztejn, lui e la figlia erano stati oggetto di attacchi antisemiti: scritte “ebrei in Israele” sui muri della loro abitazione, stelle di Davide, telefonate minatorie e chi più ne ha più ne metta. Che coraggio, mostrare l’antisemitismo polacco in un prodotto popolare! Peccato solo che, come indiscutibilmente risulta nel corso del film, gli antisemiti avessero proprio tutte le ragioni. Anche nella versione polacca la sorella viene infine ritrovata: ma non è una donna avventurosa e inquieta, bensì una suora dal viso dolcissimo, che coltiva fiori in convento. E, dimenticavo: nel testo originale anche il protagonista, che da Paul Copeland diventa Paweł Kopiński (interpretato da adulto da Grzegorz Damięcki), è ebreo, figlio di ex refusnik sovietici. Nella versione polacca il personaggio ovviamente non lo è. E, nell’ultima puntata, sopravvissuto miracolosamente all’ebreo gay che cercava di farlo fuori, darà le dimissioni da procuratore per dedicarsi interamente a una società di beneficenza per bambini poveri e malati.

“Niente è quel sembra”. Questa è la legge del romanzo giallo, così come enunciata da Agatha Christie (e da Dostoevskij, qualche decennio prima). Estate di morte, nella versione filmica, la contraddice appieno. Tutto è esattamente ciò che sembra. L’ebreo Dawid Goldsztejn, la cui unica colpa sembrava essere quella di non essersi lavato i capelli dal giorno della morte di Stalin, è, oltre che ebreo, un omosessuale pluriassassino. Wojciech Malczak, tutto mossette e insinuazioni sado-maso, è omosessuale, dedito (dunque) a pratiche immonde, e assassino anche lui. Laura Goldsztejn è una squallida arrampicatrice sociale. La seducente donna orientale deruba gli ingenui polacchi, e poi sparisce nelle vastità imperscrutabili della Cina. E il polacco Kopiński, i cui grandi occhi azzurri ci avevano commosso nelle prime inquadrature, è onesto, coraggioso e disinteressato, fino all’autoannientamento. E via di questo passo.

Varrà la pena qui rammentare al margine due soli episodi, del quale il primo ha avuto un certo risalto anche sulla stampa italiana. Il 13 giugno di quest’anno il presidente polacco Andrzej Duda, in un incontro pubblico con gli elettori ha affermato, parlando delle persone LGBT, che esse “vogliono convincerci che si tratti di persone, ma sono solo ideologia”. La televisione pubblica nazionale TVP, nel servizio di informazione Wiadomości (una sorta di nostro TG1) il 15 giugno ha così commentato la frase del candidato alla Presidenza della Repubblica Rafał Trzaskowski “Bisogna, ovviamente, trovare un accordo con le associazioni ebraiche”, con le parole: “Lui non comprende quale sia l’interesse nazionale dei polacchi, non capisce a cosa affermazioni del genere ci possono condurre”.

Bizzarro che, a quanto mi risulta, finora nessuna delle molte recensioni pubblicate su Estate di morte abbia preso in esame la sua straordinaria capacità di illustrare visivamente questi aspetti della campagna elettorale tuttora in atto in uno dei più popolosi paesi dell’Unione Europea. Ma probabilmente ci troviamo di fronte al perenne enigma della Lettera rubata: nulla è meglio celato di ciò che è troppo evidente.

è professore associato di Letteratura polacca presso l’Università di Genova. È autrice di un centinaio di titoli e di tre monografie riguardanti anzitutto la cultura ebraico-polacca. Dal 2017 lavora a un progetto promosso dall’Istituto Italiano di Studi Germanici dal titolo “Intermedialità, storia, memoria e mito. Percorsi dell’arte contemporanea fra Germania e Polonia”.

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