Il ritmo sovrano della visione. Claudia Castellucci

Claudia Castellucci, una delle voci più autentiche e lucide del teatro italiano, ha appena ricevuto il Leone d’argento della Biennale Danza di Venezia. E’ un riconoscimento che, immagino, l’avrà resa felice e, allo stesso tempo, l’avrà lasciata indifferente. C’è, infatti, in lei, una vena anacoretica, una sobrietà, una serietà che l’hanno sempre messa al riparo dalla ricerca del consenso. Questa sobrietà, intellettuale e visiva, è passata in tutti i suoi lavori. Il suo è sempre stato un teatro della visione, ma non tanto o non solo per la sua capacità di creare immagini di rara potenza all’epoca d’oro della Socíetas Raffaello Sanzio (credo che molta di quella capacità scenico-visionaria sia più da attribuire a suo fratello Romeo), quanto per la sua straordinaria abilità nel creare un ritmo della visione, per la sua capacità di ritmare la visione. E’ Mallarmé che, in una lettera tutta sprofondata nel ricordo della sorella morta, scrive “… ma pauvre soeur dont je n’ai point osé encore rythmer la vision”. Il teatro di Claudia Castellucci è l’articolazione, la dimensione retorica metrica e visiva, di questo ritmo della visione. Ripropongo qui un mio testo del 2013 (ora contenuto in L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine, Johan & Levi, Milano 2013) nel quale il rapporto tra visione e ritmo era affrontato in modo diretto.

Tutto è ritmo.
Friedrich Hölderlin

La visione è una questione di ritmo. Nulla di più falso dell’idea che vedere significhi fermare lo sguardo in una sorta di contemplazione immobile, quasi che l’immagine dovesse essere bloccata, fermata, arrestata, attraverso uno sguardo altrettanto fisso. Se si deve dare fermo immagine per non perdersi nella massa delle immagini, allora questo è un punto d’arresto ritmico. La visione è veramente in grado di cogliere l’immagine quando, mettendosi in movimento, incomincia a percepirne il ritmo, il suo movimento interno, le sue oscillazioni, i suoi balzi in avanti e i suoi arresti improvvisi. L’immagine, infatti, è abitata da un ritmo profondo, che ne struttura l’architettura interna, facendo pulsare i suoi organi vitali. Il ritmo dell’immagine è il tempo della visione. La visione è scandita dal ritmo dell’immagine, da questo ritmo essenzialmente muto che pulsa sul fondo della sua superficie. Il ritmo è l’evidenza dell’immagine, il movimento con cui l’immagine si rende evidente, la pulsazione con cui essa appare alla vista, si dà a vedere.

La visione è strutturata su questa intermittenza che pulsa nell’immagine, trasmettendosi empaticamente allo sguardo. Si tratta di un battito, un battito cardiaco, fermo, sordo eppure potente, di una potenza vitale ancestrale. L’immagine oscilla, si allontana e si avvicina, lasciando percepire questo battito del mondo, questo suo eterno apparire per poi svanire, all’infinito. Vedere significa appropriarsi di questo ritmo visivo del mondo: batterne il tempo, essendone a propria volta battuti.

In questo l’immagine teatrale, quando è davvero in grado di mettersi all’unisono del ritmo visivo, risulta esemplare. Penso agli spettacoli di rara potenza visiva di Claudia Castellucci, in particolare a Ballo capace di agonia, Pro Loco isto e Simiam videbo (vedrò la scimmia), i balli messi in scena con la Stoa, la scuola da lei fondata nel 2002, con la Socíetas Raffaello Sanzio. La Castellucci non mette in scena uno spettacolo di danza, cioè non mette in scena lo spazializzarsi di un movimento singolare e profondamente intimo (legato cioè a una interiorità che si esteriorizza), ma il ritmo contagioso e impersonale del ballo, di un ballo che è tutto in superficie, come un’immagine. Davanti alla scena, al susseguirsi ritmico e incalzante di una serie di scene originarie – non tanto nel senso che ci si troverebbe innanzi a una scena prima che rinvierebbe ad un’epoca arcaica o a un gesto primitivo, quanto nel senso che le scene che si susseguono aprono alla dimensione originaria, sempre in istanza, dell’apparire di qualcosa di invisto, di mai visto – ogni forma di codificazione o decifrazione dell’immagine salta, quanto più invece aumenta la necessità di seguire il ritmo, di batterlo con il piede, con il proprio corpo e, infine, con i propri occhi. La scena del ballo, la scena originaria di un legame sociale, al di là di ogni parola, di ogni segno linguistico, di ogni narrazione, lascia percepire (nel proprio corpo) il corpo dell’immagine, la sua natura fisica e sonora, il suo ritmo.

La scena, così, non è più il luogo di una narrazione, non è più lo spazio di una duplicazione mimetica del linguaggio, ma l’apertura di una visione, lo spalancarsi di quel vuoto nel quale l’immagine può apparire. In fondo, negli spettacoli della Castellucci è messa in gioco l’essenza stessa dello statuto ontologico dell’immagine. Non si guarda più un susseguirsi di immagini, seppur grandiose e a loro modo visionarie (come ad esempio nel sublime Iets op Bach di Alain Platel), ma si ascolta il ritmo attraverso cui l’immagine si origina. La scena della Castellucci è lo spazio originario dell’immagine, il luogo in cui lo sguardo percepisce se stesso come una pulsazione anonima nel movimento dei corpi immaginali, nel loro unirsi e dividersi, per mezzo di azioni e reazioni, di incontri e scontri, all’interno di un ritmo che li sovrasta e loro impone, al di là di ogni coreografia, il giusto passo, il passo al di là del linguaggio. Il ritmo dell’immagine è questo oltrepassamento del linguaggio in uno sguardo contagioso e condiviso, in cui nel silenzio, l’altro, altro entra in me e vibra sulla retina dei miei occhi, portandoli lontano, fuori di me, nell’aperto di una visione in cui non sono più io, ma è l’immagine che è sovrana, ritmicamente sovrana.

In copertina: École du rythme de Bordeaux, ph. Pierre Planchenaut

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).