Photo trouvée. Blade Runner 2049

Gli androidi sognano immagini elettriche?

L’agente K  – per esteso KD6 – 3.7, interpretato da Ryan Gosling, protagonista di Blade Runner 2049 (2017) – è visitato da ricordi d’infanzia. Uno in particolare continua a ritornare: scappa, inseguito da altri bambini dell’orfanatrofio di San Diego, che sfrutta il lavoro minorile in una fonderia dismessa, e nasconde nella cenere fredda di un forno il suo prezioso cavallino, intagliato nel legno di un albero che è estinto.

In realtà quei ricordi non li ha mai vissuti perché lui è un replicante di nuova generazione, che lavora nella LAPD come Blade Runner, cacciatore di androidi obsoleti. Ha piena coscienza del suo essere artificiale e di essere stato costruito per eseguire ordini dei suoi superiori e del sistema dominante. 

Da dove giungono allora i suoi ricordi? Gli sono stati innestati. Gli innesti sono ricordi ideati da qualcun altro. In questa trama sono realizzati da Ana Stelline, la dottoressa/artista che inventa o costruisce ricordi molto realistici e verosimili per conto della Wallace Corporation. In un dialogo lei dice a K: “Se hai dei ricordi autentici allora puoi avere delle reazioni umane”. Lui chiede: : “Sono tutti costruiti o ne usa anche di reali?” Ana risponde: “È illegale usare ricordi reali, agente”.  E l’androide insiste ponendo un’altra domanda: “Come si vede la differenza? Sa capire se un evento è successo davvero?”. E Ana afferma: “Tutti pensano che dipenda dai dettagli. Ma non funziona così la memoria. Ricordiamo con i sentimenti. I ricordi reali sono sempre un gran caos”. E infatti a K sono stati innestati ricordi reali, vissuti veramente da un umano, e gli creano scompiglio, muovendo pensieri che lo rendono inquieto. Non comprende più cosa sia reale e cosa invece indotto. Ma anche l’induzione dei ricordi e delle immagini appartiene al reale.

“Stiamo tutti cercando qualcosa di reale”, anche gli esseri umani, risponde a K. la tenente Joshi, ufficiale della LAPD, incaricata di trovare ed eliminare i vecchi replicanti. Joe (questo è il nome “umano” dell’agente K, che gli viene dato dalla sua ragazza-ologramma, Joi, quando pensa di essere nato veramente da una donna) viaggia continuamente tra il ricordo e l’ordine concreto, tra realtà e immaginazione, tra vite vere e vite costruite dalla tecnologia, e in questo excursus cerca di comprendere cosa sia l’anima o quel quid che differenzia un androide da un uomo, semmai vi sia una differenza.

Che cosa rende umani? Le emozioni, l’amore, i codici linguistici, la ragione o altro? La California del 2049 è immaginata dal regista Denis Villeneuve e dallo sceneggiatore Hampton Fancher con innumerevoli androidi al servizio di un sistema estremamente tecnologizzato, proiezioni, inganni nevrotici, ologrammi, glitch, finzioni. Nel contesto distopico tutte quelle presenze fanno parte di ciò che chiamiamo “reale”, costituiscono la realtà. Durante un’indagine K trova lo scheletro di Rachael  – la androide di cui si innamora Rick Deckart in Blade Runner (1982), di Ridley Scott – in una cassa sotterrata accanto a un albero senza più vita. Le analisi sullo scheletro rivelano che Rachael è morta da trent’anni. Il suo ritrovamento coincide con l’inizio di tutto il percorso di K per conoscere le origini della sua identità. La figlia di Rick e Rachael è la predestinata, colei che è nata miracolosamente da una androide, che in teoria non aveva capacità riproduttive. Ana è protetta dalla Resistenza dissidente, che lotta contro il sistema dominato dalla Wallace Corporation.

Nel film, coloro che proteggono i valori dell’umanità sono ritenuti fuori legge, costretti a disobbedire alle regole e alle leggi. Le analisi sullo scheletro trovato nella cassa hanno rivelato che una replicante è rimasta incinta e ha partorito. Il fatto che i replicanti non siano semplici e sterili organismi sintetici ma forme di vita autonome, in grado persino di procreare, ha allarmato il capo della polizia, che decide di insabbiare tutto. Preoccupatissima, ordina a KD6 – 3.7 di indagare e, nel caso, rimuovere le prove del ritrovamento. Poiché la presenza di una eventuale prole sarebbe destabilizzante nel delicato equilibrio tra umani e replicanti, la comandante Joshi ordina di rintracciare e uccidere i bambini nati anni prima da quella androide. Nel corso dell’indagine Joe ha il sospetto che quel bambino nato dalla replicante sia lui stesso. K e gli altri androidi stanno continuamente dentro “celle intrecciate”, devono districarsi all’interno di frasi contenute dentro a un romanzo e dentro un’altra possibile storia letteraria. Costretti a districarsi per cercare di evadere dalle celle intrecciate, ma soprattutto dal dubbio instillato, che li erode, mentre sono portati a pensare che le tutte cose del mondo siano potenzialmente frutto di un grande artificio. Le ambientazioni cyberpunk e l’atmosfera di disillusione e di pessimismo tipica del noir sono elevate all’ennesima potenza.

In maniere diametralmente opposte sia l’agente K sia Neander Wallace, il cieco villain “creatore” di replicanti, sono ossessionati dal desiderio della nascita. Il primo in funzione alla ricerca dell’identità. Il secondo, invece, solo per scopi meccanicistici e per potenziare il monopolio bio-ingegneristico della sua industria, per una futura espansione delle colonie extramondo, popolate da soli androidi. Wallace vuole creare replicanti capaci di riprodursi, e si approccia all’atto riproduttivo seguendo un’ottica biecamente industriale e militare. La Wallace Corporation ha fatto in modo che nessuno sappia più cosa sia reale e cosa no. Probabilmente è colpevole anche di aver causato un grande black-out nel 2022, per fare in modo che si cancellassero tutte le immagini e le foto digitali, che erano conservate nelle memorie esterne o nei computer del popolo.

Le “photo trouvée”

Nella scena girata nell’immenso archivio dei dati, il conservatore racconta che tutte le fotografie della sua infanzia sono sparite a causa del black-out. Le fotografie stampate su supporti cartacei o memorizzate nei computer rappresentano ancora, anche nel film di fantascienza, un dato del reale, testimonianze tangibili di momenti unici. Mentre gli innumerevoli ologrammi, che dovrebbero rappresentare la forma più evoluta rispetto alle fotografie, sono spesso disturbati da glitch, instabili, spesso vicini alla sparizione momentanea.

Nella casa di Rachael, nascosta nel pianoforte, Joe trova una scatoletta di latta: contiene un calzino di neonato e alcune fotografie. Tra queste una lo colpisce profondamente: accanto a un albero (nel 2049 a Los Angeles gli alberi sono estinti) una donna tiene sul petto un neonato e guarda verso chi ha realizzato lo scatto.

Queste fotografie sono reali? Hanno fermato un attimo vissuto veramente da qualcuno nella realtà o sono state realizzate come quelle che erano presenti in Blade Runner, utilizzate per fornire un passato fittizio ai replicanti? L’agente K contempla le photo trouvée, sintonizza la sua immaginazione su quei documenti, per capire se sono testimonianze storiche della realtà o se sono prodotti della fiction. Mentre le scorre tra le mani si agitano in lui interrogativi metafisici. L’agente K, in ogni sua ricognizione, si avvale di un evoluto drone che lo segue dall’alto e fotografa dettagli del paesaggio o ciò che gli viene ordinato di inquadrare.

Anche nell’immaginario futuro hanno ancora bisogno del medium fotografico per approfondire le ricerche e per svolgere al meglio le indagini. Poco alla volta, la trama del film porta lo spettatore a pensare che cacciatore e cacciato siano la stessa persona, in un paesaggio apocalittico, in un deserto interrotto da rovine, che diventano metafore di questioni interiori. K non è nato umano e non ha vissuto i momenti testimoniati dalle foto vintage. Il suo percorso desidera approdare alla conquista dell’umanità. Riuscirà a far ricongiungere l’ex agente Rick Deckard (interpretato ancora da Harrison Ford) con sua figlia Ana, nata dalla sua relazione d’amore con Rachel, unica replicante senza scadenza, che probabilmente però è morta per dare alla luce il suo miracolo.

Che valore e che significato hanno le fotografie nella trama della storia di Blade Runner 2049? Il loro senso è strettamente legato alle domande che vengono alluse spesso nel film: cosa è umano e cosa no? Cosa è reale e cosa non lo è? Le fotografie stampate sono più attendibili, almeno a livello documentale, rispetto agli ologrammi o ai video? Nel rifugio post-apocalittico di Las Vegas emblematica è la scena in cui K chiede all’interlocutore se il suo cane sia reale o no. Il vecchio blade runner risponde che non lo sa. Ma evidentemente si capisce che lui ha stretto un legame con quel cane, e questo è reale, vero, sentito. Il cane segue sempre il suo padrone nell’Hotel abbandonato, testimoniando la sua affezione.

I ricordi di K sono reali? Le fotografie sono state veramente scattate? Reale è stato il viaggio che K ha intrapreso per conoscere se stesso e il suo passato. La persona che prende vita in forma di ologramma evoluto, programmato per il piacere altrui, è reale o è solo una proiezione tecnologica e sintomo di un problema profondo di relazione con gli altri? Joi è un’intelligenza artificiale olografica programmata per essere l’amante ideale. K la aggiorna ulteriormente attraverso un emulatore, fino a rendere possibile i suoi spostamenti fuori dal domicilio spoglio dove vivono. Reale è la relazione d’amore che K sente per Joi, sebbene sia un prodotto seriale e non duraturo[1]. Anche lei sembra provare un sentimento vero, un trasporto emotivo umano, un amore reale per K.  

Qual è il grado di verità che lega la fotografia al fotografato, l’ologramma al corpo fisico di qualcuno? K continua a rivedere un ricordo che gli è stato impiantato e segue la pista partendo dalle immagini rimaste impresse nelle fotografie che ha trovato. È un’esperienza vissuta da Ana, la creatrice di ricordi, e la sequenza dell’episodio d’infanzia è stata trasferita nella memoria del cyborg blade runner.

Emblematica nel film è anche la presenza degli ologrammi (del concerto di Elvis Presley, del jukebox con la canzone di Frank Sinatra, delle pubblicità, etc.) soventemente destabilizzati da continui cali di tensione, glitch, dalle imperfezioni. Il mondo distopico di Blade Runner 2049 è ancora avvolto e pervaso dall’iconosfera. In sottotraccia la trama del film lascia trasparire questioni che sono interessanti anche per quanto riguarda l’attuale ricerca dei visual culture studies, nell’articolato e complesso rapporto tra immagini e media. 

Gli ologrammi sono proiezioni verosimili, tridimensionali, di corpi e delle cose reali del mondo. Sono materializzazioni momentanee, dinamizzate e cinetiche, delle immagini. Una volta scoperto che K non è il figlio del miracolo, il replicante poco alla volta e attraverso il superamento del dolore intraprende una via che lo emancipa e svincola da ordini maggiori. Negli ultimi momenti della sua esistenza agisce motivato dall’importanza emotiva della memoria, nonostante quella memoria e quel ricordo non siano suoi. Lotta di sua spontanea volontà per una causa superiore rispetto alla egoica esistenza della maggior parte degli esseri umani. Una decisione che rappresenta l’ultima disperata aderenza verso un’umanità raggiunta e oltrepassata.

In punto di morte, sulla scalinata d’ingresso dell’edificio dove vive Ana Stelline, Joe sente sulla pelle del suo corpo la levità dei fiocchi di neve, in un’aura di pace e tranquillità, nel passaggio dalla vita alla morte, provando qualcosa che pare l’esperienza degli esseri umani nel momento del trapasso. L’immagine della neve che scende dal cielo viene sentita nella sua tangibilità, fisica e metafisica al contempo. Ma questa esperienza non può essere resa visibile da nessuno strumento tecnologico, da nessun drone sofisticato che riprende la morte o che la fotografa da vicino. Di fronte a questo mistero invalicabile qualsiasi media non può far altro che stare a qualche passo di distanza e lasciare che l’evento accada senza lasciare documenti tangibili di quello che è accaduto.


[1] Nel film le esperienze fisiche hanno un valore importante nello sviluppo mnemonico e quindi dell’identità dell’individuo. K vuole essere Joe, ovvero un umano nato dall’unione di due persone che si sono desiderate e amate. Anche lui desidera fortemente amare ed essere amato. E proietta il suo amore su Joi, che lo supporta per scoprire la verità identitaria e la sua origine.

Mauro Zanchi è critico d’arte, curatore e saggista. Dirige il museo temporaneo BACO (Base Arte Contemporanea Odierna), a Bergamo, dal 2011. Suoi saggi e testi critici sono apparsi in varie pubblicazioni edite, tra le altre, da Giunti, Silvana Editoriale, Electa, Mousse, CURA, Skinnerboox, Moretti & Vitali e Corriere della Sera. Scrive per Art e Dossier, Doppiozero e Atpdiary.

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