Oltre i limiti del linguaggio: sulla pittura di Alice Visentin

“Sulla pittura non c’è niente da dire. Il discorso critico è possibile solo su frange culturali di un’arte. Queste frange non sono visibili nella pittura. Che dire della pittura? Si può dire che è pittura. Una tautologia che conferma che della pittura non si può parlare. Certo si potrebbe dire quello che si prova davanti alla pittura. Ma che c’entra quello che si prova  davanti alla pittura con la pittura stessa? Anche perché si può benissimo non provare niente e tuttavia aver capito la pittura. L’occhio è uno specchio. La pittura vi si riflette ma non oltrepassa lo specchio” (Appunto di Moravia in forma di serigrafia all’interno di una cartella di serigrafie: Walter Falconi, Gustavo Giulietti, Gabriele Ricceri, Firenze, Galleria l’Indiano, 1969).

Questa nota-serigrafia di Moravia è vera solo a metà. La pittura è un linguaggio che non può che avere come eco se stessa, certo: non c’è miglior modo di commentare un quadro se non facendone un altro (l’ha spiegato, meglio di chiunque altro, Baudelaire). Eppure i lavori di Alice Visentin spingono chi guarda a volerne parlare, se non altro per chiarire che cos’è che attrae lo sguardo in quelle superfici misteriose, come emerse da un mondo altro. Innanzitutto, un dato formale: Visentin preferisce tele di ampie dimensioni, e — si sa —  la scelta del supporto è strettamente legata al rapporto dell’artista con lo spazio, al suo modo di raccontare. Se fosse una narratrice nata in tempi diversi da questo, Alice scriverebbe poemi cavallereschi dalle molte voci: la sua predilezione denota una sua volontà di conquistarselo, lo spazio, di farlo proprio attraverso le scene che evoca. Ma le sue sono, allo stesso tempo, immagini che emergono da un clima di sospensione, fluttuazione.

Alice Visentin, Femminelli, olio su tela, 2020

È un mondo in cui l’osservatore entra a poco a poco, e a ben vedere poggia le sue basi pittoriche nelle scelte cromatiche dei fondi: sovente blu cobalto, verde bottiglia da cui fioriscono coralli, piccoli fiori e foglie, scritte che danno voce ai muti desideri dei personaggi immersi nella natura. È una pittura subacquea, marina, anche se AV è in realtà molto legata alle sue terre d’origine, in particolare al borgo montano da dove proviene la famiglia materna, e in cui era solita passare tutte le estati da bambina (ma forse non c’è contraddizione: quelle montagne sono pervase da fiumi, specchi d’acqua, radure silenziose). A guardarli bene, i suoi personaggi potrebbero appartenere ad ogni tempo: antichi menestrelli a cavallo, pastori che recitano poesie a memoria giocando con la luna, giganti e gigantesse che esplorano i fiumi o bande di boys delinquenti.

Alice Visentin,  La banda, olio su tela, 2019

Certo è così: nel creare il suo mondo pittorico AV filtra la quotidianità attraverso numerosi riferimenti alla tradizione folklorica, alla letteratura, alla storia dell’arte e alla musica. I nomi che si potrebbero fare sono molti: certo la tradizione piemontese delle masche (dal provenzale mascar, borbottare), streghe piemontesi maestre del cambiamento; un ritmo jazzistico alla Thelonious Monk, che spunta in uno dei dipinti. Per quanto riguarda l’approccio alla figura, la scelta dei temi da estrarre dall’alfabeto delle forme, l’immaginario di Visentin riflette il lungo studio di artisti amati, da Enrico Baj agli arazzi fiamminghi. Negli uomini dai grandi cappelli che versano vino denso come lava intravedo tracce di Paolo Uccello; un altro nome che torna in mente allo sguardo è Franz Marc, presente nella scelta dei colori primari dominati con sicurezza tale da aprire spazi all’impensato.

Ma quello che più colpisce nei dipinti di Visentin è l’approccio nonsense alla composizione; è questa vena che, scardinando la narrazione dall’interno, rende la sua pittura pittura, cioè processo, non illustrazione. In letteratura il nonsense non implica una mancanza di senso, tutt’altro: si tratta di un senso polverizzato, nascosto sotto un linguaggio del segno — e del disegno  — teso ai massimi limiti. Visentin fa proprio questo modo, traducendolo in ambito pittorico: dove ci aspetteremmo magari una risoluzione della composizione in una certa direzione (tesa magari a compiacere l’occhio), o una data scelta cromatica, Alice sceglie altre strade, sfugge alla trappola del già visto aprendosi a nuovi percorsi del senso. Anche la parola dipinta, apparsa nei suoi lavori più recenti, percorre lo stesso sentiero: se i suoi personaggi guardano dove non ci aspettiamo, le loro parole quasi mai rispondono alle nostre aspettative.

Alice Visentin, E f Veros, olio su lino, 2020

Prendiamo E f Veros, uno degli ultimi suoi dipinti: due uomini di profilo, cacciatori dagli indimenticabili nasi, si trovano in un rifugio (o una palafitta, come suggerito dalla scala?) . Sembra stiano parlando, ma evidentemente la mente del cacciatore sulla destra è proiettata da un’altra parte, verso la destra del quadro: una mano – che ai miei occhi di spettatrice appartiene alla silhouette blu sul limite destro – lo sfiora, ma per dire cosa? E, f, Veros… tre segni tesi intorno a un cartiglio preso di peso da un qualche alfabeto antico: un incontro col divino risolto in una rosa di lettere di cui il significato resta ignoto, trattate a livello pittorico come la materia à la A.R. Penck dei contigui graffiti. È per questa esplorazione dei limiti del linguaggio che i quadri di Alice Visentin ci richiedono di essere guardati lungamente, come perdendosi, e non si esauriscono nella somma dei loro numerosi richiami alla tradizione della storia dell’arte.

Alice Visentin,  Alice, olio su tela, 2019 (dettaglio)

Come per i maggiori autori del senso ritrovato, però, questa profondità è tradotta nel mondo delle forme non per partito preso, o nell’intento distruggere una tradizione precedente; al contrario, si basa su una profonda fiducia nella figura, nella natura. Attraverso le sue bande Visentin mira a mettere in figura un nuovo modo di stare al mondo, un umanesimo che, scavalcando l’ideologia, vada oltre i tradizionali legami familiari; il suo è un costante un invito ad aprirsi all’impensato, che si traduce visivamente nelle figure disposte a un’infinita metamorfosi: ci aspettiamo i tucani volino via da un momento all’altro dalla gabbietta [Fig.6], insieme alle nostre idee precostituite. L’artista dipinge spesso immersa nella natura, i quadri esposti alle intemperie nel suo studio allo Sporting Dora, a Torino. Vedendola intenta a lavorare mi viene in mente la parola “cura”. La cerco sul vocabolario, leggo: “cura (s.f.): Impegno assiduo e diligente nel perseguire un proposito o nel praticare un’attività, nel provvedere a qualcuno o a qualcosa”. 

Quale altra parola potrebbe esprimere meglio il misto di cocciuto coraggio, pazienza, devozione che ci aspettiamo da chi amiamo, e che sempre emerge dalla sua pittura?

In copertina: Alice Visentin, Bonelli padre e Bonelli figlio, olio su tela, 2019 (dettaglio).

è assistant professor di Italianistica alla University of Toronto. Dopo il diploma alla Normale di Pisa si è addottorata a Harvard, dove ha insegnato e preso parte a progetti curatoriali, pubblicando saggi sulla letteratura e l’arte italiana del Cinquecento e del Novecento. È autrice di “Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja” (Quodlibet 2014, Special mention Edinburgh Gadda Prize); del poeta-pittore ha pubblicato un album illustrato (Tre per un topo, Quodlibet 2014) e curato una raccolta di taglio interdisciplinare (“Paesaggi di parole. Toti Scialoja e i linguaggi dell’arte”, Carocci 2019).

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