Gli occhi di Philip K. Dick

Quando guardo negli occhi quello squilibrato mentale di Philip Dick, mi par di comprendere il senso profondo della parola “realtà” e del gesto di scrittura che cerca di afferrarla.

Chiamava kipple quella massa informe che ottunde lo sguardo rendendo tutto opaco. Ha tentato, a volte, di lavarsi via questo ammasso di rifiuti, di scorie che la nostra civiltà produce, fin dall’apparire dell’homo sapiens. Ha cercato la purezza dello sguardo. Ma non l’ha portato da nessuna parte questa ricerca di purezza.

Forse la sola via percorribile consiste, non nel ripulire il mondo o la mente, ma nello sprofondarci dentro, a questo kipple. Forse la ricerca della realtà passa attraverso l’accettazione di uno state of kipplization. Si tratta di imparare a respirare il kipple, a percepirne la vitalità entropica, fino a dissolversi in esso, in una sorta di parossistico materialismo estatico.

Il mondo è solo un moltiplicarsi (entropico? ordinato?) di piani, di immagini, di superfici e di dimensioni parallele. Non c’è Grund, non c’è origine, non c’è nessuna terra promessa. Così come non c’è nessuna diaspora, nessun sradicamento, nessuna virtualità.

Solo l’attraversamento è reale. Reale è solo la traduzione dei diversi linguaggi di realtà, la capacità di passare da un piano all’altro, da un’immagine di mondo all’altra. La realtà è un interminabile processo di riciclo della materia e dell’intelligenza. La realtà è un infinito esercizio di traduzione. La scrittura e l’esegesi sono la sua gnosi.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).