Il respiro della rivolta

Siamo certi che è nel progetto della società democratica contemporanea l’idea di eliminare l’oppressione in nome della giustizia sociale? E se così non fosse – come sembra si possa affermare se consideriamo come è morto a Minneapolis George Floyd, e tanti come lui in passato – quale significato ha la violenza esercitata attraverso l’apparato di Stato?

Negli anni recenti, una delle più interessanti rappresentazioni filmiche, in chiave distopica, del sentimento di violenza e odio verso la povertà negli Stati Uniti è il ciclo di film di James DeMonaco, The Purge. I film, e la serie tv da questi derivante, sono ambientati in un presente nel quale il “regime democratico” governato dai Nuovi Padri Fondatori mette fine al problema della criminalità istituendo la notte dello sfogo; 12 ore, una volta l’anno, durante le quali ognuno può dar liberamente sfogo alla violenza verso chiunque (tranne verso gli intoccabili funzionari del governo), utilizzando quasi tutti i tipi di arma e rimanendo impunito. Le strade delle città si trasformano in campi di battaglia; i più fanatici si aggirano nei quartieri popolari in tenuta da guerra in cerca di vittime, i più ricchi si barricano in casa protetti da sistemi di sicurezza inviolabili o esercitano il proprio sadismo sui deboli e gli indifesi, i poveri diventano il principale bersaglio. Liberare la violenza per rinascere. Questo rito purificatorio, così i Nuovi Padri Fondatori raccontano nella loro propaganda, oltre a ridurre il desiderio di aggressività, e a governare l’hobbesiano “stato di natura” della guerra di tutti contro tutti, ha l’obiettivo di ridurre il livello di disoccupazione. Il vero scopo, naturalmente, non è eliminare la povertà, ma i poveri.

Nella realtà dei fatti, le cose non stanno poi diversamente e la storia recente, negli Stati Uniti, qualcosa ci insegna. Il problema della povertà – e quelli considerati ad essa connessi, come la violenza urbana e la microcriminalità – sono stati spesso oggetto di attenzione delle politiche urbane. Nell’ultimo decennio del secolo scorso, mentre in Europa il welfare state viveva la sua fase terminale di declino, negli USA, dove le politiche di welfare dal New Deal ad oggi sono state di matrice assistenzialista, e per certi versi discriminanti per i fruitori, considerati parassiti della società, il governo della violenza urbana viene pensato attraverso politiche punitive che tentano di assomigliare a politiche di riforma sociale. Nella città di New York le politiche note come “tolleranza zero” introdotte negli anni novanta dall’allora sindaco Rudolph Giuliani (ed esportate poi in molti altri paesi), avevano come obiettivo proprio questo: reprimere la micro criminalità attraverso interventi polizieschi duri per proteggere i cittadini da quella parte di popolazione considerata “più incline” a compiere crimini. Naturalmente, la questione razziale rientra appieno nel progetto; oltre ai ceti urbani più dequalificati, oggetto del “pugno di ferro”, è il sottoproletariato nero, quella sottodivisione di classe del proletariato bianco che soffre particolarmente gli effetti della disoccupazione e della segregazione socio-spaziale.

I tanti George Floyd cui viene tolto il respiro sono le vittime di una politica che istituzionalizza la violenza e la repressione attraverso il governo democratico. È questo il paradosso su cui occorre riflettere. Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, che etichetta come delinquenti coloro che hanno manifestato per la morte di George Floyd, rispondono esattamente a quel meccanismo di “revisione della tolleranza” che impone di sopportare la violenza sistemica perché considerata la risposta necessaria ai comportamenti di quei gruppi sociali – tra cui gli afroamericani, gli ispanici e il sottoproletariato bianco ­– continuamente criminalizzati. Questa forma di tolleranza è puramente strumentale e ha l’obiettivo di confermare le forti differenze esistenti nella società che da razziali finiscono col diventare di classe. La questione razziale, come dimostrano le manifestazioni e le rivolte negli Stati Uniti, diventa una questione sociale; la “questione” di gran parte della società che soffre la disuguaglianza insita nel sistema sociale. La vulgata della “tolleranza repressiva” – così la descriveva Herbert Marcuse – che porta a “giustificare” alcune azioni, anche quelle moralmente deprecabili, porta a interpretare le rivolte urbane per l’omicidio di George Floyd alla stregua di atti vandalici e non come manifestazioni di dissenso. È un errore, non innocente, considerare la rivolta un fatto a sé, pura espressione di violenza incanalata nel desiderio distruttivo dell’ordine sociale. Sebbene la rivolta non sia mai dolce. E sebbene la rivolta non sia necessariamente rivoluzione, essa è il primo solido segnale di un’opposizione verso lo stato delle cose o del consolidarsi di una necessità; tentare di scuotere gli animi per sovvertire “quello” stato delle cose. L’insurrezione è violenta sempre, è manifestazione di malcontento che esplode verso l’esterno, nella società tutta, e la investe nelle fasi del suo picco massimo, senza risparmiare niente. Nasce dal di dentro delle masse e si estende verso l’esterno. Auto bruciate e vetrine infrante sono il primo segnale del tumulto, poi gli scontri, il lancio di sassi, le cariche, finanche i morti. Come è avvenuto nei riots di Los Angels del 1992 in seguito all’assoluzione dei poliziotti che pestarono a sangue Rodney King dopo un inseguimento. Quanto è accaduto nelle strade delle grandi città americane dopo l’omicidio di George Floyd, tuttavia, ha un carattere diverso. Qui non vi è solo manifestazione di dissenso verso un omicidio immotivato. Le rivolte e le manifestazioni mostrano il rifiuto di un sistema sociale che non permette “vita dignitosa” a molti, che oltre ad uccidere, disumanizza. La disumanizzazione è la forma più violenta di repressione che opera attraverso la “naturalizzazione” dell’inferiorità. Se i regimi dispotici esplicitamente riducono a soggetti “non umani” i “non degni” e i “non meritevoli”, nello stato democratico, talvolta, la repressione riesce ad agire in modo più delicato ma non meno pervasivo. La repressione si nasconde dietro la concessione di diritti civili e di libertà, individuando “gli errori” nei comportamenti individuali, il “poliziotto cattivo”, senza andare a cogliere in quale faglia della società si riproduce l’ideologia della repressione. L’apparato ideologico sopravvive oltre la cornice giuridica e istituzionale, anzi da essa trae energia per continuare a riprodursi in un mondo nel quale la disuguaglianza viene considerata l’effetto inevitabile dell’incapacità di alcuni di emanciparsi per mezzo delle risorse che concede loro lo stato democratico. Nelle enclave urbane delle grandi città americane (ma anche europee, in verità) gli outsider, i marginali sono socializzati allo “stato d’assedio”, sanno benissimo che prima o poi nella vita avranno a che fare con la polizia, che non avranno scampo, che la loro esperienza di vita si realizzerà negli spazi marginali che segnano il confine con la “vita degna”. Le rivolte urbane negli Stati Uniti hanno mostrato l’insostenibilità da parte di molti di questo sistema.

La rivolta si avverte sempre sul corpo ma passa attraverso le coscienze. Il corpo di George Floyd per terra di fianco a un’auto della polizia sotto il peso del corpo di un poliziotto bianco che gli toglie il respiro. Il corpo privato di respiro che gonfia le coscienze fino a farle esplodere di rabbia. Dal corpo alle coscienze; è in questo modo che il seme della rivolta fa nascere le lotte urbane che in questi giorni hanno imposto il coprifuoco nelle città americane. Se, nella notte dello sfogo della fiction distopica americana, la rivolta urbana è concessa, perché a essere “sacrificate” sono le vite dei marginali, nelle rivolte americane dei giorni scorsi le vite dei marginali rompono il lockdown politico e culturale che li confina nella miseria di una vita disumana. L’idea che sembra passare nei media è che, se le rivolte continuano a essere dure faranno il gioco di Donald Trump, favorendo la sua rielezione e alimentando il sentimento di insicurezza e di paura. In verità ciò che fa realmente paura è la composizione delle masse che manifestano; una ampia classe sociale che, oltre l’emancipazione politica, aspira a quella che Karl Marx chiamava “emancipazione umana”, il ripristino delle istanze umane di una società di eguali. L’odio sociale e razziale non è “innato”, è un prodotto storico, effetto di un pensiero politico neocoloniale che nel tempo, dalle istituzioni alle ideologie e viceversa, ha alimentato la “cultura della diseguaglianza”. Il meccanismo può essere interrotto quando è mosso dal desiderio di emancipazione umana, “totale”, dalla necessità di “dare respiro” diverso alla rivolta, quando il movimento in protesta comincia a percepirsi non come una massa informe ma come un insieme organizzato con una “coscienza comune”, consapevole della propria condizione e capace di ribaltarla.

Sociologo, fa ricerca sulle trasformazioni del capitalismo, sulla città e sulle politiche securitarie. Insegna Sociologia Generale e Politiche Pubbliche per la Sicurezza presso l’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro.