Kleine Form

Se si può dire in quindici parole invece che in venti o trenta,
allora dillo in quindici parole
.
Raymond Carver

La kleine Form è un genere unico che si pone a mezza strada tra il racconto breve e l’elzeviro giornalistico. Suo grande e misconosciuto rappresentante fu Franz Hessel, l’autore delle Spazieren in Berlin, che tanto colpirono Walter Benjamin. Hessel è oggi maggiormente noto per aver ispirato la figura di Jules nel famoso romanzo di Henry-Pierre Roché, reso poi celeberrimo dal film di Truffaut. Genere raro, che si può far risalire fino a Lichtemberg, la kleine Form si definisce come una sorta di istantanea o di polaroid che coglie un momento del flusso di immagini di cui si compone un’esistenza. Suo scopo è fissare l’effimero, attirando l’attenzione sul particolare insignificante e inosservato. La sua prosa asciutta e marginale, costruita levando più che aggiungendo, parla della minuzia, lasciandovi però intravedere la Storia. A sua volta effimera, come la carta dei quotidiani, che durano un giorno e il giorno dopo servono ad incartare il pesce o a pulire i vetri, questa “piccola forma” afferra più di qualsiasi altro genere la finitezza dell’esistenza, il suo puro passare. Coglie di ogni cosa la materialità estrinseca, rendendola, più che in forma breve, in una forma “piccola”, quasi in miniatura. Non solo una contrazione del tempo, ma anche dello spazio. Non solo una fedeltà all’istante, all’ora, ma anche al più vicino, a ciò che è a portata dei sensi, al qui. Più che una questione stilistica, è una postura esistenziale: uno stile da marginali, al margine di ogni stile. Franco Fortini – soprattutto in quel libro per molti versi straordinario che è Insistenze, dove ha raccolto i suoi scritti giornalistici (che però vanno molto al di là del genere giornalistico) – è stato forse il rappresentante più alto della kleine Form in Italia. In questi suoi scritti brevi che, certo, molto devono a Karl Kraus più che alla tradizione marxista, ha saputo rendere e fissare lo sguardo di un’epoca su se stessa. Ha saputo camminare, lasciando che fossero le strade a portarlo all’interno delle contraddizioni, delle impasse, delle false segnaletiche e delle autostrade dell’informazione del nostro tempo. C’era nel suo sguardo la sempre vigile sorpresa per ciò che accade, inaspettato, accanto. Lo sguardo con il quale Fortini percepiva e descriveva il mondo, dandone un’immagine cristallina, indica una sorta di capacità laterale della vista, dovuta a una miopia salutare. Si tratta di una capacità visiva che impedisce alla visione di diventare allucinazione, scollandosi dalla realtà dell’esistenza quotidiana. Nello sguardo diagonale, nello scorcio di scrittura, la vista e le idee chiare e distinte non bastano più: subentrano altri sensi, altre sensibilità. A volte, affinché lo sguardo veda, occorre togliere gli occhiali della storia: in quel momento l’“universale” è tutto compreso nel “particolare” e l’insignificante sprigiona senso. E così la scrittura, non descrive più l’immagine, ma si fa immagine.

L’immagine di copertina è uno scatto di Josef Sudek (Kolín, 17 marzo 1896 – Praga, 15 settembre 1976)

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).

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