No time to die

Il nuovo 007 sarebbe dovuto uscire il 10 aprile, con il titolo No time to die. I manifesti circolavano già da diverse settimane, dentro i cinema e attraverso le vetrine dei negozi Omega, la marca degli orologi che cingono i polsi di James Bond dal 1995. Quando lo stay at home order è entrato in vigore, a Chicago hanno chiuso tutti i negozi della Magnificent Mile, la strada lunga un miglio dove si avvicendano, belli turgidi, i tempietti delle grandi ditte globali. Scattato l’ordine, i vetrinisti della Omega hanno tolto gli orologi da milioni di dollari dai loro altarini di plexiglass, ma hanno lasciato dov’era il manifesto del film, con la sua scritta glitterata No time to die. Ora questa frase si protende dalle serrande sprangate a metà, al di sopra degli ectoplasmi delle lancette. È uno slogan che rimpiazza quello della merce di lusso, ormai depotenziata di fronte a consumi che il lockdown ha reso di colpo uniformi. Invece che generare desiderio di distinzione, la vetrina della Omega brandisce un antidoto al memento mori di massa. Non è tempo di morire.

Assorbo lo slogan insieme al mio riflesso: personalizzo l’imperativo collettivo, ne faccio un programma di sopravvivenza individuale. Programma che però sto sabotando, perché sono uscita di casa nonostante asma più anemia. Me ne sto qui esposta al virus, col telefono fotografo in mano, a sostare davanti al negozio Omega (che per un surplus di coincidenze è l’ultima lettera dell’alfabeto greco, la fine di tutte le cose, la cifra dell’apocalisse).

Poco oltre, la vetrina di Gucci esibisce vestiti e borse a cui è stato sottratto il volume: eccoli tutti striminziti dentro sacchi sottovuoto, reclusi all’interno di gusci che li proteggono e li sospendono: metafora didascalica della stasi e di chi può permettersela. Accanto a Gucci, il negozio di Louis Vuitton ha invece blindato le vetrine con pannelli di legno che oscurano tutti i prodotti, ma che recano la promessa We’ll come back: un annuncio di resurrezione. 

Uscire per le strade di Chicago e dell’America intera si può, senza dover firmare nessuna autocertificazione che giustifichi il tragitto. Così in giro ci sono molte persone, che camminano solo per tenere in funzione il corpo, ignorando la merce. Se sono scomparse le buste che mettono in mostra le marche preferite, camminando è però possibile sondare altre scelte: quelle politiche. Per chi vota la gente lo capisci dalla mascherina: l’emergenza sanitaria è stata politicizzata al punto che coprirsi le vie respiratorie ti identifica all’istante come democratico; andarsene in giro faccia all’aria segnala invece un negazionista repubblicano – che si bea della propria infamia nobilitandola come un gesto di civil disobedience, come una protesta non violenta alla Martin Luther King.

Intanto lui, il Magno Clown che ha fomentato questa polarizzazione, fa la conta dei consensi invece che quella dei morti, auto-incensandosi senza sosta. «96% APPROVAL RATING IN THE REPUBLICAN PARTY. THANK YOU!» Arrivata in fondo a Magnificent Mile, all’altezza del Trump hotel, penso: eccomi di fronte alla marca sovrana. La sovrapposizione di brand e presidenza non è mai stata tanto evidente come adesso. Quando Trump twitta «Our Testing is the BEST in the World, by FAR!» è come se mi stesse vendendo il paese dove vivo.

Le sue conferenze stampa sul covid – l’apice quella della candeggina da ingerire o ficcarsi in vena – sono esilaranti e insieme mostruose. Guardandole ci si chiede se possa esistere ancora commedia politica quando la politica stessa è diventata una satira che fa impallidire ogni forma di satira. E in effetti tutte le imitazioni di Trump, incluse quelle più astute, non sono mai all’altezza dell’aberrante originale, che sembra la migliore parodia di se stesso. C’è però un’eccezione: è Sarah Cooper. Fino a poco tempo fa chi fosse Sarah Cooper erano in pochi a saperlo: una comica promettente, con alcune trovate niente male, ma mai che avesse fatto fibrillare i corpi di risate. Da alcune settimane, precisamente dalla conferenza della candeggina, Sarah Cooper è diventata un astro della stand up comedy e i più grandi umoristi della scena americana se la vezzeggiano a turno. Cosa ha fatto? Molto poco in realtà: ha preso l’audio della conferenza stampa di Trump, si è infilata una giacca, e ha mosso le labbra come se le parole del presidente emanassero da lei stessa. Tolto l’apparato spettacolare della sovranità, tolta la seduzione del capitale, ciò che resta è il nudo atto linguistico, che risalta in tutta la sua idiozia. Ma Sarah Cooper non si limita a sottrarre gli orpelli sovrani dal discorso di Trump; aggiunge anche qualcosa. Ciò che aggiunge è la visualizzazione del significato concreto di quelle parole. Mentre dilata e stringe la bocca, mentre aggrotta la fronte, eccola che estrae dalla credenza uno spray disinfettante, che poi si palleggia addosso a tutti gli orifizi, con la faccia mortalmente seria e pensosa. Spogliando la marca sovrana dalle insegne della gloria e consegnando ai consumatori votanti la stupidità di un prodotto senz’aura, Sarah Cooper arriva non dico a disattivare, ma perlomeno a incrinare il valore del brand Trump.         

Di ben piccola incrinatura si tratta però; anzi, di fatto è proprio impercettibile. Catastrofi, scandali e derisioni che avrebbero affossato qualsiasi altra figura politica intaccano Trump solo di striscio. L’impunità di cui gode lascia sgomenti. Al punto che ci si chiede: e se fosse proprio l’impunità il valore centrale della sua marca sovrana? Per Naomi Klein la risposta è affermativa: senza dubbio alcuno. In Shock Politics (L’incubo Trump e il futuro della democrazia, traduzione di Giancarlo Carlotti, Feltrinelli 2017) osserva che il brand Trump coincide con la quintessenza del boss, dell’uomo che è così ricco che può fare quel che vuole, quando vuole e a chiunque vuole. Secondo il sistema di regole che Trump ha creato, non occorre essere competenti o anche appena decenti; basta essere consistenti con il proprio brand. E la cifra di questo brand è l’impunità.

L’impunità di Trump va a braccetto con la sua autoreferenzialità. In questi giorni di covid è flagrante: come ho scritto sopra, il conteggio dei consensi fagocita quello dei morti. L’autoreferenzialità si sorregge sull’assolutizzazione del nome. Una delle mosse più caratteristiche di Trump fin dai tempi delle sue prime campagne elettorali è stata assicurarsi di essere l’unico nome proprio, l’unico nome che può essere pronunciato da solo: senza aggettivi che lo modifichino. In un saggio uscito qualche mese fa (Brand(ish)ing the name, or, why is Trump so enjoyable?, in William Mazzarella, Eric L. Santner, Aaron Schuster, Sovereignity, Inc., University of Chicago Press 2020), l’antropologo William Mazzarella si sofferma su come Trump assegni in modo compulsivo nomignoli spregiativi a tutti i suoi opponenti politici. Abbiamo così Goofy Elizabeth (Warren), Crazy Bernie (Sanders), Crooked Hillary (Clinton), Low-Energy Jeb (Bush), Sleepy Joe (Biden). Non si tratta, qui, soltanto di affibbiare qualità indesiderabili ai nemici; per Mazzarella, l’obiettivo di questa aggettivazione insistita è relativizzare tutti gli avversari, a fronte della sublime e trascendente singolarità della marca Trump. Ci penso osservando le cinque lettere che compongono il suo nome, scintillanti sulla facciata dell’hotel più prominente di Chicago. Mi sfregiano la vista, forse oggi anche di più. Me ne allontano di corsa, scansando a zig-zag i faccia all’aria negazionisti, e torno a piantarmi di fronte all’imperativo di non morire, elargito da uno 007 in standby.

insegna letteratura italiana alla University of Chicago. Ha scritto i saggi "Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi" (Carocci 2012) e "Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura" (Carocci 2018) e i reportage narrativi "Dalla Corea del Sud" (Exòrma 2017) e "Voci da Uber. Confessioni a motore" (Mucchi 2019).

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