La paura più grande

(Pensare la quarentena mondiale)

Una paura – quella che io qui definisco  “la paura più grande” – è la radice comune del politico e del religioso.  O piuttosto, del politico in quanto religione.

E’ questa paura che affiora alla superficie – una superficie che quasi coincide con quella della terra – durante la quarantena. E risulta già evidente che questa paura non è solo legata alla crisi epidemica, ma che, forse fin dall’inizio, si è sdoppiata in un’altra paura, quella di una crisi economico-sociale, che si annuncia ancora più grave di quella del 2008. Paura doppia o raddoppiata, dunque, che si rivela, in fondo, come un unico e identico timore. La quarantena ci offre così la chance di pensare ciò di cui abbiamo – politicamente – più bisogno: uno strappo netto e definitivo  tra politica e religione.

Non sappiamo se tale strappo sarà mai possibile. La separazione tra politico e religioso sarà una decisione politica, oppure non avverrà. In realtà, la necessità di separare le due sfere era già latente presso i greci: sono stati loro i primi a immaginare un Dio che muore e, da lì in poi, la politica è stata pensata come un corpo, come un corpo, per di più, immune. O, più esattamente, come un corpo immunizzato, un corpo che acquisisce l’immunità attraverso il sacrificio dei mortali.

Ne deriva dunque la necessità di definire “Dio” – e tutte le sue apparizioni secolari – fisicamente e metafisicamente come anticorpo comune dei mortali, ossia come ciò che impedisce la realizzazione della comunità politica (la comunità senza gerarchia dove ogni essere si espone all’altro nella propria uguaglianza originaria). Occorrerà quindi andare alla radice della teologia, ossia della filosofia e, di conseguenza, dell’economia politica che si appropria del comune mortale (o di ciò che è comune ai mortali).

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L’idea della paura come origine della religione è molto antica (Hobbes, per esempio, evoca un poema di Stazio, la Tebaide, scritto alla fine del I secolo della nostra era) ma colui che la espresse più chiaramente fu Nietzsche, presentando, insieme, la figura di un corpo divino e la potenza di un potere (politico). Egli afferma, in sostanza, due cose:

  •  il timore nei confronti degli antenati cresce proporzionalmente al potere del gruppo (arcaico);
  • grazie all’immaginazione scaturita da questa paura sempre più grande, l’antenato attinge a proporzioni mostruose e finisce per assumere la figura di un dio.

Conclude allora Nietzsche: «Forse sta proprio qui l’origine degli dèi , un’origine dunque dal timore!…» (Genealogia della morale, II, § 19).

A questa analisi difficilmente contestabile occorre, mi pare, aggiungere un chiarimento: la paura, prima di fortificare il gruppo, rischia di dissolverlo, in quanto essa isola e paralizza ciascuno dei suoi membri. Il timore è, sotto questo aspetto, il limite inferiore della politica (mentre il suo limite superiore è la pietà, la quale distrugge la comunità in una massa fusionale). E’ solo dunque in un secondo momento, sotto la minaccia della sparizione, che la paura si fa legame; e quanto più la paura aumenta (quanto più essa diventa mostruosa, dice Nietzsche), tanto più il gruppo si unisce in modo omogeneo attorno al suo antenato, divenuto un dio. La paura della morte è dunque interamente scaricata su un morto che, proprio in virtù di ciò, detiene la potenza vitale di un gruppo. Un corpo comune – ossia, come è evidente, un anticorpo mostruoso – allora si costituisce, fondando l’ordine politico-religioso, addirittura  teologico-politico. Su questo si fonda, a mio parere, la totalità della politica occidentale, compreso quella rivoluzionaria ed emancipatoria.

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La questione – la questione più antica nella politica e nella religione, nella quale le due sono indissolubilmente associate – è sapere cosa facciamo della paura. Non esistono modalità infinite per affrontarla, ma solo due: la catarsi benefica (la cui posta in gioco è la rappresentazione ) e la catarsi malefica (la cui verità è il sacrificio). Ciò non significa in alcun modo che la politica debba prendere a modello l’arte a detrimento della religione; significa semplicemente che l’arte mostra il limite della rappresentazione della morte, o per meglio dire, dei morti. Il che è già un fatto enorme. D’altro canto, occorre constatare che è la catarsi sacrificale che, nel suo intento di sgravarci dal peso della mortalità e di procurarci la salvezza, ha dominato, in modo schiacciante, la storia mondiale.  In un certo senso, la politica – intendo la politica separata dalla religione – non ha ancora avuto inizio.

Ciò equivale a dire che non abbiamo ancora preso atto – atto politico – dell’evento più grande dei tempi moderni, ossia la morte di Dio. La fine del teologico-politico resta ancora da realizzare.

La versione integrale di questo testo è disponibile, in portoghese, sul sito della rivista Dobra e della Pastoral da Cultura

A breve sarà disponibile in francese sul canale Youtube Philosopher en temps d’épidémie

In copertina: Francisco de Zurbarán, Agnus Dei, 1635-1640

Si è formato in Arti Visive (Lisbona), Letteratura (Parigi), Filosofia (Parigi e Strasburgo). Insegna alla Facoltà di Belle Arti dell'Università di Lisbona. Ultime mostre: "Parlatório" (con André Maranha), Ar.Co (Lisbona, 2018); "Chama", CAV (Coimbra, 2019); ultime pubblicazioni: "O Olho Divino. Beckett e o Cinema", Documenta, 2016; "Res Prima", con Manuel Rosa, Documenta / C. M. Famalicão, 2019.

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