Paesaggio (Post)

"Paesaggio (Post)", 2005/2019, olio e acrilico su tela, cm 50 x 70 (particolare)

Paesaggio è la prima parola che si legge nel titolo del dipinto qui riprodotto, come in gran parte delle mie opere degli ultimi vent’anni. La seconda, in parentesi, indica il cognome dell’artista a cui il motivo è ispirato: Frans Post. Si tratta di un pittore olandese del XVII secolo, il primo artista occidentale che ha rappresentato il paesaggio americano. Nel 1636, all’età di 24 anni, Post partì alla volta del Brasile con il governatore Johan Maurits van Nassau (la cui casa, oggi trasformata in museo, ospita la Veduta di Delft di Vermeer e quello che probabilmente è l’ultimo autoritratto di Rembrandt), dove visse fino al 1644, anno del suo ritorno definitivo nei Paesi Bassi.

Durante gli anni brasiliani Post dipinse circa una ventina di quadri, una media di tre o quattro all’anno, di cui oggi, se volessimo attenerci agli studi di Bia e Pedro Corrêa do Lago (Frans Post. 1612-1680. Catalogue raisonné, Five Continents Editions, 2007), ne restano soltanto sette. Il resto delle opere, all’incirca a 150 dipinti, sempre prestando fede al catalogo citato, il maestro le avrebbe invece dipinte ad Haarlem, la sua città natale, da cui non si separò più fino al 1680, anno della sua morte.

Il motivo però rimase il medesimo, il paesaggio brasiliano, creato da Post come sottogenere tropicale del paesaggio, che in quei tempi si guadagnava una sua autonomia nella pittura di genere. Il punto è che, rispetto alla scuola di Haarlem, da cui l’artista aveva ereditato l’abbassamento dell’orizzonte nell’impianto compositivo, il paesaggio di Post era unico nel suo genere. In sintesi, niente paludi e nuvoloni grigi tipici della sensibilità pre-romantica dei suoi colleghi, piuttosto la joie de vivre di un nuovo mondo oltreoceano tradotta nell’esuberanza di verdi, azzurri e gialli colti sur le motif e restituiti su tela in nuovissimi souvenir tropicali, la cui vendita gli garantì un discreto benessere, a giudicare anche dai costumi in cui fu ritratto nel 1655 dal suo collega Franz Hals.

Per farla breve il nostro Frans, dopo il viaggio in Brasile, passò il resto della sua vita a fissare le sue allucinazioni sudamericane rinchiuso tra le quattro pareti del suo studio, pareti che in realtà erano schermi della memoria in cui apparivano un giorno le rovine di Olinda, un altro delle fabbriche di zucchero, un altro ancora dei gruppi di indigeni che danzavano mezzi nudi mentre un fiume si snodava alle loro spalle verso l’orizzonte, per non parlare dei numerosi rettili, uccelli e quadrupedi sconosciuti al pubblico europeo che popolavano generalmente il primo piano del dipinto, sotto la custodia di una palma, una manioca o una papaya trionfanti sul cielo azzurro, talmente azzurro che non avrebbe avuto nulla da invidiare ad un poster promozionale appeso nella vetrina di un’agenzia di viaggi in cui il turista low cost...ma questo l’ho già scritto nel mio primo libro.

Il secondo invece, un romanzo, dopo tre o quattro anni di gestazione, l’ho terminato proprio lo scorso anno, nel 2019, ovvero quando è stato realizzato il dipinto di cui sto parlando, e adesso, a quanto mi risulta, dopo il rifiuto del primo editore, dovrebbe essere al vaglio presso un secondo. Il terzo libro invece, che non è un romanzo, ma un tentativo di biografa romanzata, l’ho scritto in venti giorni ad Atene all’inizio di quest’anno. Il suo titolo è Frans.

Paesaggio (Post), 2005/2019, olio e acrilico su tela
cm 50 x 70 (particolare)

La data di esecuzione del dipinto non indica soltanto l’anno in cui è stato dipinto il paesaggio ispirato a Post, nello specifico Franciscan Cloister of Igaraçu, appartenente alla collezione dell’Historisches Museum di Francoforte, ma anche quello in cui quella tela è stata dipinta per la prima volta, per essere poi modificata nel 2009. Difatti, fino allo scorso anno, in luogo del paesaggio attuale, quelle bande grigie incorniciavano un monocromo nero interrotto in un punto da uno strano motivo geometrico, un frammento dell’immagine originale del 2005. L’immagine dipinta nel 2009, prima di essere cancellata dell’attuale paesaggio, riprendeva invece quella di un dipinto del 1999, il primo in cui avevo rappresentato una schermata di computer, nello specifico una pagina vuota del programma di scrittura Word, intitolato Paesaggio. Forse nel 2029 il paesaggio di Post verrà cancellato da un’altra immagine, magari ispirata all’opera del grande pittore greco Polignoto, l’artista che, si dice, donò il carattere alle figure, rappresentate per la prima volta con la bocca leggermente aperta lasciando intravedere i denti, di cui però non resta alcuna testimonianza visibile.

Ritornando al paesaggio, si trattava nel 1999 di capire su quale mondo si potesse aprire la finestra del quadro e quale fosse l’oggetto del nostro sguardo. Si trattò, dieci anni dopo, di capire se ci fosse una nuova direzione di quello sguardo, mantenendo la medesima cornice. Si è trattato, lo scorso anno, di ritrovare attraverso l’opera di un altro artista, quello che avevo perduto vent’anni prima. Vent’anni dopo, difatti, sarebbe stato il titolo giusto per questo dipinto, prendendolo in prestito dal romanzo di Alexandre Dumas, in cui D’Artagnan aveva poco meno dei miei anni attuali, eccetera eccetera, come scriverebbe Valerio Adami in uno dei suoi ricordi di viaggio chissà dove.

A me sembra che il mio viaggio stia per iniziare adesso, che tutto quello che ho fatto negli ultimi vent’anni sia stato l’attesa di un ritorno alla realtà, dove però non ho più alcuna idea di che cosa sia reale e che cosa non lo sia, dove non sono più sicuro se nel momento in cui apro un’applicazione sullo smartphone quel gesto sia più reale di sbucciare una pera.

Paesaggio (Post), 2005/2019, olio e acrilico su tela, cm 50 x 70

La tecnica, olio e acrilico su tela, è quella con cui, per forza di cose, ho dovuto familiarizzare negli ultimi anni per esigenze iconografiche. Dico per forza di cose perché, avendo sempre dipinto schermi di computer, anche se per me erano paesaggi a tutti gli effetti, la loro forma finale consisteva in campiture piatte e linee tirate con il nastro. Nel momento in cui mi sono messo a dipingere figure e oggetti, il tempo rapido di essiccazione dell’acrilico non funzionava più, perché la forma di questi nuovi modelli, foglie, nuvole, onde, mele, volti, eccetera, richiedeva una processualità differente, uno scarto maggiore tra intenzione e forma, allargando quel margine di incidente che, come direbbe il maestro di Aix-en-Provence, fa rischiare la vita ad ogni pennellata.

Per ciò che concerne il supporto non c’è molto da dire, nel senso che, eccetto una parentesi di qualche anno in cui ho sconfinato sulle pareti di gallerie e musei, perché in quel momento uscire dal quadro era l’unico modo per starci dentro, per me si è trattato sempre di tela, mai di tavola o altri supporti rigidi. Certo, c’è la carta, che ho usato non poco ultimamente, ma quella è un’altra storia, diciamo non strettamente pittorica.

Il formato è lo stesso del quadro del 1999, centimetri 50 per 70, che è visibile ancora nella forma in cui fu dipinto, nel senso che non è stato ridipinto come quello del 2005, prima nel 2009 e poi nel 2019, come una sorta di “aggiornamento del sistema” la cui installazione è terminata con un paesaggio tropicale scelto dal catalogo presente nell’opzione “modifica sfondo scrivania”, che in fondo per un pittore è sempre quel rettangolo di tela bianca in cui, in virtù della tradizione a cui ha scelto di appartenere, i suoi fantasmi s’incarnano di continuo nel percorso di una vita isolata insieme a loro. 

Nota: il dipinto a cui questa lunga didascalia fa da commento avrebbe dovuto essere esposto esattamente un mese fa presso l’Ambasciata Italiana di Berlino, in una mostra sul paesaggio insieme ad altri tre artisti. La mostra, data l’attuale emergenza che tutti conosciamo, è stata cancellata e, a quanto mi risulta, rimandata al prossimo autunno. Quest’immagine è la prima apparizione di questo dipinto, potrei dire quindi la sua inaugurazione, anche se come riproduzione del quadro che è appeso in questo momento nel mio studio. A questo punto però non sono più sicuro che, dopo questa didascalia, l’esposizione dal vero del dipinto abbia ancora senso, e sono tentato dal pensare che, a partire dalla sua apparizione on-line in questa rivista, tutte le esposizioni successive dovrebbero seguire questa modalità, cambiando di volta in volta soltanto la didascalia, che a questo punto diventerebbe il vero oggetto dell’immagine dipinta, destinando il dipinto reale ad una visione perennemente remota, visibile soltanto in riproduzione.

Berlino, 26 aprile 2020

(Lecce, 1975), pittore e scrittore, ha partecipato dal 1997 a numerose esposizioni in gallerie e musei. Tra le mostre personali degli ultimi anni ricordiamo “Vedute” presso la Collezione Maramotti di Reggio Emilia, quelle relative al progetto “Stella” (Künstlerhaus Bethanien di Berlino, Frankendael Foundation di Amsterdam e Galleria nazionale d’arte moderna di Roma), “Sui generi” (Galleria Sabauda di Torino; Galleria Estense di Modena e Palazzo Corsini di Roma) e “Figure” presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Ha collaborato con diverse riviste, quotidiani ed emittenti radiofoniche. Nel 2010 ha fondato la rivista “Rivista”, mentre nel 2013 ha pubblicato il suo primo libro “Stella” (Danilo Montanari Editore, Ravenna). Attualmente insegna “Metodologie e tecniche del contemporaneo” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Vive e lavora a Berlino.

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