Dreaming of a Dream (Republic)

Fughe da fermi

In vista della sospirata riapertura fisica, le principali istituzioni museali italiane si sono ingegnate a concepire format per darci virtuale accesso alle loro collezioni, o ai propri progetti speciali. Abbiamo già visitato la Galleria Nazionale di Roma; oggi tocca al MAXXI che ha varato #ArteinPrimeTime: una selezione dei brani di videoarte della collezione del museo e di quelli inclusi nella mostra Real Italy, curata da Eleonora Farina e Matteo Piccioni e ivi inaugurata lo scorso ottobre, che presentava i lavori premiati dal bando Italian Council 2017 (opere di Alterazioni Video, Yuri Ancarani, Giorgio Andreotta Calò, Leone Contini, Danilo Correale, Nicolò Degiorgis, Flavio Favelli, Anna Franceschini, Eva Frapiccini, Alice Gosti, Margherita Moscardini, Luca Trevisani e Patrick Tuttofuoco). Ogni settimana, nella cornice di #ArteinPrimeTime sarà dunque liberamente visibile uno di questi lavori; e dopo Contini e Correale è da oggi “in mostra” 224 di Luca Trevisani: opera realizzata fra il maggio e il novembre del 2018, in collaborazione con Fondazione per l’Arte onlus di Roma, nell’ambito di Raymond, evento collaterale di Manifesta 7.

In tutte le sue multiformi reincarnazioni, il progetto ispirato dalla morte di Raymond Roussel a Trevisani – artista proteiforme, lui, se ce n’è uno – ha per titolo il nome di un luogo: lo era quello del libro d’artista Via Roma 398. Palermo, pubblicato da Humboldt Books; nonché quello della personale da lui tenuta nel 2015 al Museo Civico di Castelbuono (che oggi conserva 224), Grand Hotel et des Palmes, quando questa storia (forse) è cominciata; e ora lo è 224. Segni, cifre e lettere che tutti rinviano a un unico crocevia dei casi: quello che nella notte del 14 luglio 1933 portò alla morte, “caso” tuttora irrisolto, dell’autore di Locus Solus. Appunto in quella stanza d’albergo.

Si può osservare come, dalla mostra al video, lo sguardo dell’artista di dopo si prolunghi telescopicamente, o microscopicamente, sempre più circostanziato comunque all’interno dello spazio concluso in cui Roussel elesse l’enigmatica stazione d’arrivo delle sue peregrinazioni: l’albergo, il suo indirizzo palermitano, infine il numero della stanza fatale dove Trevisani ha chiamato i suoi concittadini, gli artisti, a condividere la sua ossessione nella forma in cui l’ha concepita lui: in sogno. Il sogno di Roussel è genitivo la cui ambivalenza, soggettiva e oggettiva, genera una reciprocità, un chiasmo: noi sogniamo Roussel, magari cercando una soluzione al suo enigma (come fece Leonardo Sciascia nel breve testo da poco riproposto da Adelphi, la cui prima traduzione inglese è inclusa nel libro di Humboldt). Ma, così facendo, all’improvviso ci accorgiamo che è Roussel a sognare noi: forse non ha mai smesso di farlo, da quell’interminabile notte d’estate in Sicilia.

Trevisani lo insegue, così, nella sua voraginosa fuga centripeta: che seguiva, capovolgendola e inverandola, quella centrifuga degli anni precedenti. Fuga da fermo, paradossale, quella di chi dilapidava i propri averi girando il mondo, sì, ma restando sempre immobile nell’iper-accessoriata roulotte da lui brevettata: Grand Hotel semovente, cellula di miele e di fiele dalla quale spiare inosservato, ed ermeticamente Chiuso al mondo, l’Aperto inaccessibile. E nella quale dare diritto di cittadinanza al popolo, inquieto e febbrile, dei propri sogni (a una sua espressione, La repubblica dei sogni, si sono intitolati uno dei diversi saggi dedicatigli dal grande John Ashbery, negli anni Settanta; e poi la biografia di Mark Ford, pubblicata nel 2000). Proprio come capita a noi, in questi strange days. Perfettamente immobili, gli occhi dormienti e spalancati, pigiati sino a soffocare: nel centro affollatissimo di questo deserto senza fine.

Andrea Cortellessa

Ricordo una frase di Elias Canetti che diceva che un potenziale assassino che veda dormire la sua vittima, una volta scoperta la fragilità di quel placido abbandono, non sarà più in grado di praticare violenza su quelle membra. Che immagine, che dono, che fiducia nella pietà, che poesia quel sprofondare nel silenzio del corpo, come quando si galleggia su di un mare salato, e si gioca a fare il morto, per l’appunto.

Viviamo in una società e in un tempo dove tutto sembra dover essere trasparente, accessibile e immediato; affidarsi al sonno come strumento di conoscenza è un paradosso necessario: scavare in profondità dove c’era rumore superficiale, abitare le lunghe ombre notturne per illuminare il nostro giorno. La notte pulisce, la resa dell’animale che dorme e che si mostra fragile è una sfida, un atto di fiducia fertile e disorientante. Il sonno è una danza statica che si sottrae completamente al principio di prestazione.

Guardare chi dorme è osservare l’impalpabile, ciò che rimane fugace, al di là del linguaggio, ma ben davanti ai nostri occhi, là dove la biologia prende il sopravvento. Il sonno è il culmine del riposo fisico, nella sua quiete profonda si rigenera la nostra attenzione profonda, contemplativa. Secondo Walter Benjamin è solo l’uccello incantato che può covare l’uovo dell’esperienza; forse è per questo che due anni fa decisi di filmare il sonno di artisti, scrittori e pensatori che ammiro, il loro essere inattivi, in potenza, e di farlo nella stanza dove Raymond Roussel spese le sue ultime settimane.

Quello che avevo in mente era un omaggio al più autolesionista degli scrittori incompresi, che con il suo sacrificio alle forze dell’immaginazione mi sembra tutt’ora il miglior santo patrono possibile per noi artisti, in tempi di conformismo spettacolare e di resa alla logica degli eventi. Raymond Roussel incarna perfettamente le contraddizioni dell’artista contemporaneo, ci ricorda le qualità preveggenti della poesia, così come lo spettro di un isolamento profondo, la ricerca di partecipazione e di empatia con il proprio pubblico, le brighe e i pruriti di chi non può sottrarsi a un circo globalizzato e interconnesso, che travalica confini fisici, politici e biologici.

Scrittore visionario, dandy mesmerista, viaggiatore radicale, Raymond Roussel è stato tutto questo, ma è stato anche – e sopra ogni cosa – il primo eccentrico presidente della Repubblica dei Sogni. Dream Republic (La Repubblica dei Sogni) è il nome di questo diario notturno, una reazione chimica sviluppata tra le lenzuola, il cui terreno di cultura è stato la stanza numero 224 del leggendario Grand Hotel et des Palmes di Palermo, là dove Roussel perse la vita il 14 luglio 1933. L’albergo dei sogni di Via Roma 398 era il luogo conclusivo per eccellenza del Grand Tour ottocentesco; pagare il viaggio a questi straordinari ospiti per invitarli a visitare questa camera oracolare era una specie di risposta al turismo quale vera industria pesante del XXI secolo: al suo consumo facile, immediato e accessibile del mondo. Mi intrigava farmi agente di viaggio, e organizzare un pellegrinaggio comunitario ilare ma serissimo, obbligando a volare in Sicilia da mezza Europa per visitare una stanza al buio, nella tregua cieca del sonno. Accessi nominali a un universo temporaneo e parallelo, sviluppato secondo le leggi della condensazione onirica, vissuto nella solitudine del cuscino.

L’hotel è uno spazio galleggiante, un luogo che vive per se stesso, un corpo che si autodelinea e si autocontiene. Al di là di ogni pretesa purezza impersonale e disinfezione igienica, un letto d’albergo è un pozzo in cui si precipita, uno stagno brulicante, un’esplosione di ricordi epiteliali, un prisma, un labirinto; non resta che inoltrarsi nella sua geometria molecolare e perdersi nei suoi corridoi. 

Ogni sera, prima di andare a cena con i miei ospiti, sparpagliavo quattro microfoni nella stanza, e installavo altrettante macchine fotografiche pronte a scattare in automatico ogni cinque minuti, lungo tutta la notte, silenziose e implacabili, registrando gesti sottili e liminali, smorfie e sbuffi, piccole coreografie intorpidite. Frutto di un meccanismo fotografico sottilmente sadico, e rigidamente arbitrario, Dream Republic è quindi un album voyeurista, una raccolta di privatissimi riti di iniziazione, la solidificazione di eventi mancati; e celebra la delicatezza dell’essere uomini, la sincera vulnerabilità di chi si affida impotente allo sguardo dello spettatore, abbandonando ogni controllo sulla propria immagine pubblica.

L’uomo pensa molto di più con gli strumenti forniti dalla cultura che non invece con il proprio corpo, finendo per limitare le proprie possibilità, riducendo la diversità e la scoperta del mondo. Si tratta di ripensare il confine tra realtà e immagine, tra pensiero, azione e realtà sensibile. Un’opera d’arte non è frutto di un processo descrittivo, ma è un atto di fondazione.

Venti fotografie e un film flemmatico e nervoso, ottenuto mescolando migliaia di immagini con suoni del traffico palermitano, respiri profondi, suonerie arabe, voci sonnambule, un monumento alla quiete. un esercizio di statuaria molle per rispondere al consumismo performativo che tanto ci assilla. Rinchiudere tra quattro mura un corpo e le sue energie, apparati di registrazione e i loro automatismi, spettri fantasmi e i loro dispetti, mescolare senza shakerare; e stare a vedere cosa succede, spiando poi i risultati dietro un obiettivo e i suoi tanti megapixel, con rigore ermetico e paradossale. Una storia notturna, una breve teoria del tutto, un piccolo festival al buio, un po’ silenzioso ma esuberante, delicato come un fresco germoglio spontaneo; non svegliatelo.

Dream Republic si è sviluppato nel progetto piattaforma Raymond, un omaggio corale a Roussel che ho orchestrato tra maggio e novembre 2018 negli spazi privati e comuni del Grand Hotel, con l’aiuto di Olaf Nicolai e il supporto e l’ausilio della Fondazione per L’arte e del Museo Civico di Castelbuono. Nel corso dei mesi si sono susseguite opere, interventi, azioni, passaggi, accadimenti: raccolti poi nel libro Via Roma 398. Palermo, un’avventura editoriale di Humboldt Books, dove abbiamo pubblicato la prima traduzione in inglese del testo seminale che Leonardo Sciascia dedicò alla figura di Raymond Roussel.

Luca Trevisani, 224, 2018 (estratto), Video 2k, suono 5.1
Sound Editing, Lorenzo Dal Ri, Musica Michael Kresna,
Courtesy: Museo Civico di Castelbuono, Palermo

Immagini:
Luca Trevisani, Dream Republic, 2018
20 Giclée Prints su Hahnemühle Photo Rag incorniciate
Courtesy Museo Civico di Castelbuono, Palermo

(Verona, 1979) vive e lavora a Milano. La sua ricerca spazia fra la scultura e il video, e attraversa discipline di confine come le arti performative e quelle grafiche, l’architettura e il design, il cinema di ricerca o l’architettura, in una perpetua condizione magnetica e mutante. Nelle sue opere le caratteristiche storiche della scultura sono interrogate se non addirittura sovvertite, in un’incessante indagine sulla materia e sulle narrazioni. Il suo lavoro è stato esposto in musei e centri d’arte internazionali come il MAXXI di Roma, la Biennale di Sydney, Manifesta 7, la Biennale di Architettura di Venezia, il MOT di Tokyo, la Kunsthalle di Vienna e lo ZKM di Karlsruhe. Oltre a premi e mostre in importanti centri d’arte e musei ha pubblicato diversi libri tra cui “The effort took ist tools” (Argobooks 2008), “Luca Trevisani” (Silvana Editoriale 2009), “The art of Folding for young and old” (Cura Books 2012), “Water Ikebana” (Humboldt 2014), “Grand Hotel et des Palmes” (Nero 2015), “Via Roma 398. Palermo” (Humboldt 2018). Ha scritto sul lavoro, tra gli altri, di Francesco Lo Savio, Luca Vitone, Giovanni Anceschi, Gianni Colombo, Liam Gillick e Mark Manders.