Sulla miseria dell’attuale “filosofia”

La diffusione del contagio da SARS-COV-2, il virus propagatosi rapidamente nel mondo dalla città cinese di Wuhan e dalla regione di Hubei, sta producendo degli effetti prevedibili, e che pure in parte erano stati previsti, ma di cui per molte ragioni in Occidente si è preferito non tenere conto e su cui si è preferito soprassedere fino al giorno in cui non è più risultato possibile denegare quanto sta accadendo. Come se al suo inizio il diffondersi del virus fosse stata una questione locale, riguardante soltanto la Cina e i cinesi, come se la Cina e i cinesi dovessero confrontarsi da soli con qualcosa di cui si temeva l’insorgenza. Come abbiamo scoperto man mano che i numeri dell’infezione si moltiplicavano, il contagio ha prodotto uno scenario sociale e culturale angosciante e concentrazionario di cui è difficile al momento indicare i limiti temporali e di cui non è ancora possibile tracciare con esattezza le conseguenze. Tali conseguenze non riguardano soltanto l’andamento di un’epidemia che l’OMS ha, con un po’ di ritardo, classificato come pandemia, ma più in generale un modello di civiltà che ora risulta inadeguato e rischia di produrre ulteriori effetti su altri piani rispetto a quello della gestione in emergenza dei problemi sanitari. In breve, ciò che l’epidemia sta evidenziando è il senso di una crisi di cui si parla da tempo (anche prima del crack finanziario del 2007-2008), ma che mai prima d’ora aveva mostrato come oggi il suo volto, mettendo le collettività di fronte a dei problemi che per la loro scala non possono più essere derubricati a questioni di specialisti o di tecnici.

L’attuale contagio non era imprevedibile. Sbagliano coloro che, impropriamente, lo hanno definito un “cigno nero”, cioè un evento che non poteva essere previsto né da teorie né da modelli. Tuttavia, questo è un errore epistemologico tutto sommato scusabile, perché non è tempo di nominalismi. L’epidemiologia è in grado di prevedere, e in effetti aveva previsto da tempo, un evento di questa portata. L’irruzione dell’epidemia era stata messa in conto dagli scienziati che studiano i processi di zoonosi e di diffusione epidemica di nuove forme virali. Invece, ciò che non è scusabile – e sicuramente da oggi non lo sarà più, in nessun modo – è che queste conoscenze e questa capacità di formulare previsioni e di fornire modelli da parte della scienza non sia stata assunta – direi quasi “assimilata” – non tanto dall’opinione pubblica, che, come si sa, è guidata nella sua capacità di formulare dei giudizi, quanto da coloro che dovrebbero esercitare un potere (politico, culturale, sociale; in breve: simbolico) affinché siano resi possibili la comprensione degli eventi, la loro analisi, i criteri con cui decidere, là dove una decisione si renda necessaria. Oppure, al contrario, forse gli effetti sono stati calcolati, il che renderebbe lo scenario ulteriormente cupo.

Se è vero che la natura si disinteressa della cultura, la reciproca non è vera. O, quantomeno, quando la cultura si tramuta in raziocinare astratto, perdendo di vista il “mondo-della-vita”, essa si interessa della natura, essa disconosce ciò che sappiamo relativamente a quanto definiamo sotto il termine di “natura” – per esempio i meccanismi di sviluppo e di diffusione di nuove forme virali, ma si comprenderà che è un esempio tra moltissimi altri possibili. È la cronaca a indurci a parlare di questo, dal momento che si potrebbe facilmente spostare il discorso sui limiti dello sviluppo, sullo super-sfruttamento delle risorse naturali, sulla sovrappopolazione o sull’epidemia di tumori che investe la società dello sviluppo ecc., cioè più in generale tutto ciò che riguarda il “mondo-della-vita” – allora la cultura semplicemente perde di vista il proprio compito e, invece di farsi antidoto alla crisi, ne diventa il principale fattore di amplificazione. Che lo si voglia occultare o denegare, come si è voluto fare da tempo, questo ora è un dato di fatto: il paradigma neoliberale, fondato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse e sulla mobilità dei fattori produttivi, coincide con l’acuirsi della crisi nei suoi molteplici aspetti: ecologica, sanitaria, economica, politica, sociale, culturale. Il virus non è stato che il detonatore. Si ripete da più parti che le cose non saranno più come le abbiamo conosciute, ma su questo dovremmo essere cauti. Le crisi hanno l’effetto di produrre delle ritotalizzazioni del capitalismo, in particolare nella sua forma neoliberale. In assenza di fattori capaci di sostituire il modello capitalistico con un modello alternativo capace di superarne le contraddizioni più evidenti, non c’è ragione sufficiente per ritenere che questa crisi, per quanto violenta e traumatica possa essere, comporti di per sé un mutamento di paradigma. Se il capitalismo non è un destino, come pensiamo, è altrettanto vero che neanche l’uscita lo è.

Dall’angolo in cui, in parte volontariamente, (si) è relegata rispetto agli altri saperi, la “filosofia” – o quella produzione discorsiva che indichiamo con questa etichetta generica – non ricava granché dal moltiplicarsi delle crisi dovute a una globalizzazione sregolata. Invece di fare della crisi il motore della propria capacità di produrre analisi dell’esistente e, nella misura dell’impossibile, delle alternative a esso, si è limitata a un compito facile. La timidezza, la crescente e irritante gergalità, talvolta anche il servilismo dei suoi protagonisti rispetto ai discorsi egemoni, testimoniano tutt’al più di un adattamento discorsivo al contesto culturale. Così, quella produzione discorsiva è generalmente il risultato di un operare di uomini (e direi meno di donne) che tendono a pensarsi come individui estranei alla storia cui tuttavia appartengono. La loro collocazione, spesso la loro carriera, li ha messi al riparo dalle incertezze e dai rischi, passati in carico ad altri, meno fortunati o forse, più semplicemente, arrivati dopo nel succedersi delle generazioni, cioè all’epoca dell’estensione generalizzata dell’utilitarismo come forma di esistenza.

Le ferite del presente e del recente passato non li riguardano, e se li riguardano è come specchio in cui si riflette la loro vanità: i discorsi di questa “filosofia” proliferano come se la storia fosse un’inquadratura fissa. Ciò che è importante è il posizionamento nel circuito della comunicazione generalizzata, è il tenere alto il valore del brand personale senza farne scendere gli indici nella borsa dello scambio simbolico. La miseria dell’attuale “filosofia” è espressa da questa dilatazione dei discorsi a maglie larghe, cioè dall’impoverimento nella capacità d’analisi degli eventi e dei processi di cui gli eventi sono il punto di rottura o di scarto. La “filosofia” si spaccia così per analisi quando spesso non fa altro che ridurre a poche parole magiche – un mantra – la complessità delle cose. I discorsi circolano nel brusio universale, la chiacchiera dell’intellettuale produce un’utilità marginale. Da questa “filosofia” non ci si può attendere nulla e neppure vale la pena combatterla. È un fenomeno di risulta: c’è sempre stata, ha da sempre proliferato nell’accademia, ambiente che in difesa dei suoi arcana poco ha amato l’esposizione alla luce del sole, ma si è moltiplicata nell’epoca del fai-da-te culturale, dove la ricerca della visibilità è divenuto il plusvalore da perseguire.

Eppure, poco o nulla in questi anni di lucido e malvagio irrazionalismo tecnocratico era occultato. Il deserto delle nostre esistenze ci è stato presentato e spiegato come la logica conseguenza di un determinismo derivante da leggi immodificabili. Fedele ai propri principi, il discorso del neoliberismo, come insieme di discorsi e di pratiche sociali, ha distrutto la concorrenza, sottraendola ciò che gli poteva risultare funzionale. Come l’universo galileiano non è mai stato contemplabile dal punto di vista del geocentrismo, ritenuto un errore e una falsa rappresentazione, così i neoliberisti odierni si comportano come gli aristotelici del passato: sono i propugnatori di un universo chiuso, le cui leggi supposte perfette tracciano un’unica modalità di esperienza e di esistenza. Quando Margareth Thatcher pronunciò la famosa frase “Non esiste la società, esistono solo gli individui”, non furono ignorati due secoli di scienze sociali, ma si esplicitò un programma che ora sta mostrando appieno le sue evitabilissime conseguenze. Oggi non si sta consumando l’Apocalissi dell’Occidente e difficilmente questo tornante sarà il canto del cigno (nero) del capitalismo contemporaneo. Piuttosto, all’ennesimo giro d’orologio si sta manifestando un negativo che l’Occidente è riuscito a progettare, realizzare e imporre come visione del mondo che non vuole alternative. È questo il negativo che dovremmo essere in grado di tenere fermo ed essere capaci di analizzare, non il virus. Dovremmo poterlo impiegare come un reagente per le nostre costruzioni culturali e per i regimi simbolici che ordinano le nostre vite. Se parliamo da tempo di crisi dei saperi, è anche perché molti saperi hanno adempiuto e stanno adempiendo a una funzione ideologica, mettendosi al servizio dell’egemonia neoliberale. La “filosofia” non per ultima è andata al mercato, vi si è data e adattata. Uno degli effetti che il virus potrebbe avere è di indurci a un’igiene del discorso, delle idee e delle rappresentazioni. Così, può essere che molta cattiva filosofia muoia in questo tornante, e può essere che i suoi vaniloqui si spengano nell’indifferenza generale, così come la maggior parte delle chiacchiere che si accumulano nei depositi della pseudocultura e degli specialismi fini a se stessi. Non ne celebreremo le esequie, né ora né in futuro.

L’epidemia non è la crisi, ma ne è un fattore di velocizzazione e, forse, di intensificazione. Sperimentiamo ora ciò che probabilmente avremmo sperimentato in seguito, in forme e modi differenti. L’epidemia ha anticipato l’esplosione di una bolla speculativa imminente. Sappiamo che in passato le crisi sono state dei momenti di innesco di trasformazioni immanenti del capitale, e sappiamo che la società borghese di massa è in grado di metabolizzarle attraverso dei consolidamenti sistemici. Orfano d’ideologia di recupero, il capitale si trova di fronte alla necessità di salvaguardare il sistema che ne permette la riproduzione. Se il conflitto che si sta evidenziando è, ancora una volta e una volta di più, tra il capitale e la vita, possiamo essere certi che il capitale salvaguarderà la vita solo a condizione che la vita si metta nuovamente a servizio del capitale. Solo, diversamente. Sarà questo il nuovo confine su cui si condurrà la lotta, i cui tratti si stanno delineando.

La crisi dovuta all’epidemia è anche un momento di verità rispetto all’autocelebrazione retorica di classi dirigenti nutrite da ideologia e supponenza, fondamentalmente irresponsabili (perché cultrici della governance über alles). Il loro debito morale, politico ed economico verso le comunità è senza limite. Nel caso italiano, le classi dirigenti non hanno saputo fare di meglio che identificarsi in un mito politico, quello dell’Unione Europea, ripetendo stancamente litanie autoconsolatorie, come se la cantilena avesse potuto scongiurare un disastro culturale e politico, prima ancora che economico e sociale. Dall’identificazione con un mito e dall’aver sospeso il proprio destino storico a esso il nostro paese non ha ricavato che subordinazione, povertà crescente, sudditanza. Ho detto il nostro paese, ma vorrei dire meglio: tutti coloro che hanno patito senza ragione anni di privazioni, disoccupazione, umiliazioni, a causa di apparati di potere nazionali e sovranazionali che hanno mirato innanzitutto a mettere in sicurezza gli interessi di classi amorali nel migliore dei casi, letteralmente oscene nel peggiore come quando, neppure l’altro ieri, nel silenzio spettrale delle città, alla difesa della vita si è anteposto il rigore delle norme. Con un bel paradosso conseguente, che non si è voluto o potuto riconoscere, per quanto iscritto nella stessa logica dei sistemi sociali biopolitici: questi ultimi possono fare a meno del bios di quell’eccedenza di umanità che l’equilibrio del sistema richiede di sacrificare. Per questa ragione la metafora della guerra ritorna stolidamente, effetto di un inceppamento del linguaggio, zeppa simbolica di fronte a un trauma collettivo che riesce ad essere nominato – in realtà mancato – da parole e immagini inadeguate, ancora una volta deresponsabilizzanti. Come la guerra miete le sue vittime, così il virus soffoca, letteralmente, le esistenze. Ma né l’una né l’altro sono innominabili, né l’una né l’altro sono l’assolutamente eterogeneo rispetto a un mondo umano e storico di cui rappresentano variabili computabili, se non addirittura effetti di scelte. Lo vediamo già: i meccanismi sociali della rimozione sono al lavoro, il discorso della cultura, con il suo girare a vuoto attorno al trauma, invece che farsene carico e di tentare di simbolizzarlo, sta contribuendo per la sua parte ad alimentare un sentimento diffuso di angoscia e disorientamento. A un discorso di verità la cultura egemone preferisce, quasi per un automatismo interno, un discorso di riempimento. Infatti, le ideologie di recupero hanno sempre funzionato quali soluzioni ad hoc per le contraddizioni inerenti i sistemi socio-politici ed economici. Ma ora il virus è l’irrompere di un reale di morte nella trama smagliata delle nostre rappresentazioni. Per quell’analisi che ci è necessaria per poter pensare meglio e concretamente l’alternativa al capitalismo nella sua fase neoliberale, esso ci fornisce il reagente per comprendere il funzionamento tanatopolitico del paradigma. Mai come oggi un oggetto come una mascherina chirurgica o un ventilatore polmonare rivelano tutto il rimosso tanatopolitico del modello occidentale: la morte è una scelta calcolabile prima ancora di essere la condizione di finitezza dell’uomo. Nella cultura dell’occidente neoliberale questa si comprende a partire da quella, e non viceversa.

Docente di Filosofia e Storia nei Licei, insegna Estetica all’Università di Trieste. Ha studiato a Trieste, Bruxelles, Parigi. Redattore di “aut aut” e membro dell’”équipe Sartre” (ITEM, Parigi), ha all’attivo oltre un centinaio di pubblicazioni. Tra le più recenti il volume “Passioni del visibile. Saggi sull’estetica francese contemporanea” (ombre corte, Verona 2018) e, con E. Lisciani-Petrini, la cura del fascicolo di “aut aut” “Sartre/Merleau-Ponty. Un dissidio produttivo” (2018).