Si lasci alla poesia il suo buio

L’edizione del Meridian (Endfassung, Vorstufen, Materialien, Suhrkamp Verlag) 1999, curata da Bernhard Böschenstein e Heino Schmull, non è tanto un’edizione critica del discorso di Celan per il premio Büchner quanto una visione prospettica di quel testo che, partendo dall’ultima redazione retrocede cronologicamente attraverso due redazioni precedenti fino a quella sorta di zibaldone che sono i materiali raccolti negli anni dal poeta sui temi che poi convergeranno nel Meridiano. Il Meridiano è qui dunque il punto di approdo delle riflessioni di Celan sulla propria poesia e sulla poesia in generale, suddivise dall’autore per nuclei tematici (“Oscurità” – “La poesia” – “Respiro” – “Svolta di respiro” – “Incontro” – “Ostilità all’arte” ecc.) e confluite nel libro a disegnare una pur frammentaria poetica.

La miriade di annotazioni che ci vengono messe a disposizione costituisce un vero e proprio inedito, che ci permette di entrare molto più a fondo nella genesi della poesia di Paul Celan. Proponiamo qui la prima parte del capitolo “Oscurità”.

Celan scrive dunque il discorso per il Premio Büchner, che gli viene conferito il 22 ottobre 1960, attingendo a una miriade di appunti sulla poesia presi negli anni precedenti e caratterizzati dalla necessità di attribuire uno spazio, pur “precario”, alla poesia, uno spazio esistenziale drammaticamente utopico, cui l’oscurità, il buio sono “congeniti”, ma lo è anche la possibilità di un incontro. Due sono le dimensioni in cui quello spazio si svela, nel discorso per il premio Büchner: lo Zeithof [tradotto qui “perimetro di tempo” anche se letteralmente sarebbe “cortile di tempo”] con il quale Celan sembra circoscrivere il luogo in cui «la poesia viene al mondo» e il meridiano appunto, che definisce invece una traiettoria, e dice anche la possibilità di raggiungere un “Altro”, di stare con l’Altro nella “patria invisibile” della parola. Nelly Sachs, poetessa esule in Svezia con la quale Celan intrattiene negli anni ’50 e ’60 un carteggio prettamente poetico, gli scrive il 28 ottobre 1959: «Tra Parigi e Stoccolma passa il meridiano del dolore e della consolazione» (Giuntina 2017, p. 29).

Un «ponte che unisce» (Giuntina 2017, p. 33), sarà questa l’idea, o meglio l’immagine intorno alla quale graviteranno tutti i diversi nuclei tematici degli appunti preparatori. Se il poeta non riesce a trovare la propria origine, trova però «qualcosa che è – come la lingua – immateriale, oppure è terrestre, planetario, qualcosa di circolare, che ritorna a se stesso attraverso entrambi i poli e facendo questo interseca – è divertente! – persino i tropici: trova un Meridiano». E il meridiano è qui non solo «benefica e imprecisa universalità della Poesia», come scrive Giuseppe Bevilacqua nell’introduzione all’edizione italiana de La verità della poesia (Einaudi 1993, p. XIX.), è anche, per Celan, un pur temporaneo approdo in un luogo dove Büchner e Kafka, lui, la Sachs, Valery, Hölderlin convivono e condividono parole “oscure”.

«Si lasci alla poesia il suo buio» scriveva Celan nell’altro suo zibaldone di appunti, i Microliti, nel 1959, «forse – forse! – darà frutti!» (Paul Celan, Microliti, Zandonai 2010, p. 75.)

Anna Ruchat

Oscurità

L’oscurità congeniale alla poesia

101      A proposito dell’oscurità di ciò che concerne la poesia [1]

102      Dall’esperienza mi riprometto di uscirne senza prendere a prestito dei concetti. Inoltre cercherò di rinunciare, qui e in seguito – per conservare l’attualità della poesia, a qualunque forma di eziologia. Ho la poesia davanti a me.

Immaginazione e esperienza, esperienza e immaginazione, mi fanno pensare, in considerazione dell’oscurità della poesia oggi, a un’oscurità della poesia come pensiero della poesia, quindi a un’oscurità costitutiva, congeniale. In altre parole, la poesia viene al mondo oscura; viene al mondo come evento di individuazione radicale, come un pezzo di linguaggio, e quindi, nella misura in cui il linguaggio può essere mondo, carica di mondo.

103      Esiste, al di qua e al di là dell’esoterica, dell’ermetismo e di altri fenomeni analoghi, un’oscurità della poesia. Anche ciò che è essoterico, anche la poesia più aperta – e io credo che oggi, soprattutto in Germania, vengano scritte anche poesie così, in certi punti addirittura spiccatamente porose in cui filtra la luce – abbia il suo buio, ce l’ha in quanto poesia – viene al mondo, poiché è poesia, buia. Una oscurità dunque congeniale, costitutiva, che la poesia oggi ha.

104

– il mattino –

                        perimetro di tempo

            prende il

105      La poesia che viene al mondo, viene a lui, al mondo, carica di mondo.

106      E anche la poesia più “esoterica”, la più aperta, è oscura; e mi permetta questa indicazione, forse non del tutto superflua; se mai vi fu un vir clarus, quello fu Hölderlin.

107      Abbiamo più di un – amaro – ­ motivo per mettere tra virgolette ciò che intorno a noi ha imposto il proprio nome, ciò che è arrivato a ottenere rilevanza e riconoscimento; la poesia è il luogo in cui tutte quelle parole, senza cercare una giustificazione in una qualunque pretesa originalità, ma piuttosto cariche di quel fardello, sperano di trovare ancora posto in quanto parole una casa. Viviamo in un’epoca in cui tutti si legittimano a ogni piè sospinto verso l’esterno, per non doversi giustificare di fronte a sé stessi. In questo senso la poesia conserva, nel suo modo odierno, l’oscurità dell’“illegittimo”; si presenta senza referenze, [senza indicazioni] quindi senza virgolette.

108      Non sto parlando della poesia “moderna”, parlo della poesia oggi [2]. E tra gli aspetti essenziali di questo oggi – del mio oggi, sto parlando di me – c’è l’assenza di futuro: non posso tacervi il fatto che non so rispondere alla domanda: verso quale mattino si sta muovendo la poesia? se la poesia rasenta quel mattino, allora possiede una sua oscurità. L’ora in cui nasce la poesia, Signore e Signori, si trova al buio. Molti dicono di sapere che si tratta del buio dell’alba; io non condivido questa consapevolezza.

lo ritengo congeniale o, per meglio dire, costitutivo. La poesia, in quanto poesia, è oscura.

109      Per quale ragione le poesie di epoche precedenti ci appaiono più “comprensibili” di quelle a noi contemporanee? Forse anche perché esse in quanto poesie, e quindi con il loro buio, si sono già volatilizzate…

110      il buio congeniale alla letteratura

un sognare connato [3] Valéry -i- connato a partire dalla poesia

111      …parlo di cose a me totalmente estranee. Danton (colui che trova la morte per il proprio inganno) proietta la fratellanza nell’irreale: “Lei non può impedire che nella cesta” = lo vede che è una citazione ripresa e una parola mortale esiliata nell’infinito: la parola poetica – questo è il luogo – le virgolette che sventolano nel buio. –

Lo sconcertante [buio] della poesia viene di qui: dalla direzione in cui si muove – l’alienato accorrendo [4] si muove verso ciò che più gli è estraneo.

accorrere – qualcosa di impaziente, – non di irruente – c’è probabilmente in tutti noi –: ci troviamo già sotto le macerie della bilancia sulla quale veniamo pesati.

Qui in questo contesto e quindi subito, va citato un passo di Pascal che io, in modo ancor più subitaneo, cito da Šestov: «ne nous reprochez pas le manque de clarté» [5]… Questo è il buio, se non congenito certo connato, della poesia. Non ha niente a che vedere con l’”agire nell’ombra”, anche quello degli accademici.

col che non credo affatto di dover intendere un rapporto instaurato in modo sovrapersonale –

112      precisamente

piccolo villaggio

ostile alla civilizzazione

senza un’origine

113      … vede la poesia, ben oltre la barriera della morte, vede sussistere la possibilità che qualcosa di terribile “pars pro toto” – le teste che si baciano nelle ceste [6].

114      Vi sono, nel pensiero, non solo percorsi logicamente determinati: vi sono anche visioni. Tra queste visioni può essere annoverato ad esempio: il fatto che quando una poesia giunge a determinate formazioni sintattiche o fonetiche, viene costretta dentro binari che portano fuori dal suo ambito e quindi anche dall’attualità che ne determina la necessità. Vi è, in altre parole, un tabù linguistico che è proprio solo della poesia e che non vale soltanto per il suo vocabolario, ma anche per categorie come la sintassi, il ritmo o la pronuncia: a partire dal non detto, alcune cose diventano comprensibili; la poesia conosce l’argumentum e silentio [7]. C’è dunque un’ellissi che non va fraintesa e interpretata come tropo o addirittura come raffinatezza stilistica. Il Dio della poesia è incontestabilmente un Deus absconditus.

L’argumentum e silentio: in questo senso è lecito.

116      Nel surrealismo c’era già qualcosa. Ma in questo qualcosa c’era anche – accanto allo psicogramma sicuramente contestabile –, questo pensiero centrale: les jeux ne sont pas encore faits – un pensiero che accompagna qualunque intenzione poetica.

Da allora: le carte sono state distribuite senza che siano state mescolate; su una di queste carte si potrebbe vedere un’immagine di ciò che il poeta potrebbe aver inteso dire.

117      -i- il mestiere pieno di presagi della poesia

118      Presagi, pensiero presago

119      le “cose ultime”

120      buio non ‘trovato’!

origine comune del buio nella poesia

121      l’immagine qui non è metafora, questo modo di fare poesia non sta nell’emblematico, non è una poesia di atmosfera, l’immagine ha carattere fenomenico – appare – la visione –

[non da ultimo] Da questi strati di tempo, da questo rivolgersi alla terra nera [8]: il “buio” congenito, costitutivo della poesia. Ci si ricordi delle parole di Pascal: ne nous reprochez pas le manque de clarté

Что-то в них попало [9]

qualcosa era finito qui dentro [9]

qualcosa: l’altro, il perturbante

            (lo straniante?

            qualcosa di straniante che (ri) porta alla verità)

l’apparizione – (e molto raramente ciò che si è guardato nella visione)


[1] Nel testo abbiamo tradotto Dunkelheit con “oscurità” e Dunkel con “buio”.

[2] cfr. Gottfried Benn, Problemi di lirica, in Lo smalto sul nulla, a cura di Luciano Zagari, Milano, Adelphi 1989, pp 266-302.

[3] In tedesco zugeborenes träumen. Così Celan traduce «songe naturel» nella Jeune Parque di Valéry. “zugeboren” è una parola coniata da Celan. Non è eingeboren, che signifca “innato”. Per questo si è scelto di tradurre con “connato”. Nella traduzione italiana della Jeune parque Mario Tutino traduce «sogno naturale» (Einaudi, La giovane parca. p. 40).

[4] La parola “durcheilen” è un conio di Celan.

[5] Troviamo la frase di Pascal citata per intero in Paul Celan La verità della poesia, Einaudi 1993, p. 13: Ne nous reprochez pas le manque de clarté puisque nous en faisons profession!

[6] Qui il riferimento è sempre a Danton e alla Rivoluzione francese ma anche, da un punto di vista poetologico, alle parti di parole ricombinate (un procedimento spesso usato da Celan).

[7] Cfr. la poesia dedicata a René Char in Di soglia in soglia (Celan, Poesie a cura di Giuseppe Bevilacqua, pp. 236-239).

[8] La terra nera è quella ucraina che si contraddistingue per l’humus di cui è ricca e quindi per il colore scuro – cfr. Mandel’stam nel saggio Slovo i kul’tura [La parola e la cultura] del 1921: «La poesia è un aratro che smuove il tempo così che vengono alla luce gli strati profondi, la terra nera.»

[9] Что-то в них попало: qualcosa è finito qui dentro (letteralmente: qualcosa era finito dentro il verso). Citazione da uno scritto di Gippius su Waleri Bjiussov che Celan lesse sulla rivista “Okno” [La finestra, rivista di letteratura]. Cfr. il saggio radiofonico di Celan, La poesia di Osip Mandel’stam, ora in La verità della poesia, Einaudi 2008, pp. 49-50.

Questo testo è apparso sul n. 21 di “Versodove”, rivista di letteratura, settembre 2019.

Traduzione e commento di Domenico Brancale e Anna Ruchat.

Immagine di copertina: Hatsumi e Seiji Mizuno, The Isle of the Heir, Palladium print on washi (Mitsumata), cm 12,5 x 18

(Czernowitz 1920 - Parigi 1970), poeta rumeno di lingua tedesca e di origine ebraica, scampato allo sterminio nazista, visse dal 1948 a Parigi, dove morì suicida. È considerato uno dei massimi lirici del ventesimo secolo.