La carica rivoluzionaria delle immagini

Immagini sfruttate in catene di montaggio e immagini che resistono alla loro messa in opera per riappropriarsi della loro piena potenza e aprono la strada per una forma di resistenza di ampio respiro: sono questi i protagonisti del libro di Jun Fujita Hirose, Il cine-capitale, i cui motivi di riflessione, dietro la parvenza di una critica filosofica della meccanica produttiva del cinema, coinvolgono l’intera sfera della politica. L’immagine, dunque, come elemento cinematografico, ma anche, e soprattutto, come rappresentazione del lavoro vivo e del soggetto moderno nella sua individualità e socialità, nel fitto dialogo che Fujita Hirose, indossando le lenti forgiate da Deleuze negli anni Ottanta, intesse con il marxismo.

“Cine-capitale” è la categoria che definisce la parentela stretta fra capitalismo e la produzione cinematografica fin dalla sua origine. La tesi centrale riguarda la capacità del cinema classico di edificare, mediante l’accumulazione di immagini ordinarie, la straordinarietà. La trasformazione di uccelli ordinari in “uccelli hitchcockiani” solo per mezzo della loro produzione collettiva, è paradigma della dinamica mediante cui il cinema produce straordinarietà come fosse il plusvalore del rapporto differenziale fra immagini. Non si tratta di applicare banalmente categorie di matrice marxiana alla dimensione cinematografica: gli strumenti forniti da Deleuze permettono a Fujita Hirose di reinterpretare il pluslavoro in termini intensivi e non cronologici, come discrepanza tra il lavoro effettivamente svolto da un’immagine nel cinema e la forza lavoro impiegata come pura potenzialità sprigionata nel processo produttivo.

La combinazione di immagini ordinarie operata dal cinema per distillare lo straordinario non è un mero affastellamento di elementi. Il salto qualitativo che il cinema ottiene è possibile solo intendendo le immagini non come semplici individui passivi da sommare, ma come soggetti a cui viene richiesta una prestazione e che, nel cooperare con altri soggetti, formano un collettivo transindividuale tutto nuovo.

Dal sequestro della potenzialità dell’immagine e dalla sua messa in opera, il cinema fa risplendere i propri sogni filmici. Sogni che, derivando dalla coartazione delle immagini combinate, si inflazionano in cliché, con un processo simile alla caduta tendenziale del saggio di profitto descritta da Marx, cui il cinecapitale reagisce, continuando a tenere sotto sequestro la potenzialità delle immagini, producendo narrazioni parodiche di tali cliché, che a loro volta diverranno cliché, in un vorticoso eterno ritorno mascherato da storia e progresso, in cui gli stessi spettatori sono chiamati a rivitalizzare mediante l’interpretazione le immagini, ormai esauste dall’uso e riuso, quasi fossero investitori nel mercato finanziario.

Un eterno ritorno dell’uguale osservabile solo in una prospettiva post-storica, in cui ogni evento perde la propria organicità all’intero processo e si riscopre, sì, soggetto all’opera, ma anche dotato di una potenzialità ben più ampia che trascende la semplice empiricità, una virtualità che supera i limiti entro cui l’immagine è costretta dalla produzione cinematografica. L’immagine si riappropria dell’intera virtualità sottrattale dalla messa in opera; ma, fuori dalla metafora, così possono fare i discorsi, svuotati del loro significato, catturati ed estenuati dal potere, e i soggetti, all’avvertenza dell’impossibilità di emanciparsi dalla dinamica che attribuisce identità ed estrapola prestazioni, e della contemporanea impossibilità di sopravviverle.

Il libro di Fujita Hirose, a partire dalla riflessione intorno al modo in cui il capitalismo ha fatto propria la produzione cinematografica, traccia una serie di sentieri sul modo in cui le immagini possono divincolarsi dalla funzione loro richiesta e riacquisire la piena potenza sequestrata dalla loro messa in atto. Sentieri che, il lettore lo scoprirà, sono un invito diretto a divenire rivoluzionari, non precipitando subito in una forma determinata di vita, ma anzi sostando attivamente in prossimità della massima potenzialità immaginifica.

Jun Fujita Hirose, Il cine-capitale. Il «Cinema» di Gilles Deleuze e il divenire rivoluzionario delle immagini, con prefazione di Ubaldo Fadini, OmbreCorte, 2020, pp. 129, € 13.

In copertina: Gilles Deleuze

(Treviso 1988), dottore di ricerca in Filosofia presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Si occupa di Filosofia politica, in particolare studiando il pensiero di Foucault e di Agamben. Ha pubblicato articoli e saggi; è autore di tre sillogi di versi.