Stipe out of joint

Praticamente non cantava da dieci anni Michael Stipe. Chiusa nel 2011 l’esperienza coi Rem, si era rintanato in una privacy per nulla coatta, anzi agognata. Qualche apparizione sparsa nei talk-show, interviste, progetti di arti altre. Sì, quattro anni fa di questi tempi, quando ci si chiedeva dove fosse finito, aveva lasciato come un dono nei teatri due tributi a David Bowie nell’era della sua morte (Ashes to Ashes, The Man who sold the world). La barba lunga, un profilo dimesso eppure vistoso, da ospite di lungo corso della Nave dei Folli.

Ma la musica non l’aveva più frequentata. Una comparsata in studio con Rain Phoenix ha annunciato il cambio di rotta, il ritorno. Un singolo arduo e bellissimo – Drive to the Ocean. Infine, lui così esile, in fondo uguale al se stesso da giovane, nei giorni tutti identici del lockdown, sulle basi preparate da Aaron Dessner dei National, propone un brano scritto, dice, a “settembre”, che pure “funziona”. Mette su You Tube un video di sé mentre canta chiuso in casa, guardando lo schermo con intensità, le sue smorfie strane, con tutta la gentilezza che manca. Ne propone giorni dopo un altro identico: è solo lui che si proietta un gatto addosso. Buffo, folle, inutile il giusto.

Poi, due sere fa, dalla sua casa Stipe interpreta il brano un’altra volta. Lo fa in diretta per una trasmissione italiana su Sky. Sotto le sue parole scorre un montaggio di immagini di Milano deserta, la Milano di questi giorni, di queste settimane, prima una, poi quattro poi sette, otto, attraversata solo dai cubi gialli dei fattorini in bici. Come la conosciamo, come la riprendono i giornali: il mucchio d’immagini sfatte della landa devastata che è un paese in lockdown.

E sì, dicono tutti, le parole di Stipe dicono bene le immagini che le accompagnano. Il Duomo, i Navigli, le Porte di Milano sconfortanti dopo l’eccidio collettivo da Covid19, dovuto a mille ragioni, molte politiche, di lunga durata.

Eppure sono immagini stagnanti – uguali a cinque, sei settimane fa, che non invecchiano eppure sono antiche. I monumenti, le piazze deserte, il tricolore proiettato sul Pirellone e sui navigli, nell’acqua: una salma di “unità nazionale” venduta retoricamente come premio della reclusione – una nuova unità, gli eroi, il sacrificio (l’immagine dell’acqua chiama quell’automatismo).

Bello comunque, si dirà, unirvi le parole di Stipe che canta dagli States, e che sta come noi, recluso, e che parla di “lockdown”.

Eppure c’è qualcos’altro che stona.

Perché la canzone di Stipe viene tradotta in un certo modo. Che veicola un senso: “non c’è tempo per l’allegria/non c’è tempo per le discussioni/non c’è tempo migliore di adesso per amare”. Ogni verso viene fatto cominciare con “non c’è tempo”: non c’è tempo nel bardo, nel mezzo, per ballare. Fino alla chiosa ovvia: non c’è tempo per gli indecisi.

E certo, siamo in guerra. Ci vogliono generali, commissari, individui naturalmente portati al comando, a indicare la strada, a farsi obbedire senza storie.

Il video del commovente inizio di trasmissione viene rilanciato da ogni sito mainstream (Repubblica, La Stampa, Radio Deejeay) e di lì sui social. Tutti leggiamo che non c’è tempo per l’allegria, che non è tempo di discutere (in Italia non discutiamo di nulla, politicamente parlando, da quasi due mesi), che non è tempo di indecisione. Siamo in guerra, è ovvio. Poi, certo, non c’è tempo migliore di oggi per l’amore – ma in fondo anche Stipe vorrà dire che ci amiamo tutti molto dentro le nostre case. È strano, Stipe, ma vorrà pur dire questo.

E se invece non stesse ripetendo in inglese le parole italiane sulla pandemia?

Nella costruzione delle strofe il brano funziona in base a un principio semplice: una negazione ripetuta ma sorprendente, che mira a sottolineare l’unicità del momento. Un canone dell’attitudine rock viene rispettato: la cosa – that thing – che deve accadere sta accadendo ora, è adesso. È rock quando la parola insiste sui ricettori, come ha insegnato Paul Morley nell’enorme commento alla ripetizione nel rock fatto partendo da Can’t get you out of my head di Kylie Minogue (Words and Music, da noi tradotto col titolo orrido ma appropriato di Metapop). La ripetizione del canone è però svolta tutta in negativo da Stipe, è virata al melanconico. In armonia col contesto lo-fi, con le luci basse, i colori tenui e l’atmosfera forzatamente domestica. Ed è in negativo perché il “like now” che già è nel titolo arriva solo alla fine della strofa: prima c’è un elenco di ‘non’. Quindi, per capire, dobbiamo anticipare: “non c’è tempo migliore di questo” per tutto ciò che viene detto prima. Bisogna discutere, perché c’è tempo. E sì, anche amare.

Non c’è un tempo migliore di questo
per la calma
per le dispute
per l’amore

Il like now arriva. E certo proietta un velo di ambiguità. Ciò che segue aumenta i problemi. Se nella prima strofa non c’è un “there is”, per cui si deve pensare che non c’è tempo migliore di questo per tutto ciò che segue, nella seconda appare. E quindi a tradurre potremmo negare tutto, stavolta: “non c’è tempo per”, e quindi non è il “tempo di”.

Ma Stipe parla di “bardo” (un termine del buddhismo tibetano che indica il periodo tra la nascita e la morte, una soglia di non-vita, di non-ancora vita), lo rinforza con la sua traduzione inglese (in-between). Poi allude alla danza, poi all’indecisione. Tutti termini – anche la danza – che alludono alla sospensione, all’esperienza di soglia, dell’attesa, del tempo. Qualcosa di molto comune oggi, da settimane – una dispercezione di massa. Allora bisogna insistere con la traduzione iniziale: non c’è tempo migliore del tempo nella soglia.

È il tempo nel bardo
È il tempo degli interstizi
Il tempo della danza
Degli indecisi

Non c’è tempo migliore per gli indecisi, per questo è il tempo degli arguments. Della discussione. Poi la melodia cresce, aumenta d’intensità. Dalle asserzioni ripetute si passa a una domanda.

Dov’è che tutto ha iniziato a cambiare?

Forse liricamente è il momento peggiore del brano – lo sappiamo tutti quando è cambiato, tutti ricordiamo il giorno prima, l’ultima passeggiata senza pensieri. Le risposte menzionano, al verso successivo, il lockdown, l’elefante nella stanza della reclusione. Dopo la discesa di tono, la risalita. Stipe racconta l’esperienza di soglia – la sua, quella di tutti – come una «caduta libera», la riempie di luce. Menziona la gloria – la unisce alla sospensione. È un tratto mistico. Melanconico, ma mistico nella chiave ‘tibetana’ che ha scelto.

I ricordi dell’isolamento non riescono a sostenere
una caduta così libera – luccicante, sospesa
Ho distolto gli occhi dalla gloria, dalla luce
ho voltato la testa, ho pianto

Le memorie dell’isolamento spezzano il momento mistico, non lo sostengono. Stipe sta rivendicando la specificità del momento che ha vissuto, di un’esperienza fatta. Sta dicendo che l’isolamento non lo aiuta – non sostiene quella “caduta libera”, i suoi colori. Sta lamentando un impoverimento della sua percezione. La reclusione lo sta privando di qualcosa e di qualcuno. Che tornerà, però, che deve tornare. Per questo aspetta.

Per quel che può voler dire aspettare
in un posto nuovo come questo
ti aspetto

Infine l’ultima strofa. Ancora la soglia, menzionata come transito di dolcezza, di preghiera, levità. Si aspetta nel luogo stesso dell’attesa? Stipe non sa, forse nega, ma usa ancora la parola, come tutti.

È il tempo della dolcezza
Dei salmi, delle soglie
Mormora una preghiera dolce, sospira
La tua voce fa eco all’amore
La sento da lontano

Il tempo è out of joint. Mentre aspetta che si riassesti, mentre mormora, Stipe discute. Mentre discute rivendica. Perché vuole uscire dal “posto nuovo” in cui è finito.

Non vuole stare nel riflesso di un tricolore gettato in uno stagno. Non c’è tempo migliore per uscirne.

(Roma, 1978) scrive, traduce e fa ricerca. Studioso del pensiero tedesco e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e più di recente un saggio dal titolo “Foto di gruppo con servo e signore” (Castelvecchi 2017). Ha curato opere varie di Max Weber (“Economia e società”, Donzelli 2003-2018), Walter Benjamin (“Senza scopo finale; Esperienza e povertà”, Castelvecchi 2017 e 2018) e Georges Bataille (“Piccole ricapitolazioni comiche”, Aragno 2015). Ha pubblicato “Berlino Zoo Station” (Cooper 2012), guida molto alternativa alla città di Berlino, e “Happy Diaz” (Arcana 2015), una lettura politico-musicale dei fatti di Genova 2001. Il suo ultimo libro è “Nico e le maree”, racconto fantastico della vita di Nico (Castelvecchi 2019).