No nature. Poesie scelte e nuove.

Il numero di aprile de Gli asini, mensile diretto da Goffredo Fofi, si apre con la frase del filosofo anarchico John Zerzan, «Se mai avremo un futuro, somiglierà alla preistoria», e contiene un inserto sulle Lotte per l’ambiente in Italia con testi di Enzo Ferrara, Giacomo Borella, Marino Ruzzenenti, Luca Manes e Massimo Ruggeri (fra gli altri contributi presenti sul fascicolo, si segnala la conversazione di Jacques Rancière con Joseph Confavreux, Disfare le confusioni al servizio dell’ordine dominante, e una favola di Tolstoj tradotta da Cristina Bongiorno, La fatica, la morte, la malattia, che pare scritta oggi). Conclude l’inserto un cospicuo mannello di versioni poetiche, a cura di Damiano Abeni, da un poeta americano che il prossimo 8 maggio compirà novant’anni, autore ancora poco noto da noi ma fondamentale, Gary Snyder. Ringraziamo la redazione de «Gli asini», e Damiano Abeni, per avercene consentito la riproposta. Oggi che anche in Italia si comincia a parlare di Ecopoetry (le è stata dedicata, per le cure di Niccolò Scaffai, il numero del 2018 della bella «rivista di poesia comparata» Semicerchio), finalmente parrebbe venuto il suo momento.

A.C.

«Come poeta, detengo i valori più arcaici sulla terra. Risalgono al tardo paleolitico: la fertilità del suolo, la magia degli animali, il potere di visione nella solitudine, le terrificanti iniziazione e rinascita; l’amore e l’estasi della danza, il lavoro comune della tribù. Cerco sempre di tenere a mente la storia e la natura selvaggia insieme, affinché le mie poesie possano accostarsi alla giusta misura delle cose, in contrapposizione all’ignoranza e al disequilibrio dei nostri tempi» (A Controversy of Poets, Gary Snyder, 1965)

Gary Snyder nasce nel 1930 a San Francisco. Il nonno paterno era un Wobbly, cioè membro dell’associazione anarchico-sindacale Industrial Workers of the World, e il motto «formare la nuova società dall’involucro della vecchia» rappresenterà sempre la sua migliore strategia rivoluzionaria. Trascorre un’infanzia e una fanciullezza a contatto con la natura dopo che la famiglia si trasferisce, a causa della crisi economica, da San Francisco a nord di Seattle, nello stato di Washington, dove il padre impianta una piccola fattoria e alleva vacche da latte. È tra i boschi e le montagne della regione del Puget che si alimenta il suo amore per la natura e la wilderness. La zona in cui cresce è «al confine del taglio e dell’industria del legname», piena di contraddizioni, tra sfruttamento delle risorse, sviluppo e inquinamento. È lui stesso a dire che la sua percezione infantile del mondo naturale si divideva in una visione della natura per metà intatta e per metà distrutta.

Ci sembra che sia a partire dal vissuto di questa contraddizione, tra selvatichezza e distruzione a opera dell’uomo che si fonda il pensiero e la poesia di Snyder, la sua ricerca di parole «dure, semplici, brevi, con la complessità al di sotto delle superfici» per smettere di guardare la natura come un posto da visitare, ma come casa propria. Riportare quindi l’uomo a casa. Scriveva che bisogna camminare su un sentiero per poi abbandonarlo, scartare di lato, sapersi inoltrare nel selvatico, dirigersi verso una parte nuova del territorio. Per Snyder il selvatico bisognava accettarlo internamente, in ciascuno di noi, come qualità intrinseca di ciò che siamo. L’opera distruttiva dell’uomo non mette solo in pericolo la natura, ma a essere in pericolo è la wilderness. Nel Richiamo del selvatico, celebre poesia del tempo del Vietnam, il protagonista è il Coyote, cacciato dalle aree di disinfestazioni statali delle foreste come i contadini vietnamiti dal napalm, e il «commiato» del poeta è assai amaro: «Mi piacerebbe poter dire / Il Coyote sarà per sempre / Dentro di voi. / Ma non è vero».

Proprio questa combinazione di autentica semplicità o candore con la perfetta scienza e coscienza dell’ecologia che ha studiato, che sa, e che vuole si sappia ripartendo dall’essenza, dal primario, dalla «grana delle cose», fanno delle sue poesie qualcosa di raro, commovente come un cantico antico cantato di nuovo oggi, in lode alla bellezza di un mondo che l’uomo (l’antropocentrismo esasperato, il mito del progresso), il potere criminale di pochi, potrebbe distruggere per sempre.

(gli asini)

Gary Snyder, Kausani, India, 1962

In copertina: Gary Snyder, 2014 ©Festival of Faiths

nato a San Francisco l’8 maggio 1930, è uno dei maggiori poeti statunitensi. Cresciuto nella couche della Beat Generation (è uno dei personaggi dei “Vagabondi del Dharma” di Jack Kerouac), e vissuto a lungo in Giappone (fra il 1956 e il 1968) studiando Zen e scienze forestali, è considerato il precursore dell’”ecopoetry” contemporanea. Tornato in California, ha insegnato Scrittura creativa all’University of California, Davis. Nel 1975 è stato insignito del Premio Pulitzer, e nel 1997 del Premio Bollingen, per la poesia. La sua prima raccolta, “Myths & Texts”, viene pubblicata nel 1960, la sua ultima, “This Present Moment”, nel 2015. Non molte le sue traduzioni in italiano: l’ultima è “Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness”, a cura di Rita Degli Esposti, Mimesis 2013.