Il piacere delle immagini

C’è qualcosa di straordinario nella capacità che le immagini hanno di dar piacere attraverso la rappresentazione dei corpi. E’ come se le immagini stesse avessero un corpo. Anzi, è come se esse fossero la pelle di ogni corpo. Ed è esattamente quando lo sguardo giunge ad accarezzare quella pelle che il senso della visione sperimenta l’esperienza del piacere (foss’anche sotto forma di orrore).

L’immagine rende il corpo alla sua pura esteriorità. Lo rende completamente esposto, senza più alcun rinvio ad una interiorità che ne celerebbe il segreto. L’immagine offre il corpo al piacere della vista rendendolo presente.

Ma il corpo è anche sempre in fuga. Quando il corpo si fa immagine, infatti, esce da sé, si eccede nel suo cono d’ombra, nel cono d’ombra dello sguardo. Il corpo è sempre doppio, l’esperienza della duplicità: dentro/fuori, intimità/esposizione, pieno/vuoto.

La visione del corpo nell’immagine è esattamente l’esperienza di questa presenza che sempre fugge nella sua assenza. Ed è per questo che nessuna immagine esaurisce l’identità di un corpo (la gioia, lo stupore, la delusione di guardare il proprio o l’altrui corpo in immagine). Ogni autoritratto è lì a dimostrarlo.

Ogni fotografia mostra come l’indubitabile presenza del corpo sia al contempo e sempre l’attesa di uno sguardo e la proiezione di un soggetto al di fuori di sé. Soggetto in attesa di ritrovarsi nello sguardo di un altro. E, in primo luogo, dell’altro che io divento per me stesso quando sono contenuto nello sguardo altrui.

Così, capita che il più potente degli autoritratti sia quello che non svela il volto ma lo nasconde. Talvolta una nuca indica il mistero dell’identità più di un viso. La nuca mostra l’identità per quello che è: l’attesa di un volto. L’attesa di qualcuno che ci dia un volto.

Se tu non mi guardi e, nonostante l’assenza dei tuoi occhi, io guardo te è perché ognuno cerca nell’altro il senso del proprio sguardo. Nel non incrociarsi degli sguardi, nell’invisibile punto di contatto che ci è sottratto, si svela l’identità di ognuno dei due. E’ solo in quel punto inafferrabile che l’identità si trova e si perde tra un’immagine e l’altra. La ricerca degli sguardi si rivela senza fine. In fondo, ogni immagine cela un’infinita quête d’amore, per sé e per l’altro da sé. “Io” e “te” non basta più nel moltiplicarsi delle immagini. Non resta che un noi. E forse ancor più un moltiplicarsi di noi, come in una identità indefinita. Indefinita ma non neutra o impersonale. Identità di un noi che ha la consistenza di un nome proprio senza volto, Nounou. Nounou è il soggetto evanescente ma realissimo di cui ognuno di noi, ognuno dei noi, è alla ricerca. Guardare un’immagine per incrociare lo sguardo di Nounou, per afferrarne il mistero e la promessa di piacere che nasconde in sé – è questo il segreto di ogni effigie. Ogni immagine, in fondo, è un saluto e un auspicio: au plaisir de nous voir.

Immagine di copertina: Francesca Woodman, Untitled, Providence, Rhode Island, 1978 © Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien.

A seguire: Francesca Woodman, Untitled, Providence, Rhode Island, 1976 © Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien.

Francesca Woodman, Untitled, MacDowell Colony, Peterborough, New Hampshire, 1980 © Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).