Elogio del corridoio

C’è una furia demolitiva che striscia sopra ogni manifestazione del nostro mercato immobiliare. Chiunque abbia messo in vendita il proprio appartamento negli ultimi vent’anni sa di cosa parlo. Si tratta di una voglia, di un’ansia che, dopo appena un poco di esperienza, il proprietario impara a riconoscere sulle facce dei cari «clienti» che l’agente immobiliare gli porta per casa. È una tendenza sospetta a picchiettare, a tamburellare con le nocche i muri del corridoio: prima con qualche colpetto lieve, quando il proprietario è distratto in cucinino a preparare il caffè, poi con tutto il pugno, commentando a viva voce: «quel muro non sarà mica portante?». A poco a poco, incoraggiate dai poliritmi delle percussioni murarie, le immaginazioni nascoste del «cliente» si disinibiscono e cominciano a danzare proprio in faccia al proprietario: tutti i muri dell’alloggio saranno demoliti, le stanze cambieranno di funzione: «dove c’è lo studio, ci sarà il bagno e dove c’è il bagno, metteremo il ripostiglio», tutti i pavimenti finiranno in discarica per essere sostituiti con «marmo bianco lucidissimo»; ma, soprattutto, il corridoio dovrà sparire. Il corridoio puzza di stantio, è marcio. Dopo la porta d’ingresso si aprirà invece, come una radura luminosa, il living. Insomma, caffè o non caffè, il proprietario dovrà rassegnarsi: la riformulazione contemporanea dello spazio abitativo è imposta dalle nuove esigenze moderne, aperte. E moderno è soprattutto il living con cottura «a vista», senza pareti, diviso soltanto da «volumi in legno in blu pavone che separano le funzioni»: dopo tutto, chi siamo noi per fermare il progresso?

Ma, quale progresso? Il living room multifunzione all’americana, il «grande ambiente articolato dove la famiglia vive» sarebbe nato, secondo gli apologeti dell’architettura contemporanea come Bruno Zevi, per stabilire un «assoluto contatto tra lo spazio interno e spazio esterno» e per congiungere gli ambienti superando «i molteplici cubetti ottocenteschi» piccoloborghesi. Ma questa ricongiunzione indistinta, questa specie di Aufhebung architettonica, fu davvero un’esigenza moderna? Chiunque abbia un minimo di conoscenze storiche sa che è vero il contrario. I bisogni nati con le rivoluzioni borghesi e liberali, cioè gli unici bisogni veramente nuovi (siamo ancora in attesa di rivoluzioni non borghesi), imposero alle abitazioni un’articolazione razionale, fatta di stanze ben separate fra loro da un disimpegno, ciascuna con una funzione precisa. Il padrone della casa borghese, infatti, era generalmente un professionista colto e aveva bisogno di uno studio e di una biblioteca privati, lontani dall’indiscrezione della portinaia, dalle insistenze del postino, dal bussare dei garzoni della salumeria di sotto e dei facchini, dal chiasso dei vicini, dei figli e del personale di servizio. Aveva bisogno di una sala da pranzo, separata dalla cucina, dove poter mangiare una pietanza con gli amici senza essere disturbato dagli odori e dai rumori della preparazione delle altre. Inoltre, la borghesia occidentale aveva imparato, pagando per secoli un prezzo altissimo alle epidemie, a fuggire soprattutto la promiscuità delle epoche precedenti. Il grande urbanista Lewis Mumford analizzava già nel 1961, in «La citta nella storia», questo stato di cose. Nelle abitazioni medievali, aristocratiche o popolari che fossero, gli animali, i servi, «gli apprendisti, e a volte anche gli operai, erano in pratica membri della famiglia del loro maestro e padrone (…) Tutti mangiavano alla stessa tavola, lavoravano negli stessi locali, dormivano qui o nel salone comune, trasformato di notte in dormitorio». Il vero cambiamento radicale arrivò piuttosto, sosteneva Mumford, con «lo sviluppo del senso della privacy (…) privacy nel dormire, privacy nel mangiare, privacy nel pensiero», e con l’abbandono dello stanzone comune buono ad ogni uso, cioè del living.

Tipica dell’epoca nuova fu invece l’introduzione, nell’edilizia ottocentesca, del corridoio, una delle pochissime innovazioni nella forma dell’abitare nate per soddisfare esigenze veramente moderne. Il corridoio, superamento razionale e igienico del sistema a enfilade delle stanze comunicanti, consentiva di spostarsi per la casa senza violare lo spazio altrui, permetteva di liberarsi all’ingresso delle scarpe e degli indumenti sporchi e nascondeva agli estranei il contenuto e le forme dell’alloggio. Questa ultima funzione era ulteriormente enfatizzata dall’uso di porte a bussola, spesso di grande valore estetico. La padrona di casa si infilava tra bussola e porta d’ingresso: il lattaio non vedeva il Boldini appeso al muro, non contattava il cugino ricettatore. Il tutto con grande beneficio per la comunità.

Forse, allora, anche la scomparsa del corridoio ci insegna che la modernità non ha nulla a che fare con la contemporaneità. Ogni cosa, nella contemporaneità, si svolge pubblicamente. Tutte le nostre inclinazioni, le nostre facce, i nostri gusti, le nostre foto, a partire dalla prima in culla, tornano ad essere condivise da tutto il mondo, caricate in cloud, cioè su un server ospitato in un data center di cui non si conosce nemmeno la localizzazione, figuriamoci i gestori. Non è più il caso di andare a casa della vecchia zia. La privacy, soprattutto quella del pensiero, non è più un’esigenza, ma uno squallido ricordo della piccineria borghese. Occorre liberarsi dalle ipocondrie novecentesche. E allora si sradichi la porta a bussola in noce e la si faccia smaltire dal servizio della nettezza urbana: per far questo è sufficiente lasciare la porta in strada, sul marciapiede, con un pezzo di carta che avvisi, non si sa chi, che tutto sarà presto raccolto dagli enti competenti. Si demolisca il muro di spina portante spesso 70 centimetri, e lo si sostituisca con una putrella, si abbattano poi tutti tramezzi che dividevano le funzioni e le stanze. Soltanto così, finalmente, il signor padrone di casa potrà apparire alla vista del fattorino nel suo «elegante ambiente unico», stravaccato sul divano, scalzo (le scarpe sono sul pianerottolo, «a vista»), in pigiama, mentre gioca a Call of Duty. E la signora padrona di casa potrà, nello stesso ambiente, preparare una salsiccia «a giorno» sull’isola all’americana, mandando in aerosol un miliardo di goccioline di grasso liquefatto che si depositeranno sul divano «azzurro intenso», sui pattern del tappeto by Joe Colombo, sul televisore OLED, sulla lettiera del gatto, sulla cuccia del cane, sul giaciglio del coniglio. Il fattorino potrà poi valutare, direttamente dal pianerottolo-scarpiera, la qualità della testiera del letto dei signori, in truciolare nobilitato,progettata dall’interior decorator, e completamente svelata dalle vetrate «di impronta industriale». Forse, a sera, i figli assisteranno anche a ciò che i signori padroni genitori faranno «a vista» nella loro camera trasparente di «notevole semplicità formale»?

Poco importa. Poco importa, poi, che l’intervento di ristrutturazione abbia indebolito la struttura scatolare dell’edificio in muratura portante facendo aprire qualche crepa qua e là dai vicini, assai tediosi. Poco importa che il pavimento in seminato di graniglia artigianale degli anni ’20, completamente smantellato, valesse qualcosa in più di 350 euro al metro quadro. Poco importa che il nuovo «marmo bianco lucidissimo» sia in realtà un gres porcellanato effetto marmo Leroy Merlin da 10 euro al metro quadro, in offerta. Poco importa che il signor padrone abbia così dimezzato il valore dell’intero palazzo causando danni statici, spendendo decine di migliaia di euro, rendendo molto meno appetibile il suo alloggio sul mercato immobiliare e storpiandone per sempre la struttura e il senso. L’importante è che l’alloggio abbia riacquistato dopo secoli il suo stanzone multifunzione e sia diventato finalmente «contemporaneo». Cioè medievale.

è nato e vive a Torino. Collabora con l’Università di Torino. Suoi articoli sono usciti sul "Manifesto", "Il rasoio di occam-Micromega", "L'Indice dei libri del mese", “Krisis”. Ha collaborato con testate locali del gruppo editoriale "l’Espresso-Repubblica". Ha curato libri e tradotto testi di Anselm Jappe, Norbert Trenkle, Serge Latouche, André Gorz.