Apparati biomedici o convivialità?

La nuda vita – e la paura di perderla –
non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa.
Giorgio Agamben, Chiarimenti, 17 marzo 2020

Panico & nuda vita

Durante questo ultimo anno mia madre si è sottoposta a una serie di trattamenti intensivi a causa di un cancro ai polmoni. La scorsa primavera, quando il cancro è stato scoperto, la sua prima oncologa ha incaricato i parenti – e non la paziente stessa, che già considerava come una nuda vita, dunque insignificante – di prepararla a cure palliative… Sosteneva, infatti, che non avrebbe avuto senso sottoporre il suo corpo a procedure invasive e dolorose, dal momento che il cancro non poteva essere curato. Ma la prognosi non si basava solo sulle condizioni di mia madre. C’era un’altra esigenza istituzionale in gioco: l’oncologa intendeva, anche, che non avrebbe avuto senso spendere risorse pubbliche e lavoro collettivo per il corpo perduto di mia madre. Questa consegna fredda e calcolatrice ha lasciato in noi un senso di totale prostrazione, mentre mia madre era distrutta. L’oncologa aveva preso una decisione sovrana sulla vita di mia madre: andava lasciata morire. Le risorse mediche disponibili sarebbero state uno spreco se utilizzate per il suo corpo già morto. Questa non era una diagnosi puramente medica…

Inutile dire che abbiamo cercato aiuto altrove. Dopo un anno estenuante di cure intensive e farmaci sperimentali, oltre a un incredibile dispendio di risorse pubbliche, il cancro di mia madre è ora in remissione… Cosa dice questo della prognosi della prima oncologa?… Aveva forse preso la decisione medica, sovrana sulla vita di mia madre, in termini politici ed economici – e cioè rispetto al fatto che il caso di mia madre non valesse l’investimento? Questo non si può dire ma è chiaro che la decisione di lasciar morire mia madre senza intervenire non era solo una decisione medica.

Dopo una settimana dalla scoperta che il cancro ai polmoni di mia madre era ormai in remissione, il panico virale ha cominciato a dilagare in Canada. Io ne sono stato immediatamente travolto. Mi sono ritrovato ad agire ancora una volta per difendere la vita di mia madre. Ora non solo era minacciata dal cancro e dal sistema sanitario, ma era anche una persona immunodepressa che aveva bisogno di essere difesa dalla società. Gli incontri sociali, soprattutto quelli che mettono le persone a stretto contatto, esponevano mia madre e ogni altra persona vulnerabile a un rischio ulteriore. L’unica soluzione pratica proposta era “il distanziamento sociale”. Abbiamo fatto telefonate frenetiche per implorare mia madre di restare a casa. Con i miei fratelli abbiamo ripreso a coordinarci per trovare il modo in cui avremmo potuto convincerla a cambiare le sue abitudini. Agli studenti sono state inviate e-mail che li imploravano di non adottare comportamenti irresponsabili e rischiosi il giorno di San Patrizio mentre veniva avviata una campagna per la chiusura dell’università. Solo ora, dopo un’intera settimana di distanziamento sociale, a casa mia tutto comincia ad avere un senso, comprese le osservazioni di Agamben. […]

Pandemie & Apparati

Stiamo assistendo a un’enorme estensione dell’establishment biomedico. Non si tratta solo di singoli medici che prendono decisioni sovrane su vite vulnerabili come quella di mia madre, ma di interi apparati biomedici che ridefiniscono completamente il nostro modo di vivere insieme.

Stiamo assistendo a un’enorme estensione dell’establishment biomedico. Non si tratta solo di singoli medici che prendono decisioni sovrane su vite vulnerabili come quella di mia madre, ma di interi apparati biomedici che ridefiniscono completamente il nostro modo di vivere insieme.[1]

L’epidemiologia è un campo di ricerca, uno studio o un discorso (logos,) che agisce sulle persone (demos) dall’alto (epi). È un discorso di esperti, che forniscono una guida e una direzione (una cartografia quindi) ai vari rami degli apparati biomedici, che operano sulle persone dall’alto. Si concentra sul demos. Il panico e la paura devono essere ridotti, mentre l’interazione fisica deve essere evitata. “De-pandemizzare” le persone soggette a pandemia. Diagnosi e prognosi. Non è un paradosso, c’è qualcos’altro in gioco.

La settimana scorsa in Canada siamo stati messi in gioco dal nostro apparato biomedico in modo meticoloso. Anche se eravamo stati gradualmente preparati da mesi grazie a una diffusione crescente, nell’ultima settimana la velocità e l’intensità delle operazioni sanitarie ci hanno travolto così rapidamente che non abbiamo avuto neppure il tempo di comprendere cosa stava accadendo: siamo stati trasformati in soggetti pandemici.

Siamo diventati soggetti pandemici, disposti a rinunciare ai nostri diritti, ad abbandonare i nostri principi e a sospendere il futuro per questa causa. Tutti sono stati arruolati per combattere questa battaglia su tutti i fronti possibili – quello virtuale, quello familiare, quello comunale, quello nazionale e internazionale – e soprattutto su quella prima-linea che, si dà il caso, sia presente in tutti i fronti contemporaneamente; si tratta di una pandemia, dopo tutto. È stato organizzato un reclutamento di massa senza bisogno di istituire liste di reclutamento.

Quasi un coup d’état, mentre questo dispositivo afferra, prende il controllo, dirige altri apparati governamentali. Una nuova logica di governo viene coordinata e diffusa in tutto il mondo. La mia università, ad esempio, ha sviluppato un “Protocollo COVID-19” che delinea le procedure che i professori dovrebbero utilizzare per raccogliere informazioni e poi segnalare gli studenti che rivelino i sintomi del COVID-19. Finché la minaccia virale rimane, la raison d’état va determinata dall’apparato biomedico, compresi i suoi discorsi, gli organismi di ricerca, le procedure e i regolamenti, i sistemi di forza e la morale dominante.

Sarebbe saggio prestare attenzione non alla causa, ma a questo minaccioso apparato.

Testimoniare

La chiusura totale a cui siamo stati sottoposti ci ha permesso di dar conto del nostro mondo in modi prima inimmaginabili. Un’epoché monumentale si sta verificando nelle nostre società. Non solo le nostre economie sono in recessione, ma anche i mondi in cui viviamo. La vita in comune è stata separata, le esistenze sono state distanziate dai molteplici meccanismi gestiti dai nostri apparati biomedici. Le nostre attività sono in crisi, in alcuni casi interrotte, in altri riconfigurate per il grande sforzo imposto dalla pandemia. Il mondo sta rallentando, le routine sono interrotte e la convivenza sta diventando sempre più sconosciuta e strana. Le nostre attitudini naturali, le nostre abitudini e i nostri modi quotidiani di stare insieme non funzionano più in questo stato di sospensione delle relazioni sociali. Dobbiamo riadattare i nostri modi di vedere e di capire. In questo enorme rallentamento del nostro mondo, gli atteggiamenti, i comportamenti e le abitudini altrimenti normali cominciano a sembrare fuori fuoco, un po’ strani, in alcuni casi, inappropriati.

Per la prima volta, in questa nostra epoca neoliberale, masse di persone preoccupate e vulnerabili sono testimoni di operazioni che fanno parte di questo mondo. Infinite immagini e storie, che si concentrano sugli aspetti più cancerosi di questo stesso nostro mondo sono state catturate, condivise, dibattute e valutate da milioni di persone in lingue diverse, in una dimensione globale, con nient’altro a disposizione se non tanto tempo liberato – non proprio il tempo libero dello svago – in modo da cogliere tutto e riflettere.

Individuati come potenziali ospiti di questo virus, condividiamo una comune vulnerabilità. Al tempo stesso siamo testimoni di ingiustizie ed egoismi, dell’avidità e degli eccessi, dei pregiudizi e delle discriminazioni che diventano sempre più evidenti ogni giorno che passa. Siamo testimoni di tutto questo in modi solo poche settimane fa inimmaginabili. Se questo significherà la fine del capitalismo, è tutto da vedere. Ma una cosa è certa: ci sarà una resa dei conti.

Convivialità

Siamo nel bel mezzo di un momento di svolta. Questo corona virus non è l’unica cosa nuova che sta emergendo perché sta anche sorgendo un demos globale.

L’umanità sta dimostrando di essere non solo capace, ma anche disposta a essere solidale su scala globale con le vite umane più vulnerabili, e senza pregiudizi. Questo non può essere sottovalutato. Il tempo è adesso. Viviamo sull’orlo di una congiuntura critica. I nostri sistemi devono essere radicalmente trasformati ora – sperimenteremo più epidemie e pandemie, più movimenti di massa di popolazioni, più guerre, più carestie, più estinzioni, e poi, visto quello che stiamo affrontando, si aggiunga il riscaldamento globale e la minaccia dell’estinzione della vita stessa su questo pianeta.

Quali saranno gli effetti a lungo termine, se i nostri unici metodi per contenere future epidemie virali resteranno la quarantena per tutti e una pioggia di sostanze chimiche tossiche sui nostri corpi, sugli edifici e sull’ambiente?

Ma quello corrente può diventare anche un momento di ispirazione, può dimostrare e dimostrerà che tutti i negazionisti e i pragmatici hanno torto. Stiamo stabilendo una nuova priorità: l’umanità è disposta ad agire in solidarietà su scala globale. Dovremmo incoraggiare gli atti di gentilezza, compassione, cura, empatia e generosità, indipendentemente da quanto piccoli e insignificanti possano apparire. Possono non essere intesi come atti politici in senso tradizionale; tuttavia, in un’epoca di neoliberismo, non possono essere interpretati che così. Stiamo anche assistendo a incredibili atti di convivialità da parte di quelli che continuano a fornire servizi essenziali per le nostre società. Alcune persone si espongono a un grande pericolo per produrre, trasportare e vendere alimenti, per curare e assistere malati, per garantire che le infrastrutture di base delle nostre società continuino a funzionare. Servizi vitali per la sopravvivenza di tutti vengono svolti da lavoratori e lavoratrici in prima linea che si prendono cura davvero degli esseri umani e sono mossi dalla vulnerabilità umana. La gente continua a prendersi cura nonostante il mondo crudele e ingiusto in cui viviamo. Quando questa pandemia finirà non dobbiamo dimenticare queste azioni, perché serviranno come atti esemplari di convivialità che metteranno in discussione le nostre attuali pratiche di sequestro, controllo e governo delle vite. Questo non è uno sforzo bellico e chi lavora con compassione in prima linea non è un soldato coraggioso. Sta succedendo qualcosa di completamente diverso. Le persone esprimono un desiderio di condividere la propria vita in modi più conviviali.[2]

La “prognosi biomedica” sul nostro futuro, a breve e a lungo termine, ci pone di fronte a una decisione critica: essere dominati dall’alto da apparati biomedici o dar forma a nuove convivialità dal basso.

La nuda vita può annebbiare e separare le persone quando i nostri modi di vivere insieme sono controllati da apparati biomedici. Ma la vita vulnerabile apre a modi più conviviali di stare insieme.

(Traduzione di Alessandra Gissi)



[1] Ho scelto di usare il vocabolo apparato (apparatus) invece di dispositivo (dispositif ) soprattutto per rendere questo breve saggio più fruibile per un ampio numero di lettori. Apparato è diventato anche la traduzione nell’inglese standard del termine dispositif. Un dispositivo è un insieme molto più complesso di forze e operazioni eterogenee che non possono essere incapsulate dal senso limitato e strumentale di un apparato. Ma queste sono questioni da affrontare in un altro tipo di contributo.

[2] La convivialità (conviviality), invece, non indica soltanto uno spirito gioviale, piacevole o festoso, è anche una modalità di convivenza più affermativa, come ha indicato Roberto Esposito. Questa nozione viene anche affrontata, anche se brevemente, negli scritti di Achille Mbembe e Jasbir Puar. La resistenza conviviale insorge contro le forze necropolitiche che limitano, controllano, mutilano, rendono vulnerabili o addirittura uccidono la vita di una popolazione assoggettata.

Spesso è inizialmente uno reazione difensiva finalizzata a proteggere e preservare la vita dagli apparati necropolitici, ma la sua cifra è una natura affermativa e insorgente. Ad esempio, in Canada quest’anno c’è stato un interessante movimento conviviale animato dalle popolazioni indigene contro lo stato coloniale e l’industria petrolifera e del gas. Il suo culmine è stata la resistenza dei Wet’suwet’en al gasdotto Costal. Questo non è solo un movimento difensivo che mira a proteggere e preservare la vita umana e la sovranità territoriale su alcune terre e acque, ma è anche uno sforzo per riaffermare i modi che gli indigeni hanno di vivere insieme: una cura delle relazioni tra uomo e mondo naturale, che Glen Sean Coulthard ha sostenuto basarsi sui “principi di reciprocità, non sfruttamento e coesistenza rispettosa” (2014: 12). Nelle lotte conviviali le vite non sono solo difese e protette, le vite sono affermate come vitali e degne di sviluppo e valorizzazione. Come ha sottolineato Elettra Stimilli, ciò che questa pandemia ha reso evidente è che condividiamo una vulnerabilità comune. La vulnerabilità comune è il presupposto necessario per la convivialità.

Questo testo è un estratto del saggio pubblicato in inglese nell’ultimo numero di “TOPIA. Canadian Journal of Cultural Studies” dedicato al Covid-19.

Immagine di copertina: William Blake, Ober, Titania and Puck with Fairies Dancing, ca.-1786.

è professore associato alla Wilfrid Laurier University, Canada. È un teorico sociale e politico contemporaneo la cui ricerca si concentra sulla biopolitica, la comunità e gli apparati. Co-curatore di un’antologia di prossima pubblicazione su dispositivi/apparati intitolata “Dispositif. A Cartography” (2021, MIT Press). La sua prima monografia, “Containing Community” (SUNY Press 2016) ha ottenuto il Symposium Book Award nel 2017. Ha co-curato “Community, Immunity, and the Proper: Roberto Esposito” (Routledge 2015), “Unlimit: Rethinking the Boundaries Between Philosophy, Aesthetics and Arts” (Mimesis 2018), e il recente numero speciale dell’European Journal of Social Theory intitolato “The Politics of Life” (2019).