The Isolator

The Isolator è un brevetto di Hugo Gernsback. Si tratta di una sorta di campana da indossare come un casco o uno scafandro. Isolato dal mondo esterno e dal medium atmosferico, il lettore respira attraverso un pertugio in cui passa l’ossigeno, come se si trovasse non seduto alla sua scrivania ma immerso negli abissi dell’oceano. The Isolator rende l’utilizzatore completamente sordo, impermeabile all’ambiente sonoro – quel telefono alla sua sinistra suonerà invano.

In modo più inatteso, anche la vista è isolata o, meglio, disciplinata: lo sguardo non può perdersi nella danza alternata del bianco e nero sulla pagina, nella struttura di linee orizzontali e parallele, perché una visiera lo obbliga a guardare una sola linea alla volta. Come la feritoia nelle mura di una cittadella.

Malgrado sia uno dei padri fondatori della science-fiction, Hugo Gernsback (1884-1967) resta una figura poco conosciuta e studiata (ricordo qui Hugo Gernsback. An Amazing Story, a cura di Luc Henzig, Paul Lesch, Ralph Letsch, Centre national de littérature, Mersch 2010). Per citare un esempio colto, non figura in Archaeologies of the future. The Desire Called Utopia and Other Science Fictions (2005) di Fredric Jameson, che si concentra su Philip K. Dick, Orson Welles, H.G. Wells, William Gibson, Charles Fourier, Alfred Elton Van Vogt.

Nato a Lussemburgo, Gernsback studia al locale istituto tecnico e al Technikum di Bingen in Germania, prima di emigrare negli Stati Uniti nel 1904. Sin dal 1929 crea la sua propria società (Gernsback Publications) per pubblicare e promuovere riviste scientifiche e para-scientifiche. Nel 1927 dirige All about television, la prima opera dedicata a questo medium, seguita nel 1928 dalla rivista “Television”. Nel primo numero di “Science Wonder Stories”, nel giugno 1929, utilizza il termine “science-fiction” – prima occorrenza storica del termine – dopo aver coniato nel 1926 il meno fortunato “scientification”.

Hugo Gernsback

Assieme alle evidenti influenze europee – penso a Albert Robida, Jules Verne o H.G. Wells –, decisivo è il ruolo dello scienziato serbo-americano Nikola Tesla, collaboratore delle riviste di divulgazione di Gernsback. Più che un’influenza, Tesla è un modello: Gernsback non esita infatti a farsi  ritrarre accanto alla sua maschera mortuaria, in occasione di un articolo pubblicato su “Life” nel 1963. Lo vediamo indossare degli occhiali per vedere la  tivù, i television glasses (1963), progenitori, nella prospettiva degli archeologi dei media, degli sfortunati Google glasses.

Gernsback era capace di trattare, con lo stesso trasporto, scienza e para-scienza, scoperte scientifiche e magia, nuove tecnologie (soprattutto radio-televisive) e soprannaturale. Del resto il cinema, come ricordava Jacques Derrida nel documentario Ghostdance (1982) di Ken McMullen, è una “fantomachia”: “Lasciate ritornare i fantasmi. Cinema più psicoanalisi insieme fanno una scienza del fantasma. La tecnologia moderna, contrariamente alle apparenze, benché sia scientifica, decuplica il potere dei fantasmi. L’avvenire appartiene ai fantasmi”.

Ora, tra la miriade di invenzioni strampalate concepite da Gernsback, The Isolator fu veramente realizzato. Ci teneva talmente tanto da farsi fotografare con l’Isolator calzato nella sua rivista “Science and Invention in Pictures” nel luglio 1925. “Outside noises being eliminated, the worker can concentrate with ease upon the subject at hand”, recita la didascalia, non si sa se con ironia.

Rispetto al disegno, il cappello è in tessuto e non nel troppo pesante metallo; la fessura per gli occhi è più rotonda rispetto alla minuscola feritoia originale; il dispositivo respiratorio più elaborato. Difficile pensare che, così conciati, sia possibile veramente mettersi al lavoro. Se The Isolator attutisce il brusio del mondo, crea anche una distanza, un interfaccia con l’atto di lettura e di scrittura che vorrebbe rendere più performante e che, invece, finisce per rendere fatalmente inattuabile.

Esteticamente poco attraente, The Isolator è un dispositivo di lettura e di visione così come una barriera all’iper-stimolazione sensoriale del mondo contemporaneo, un’iper-stimolazione cui contribuivano, paradossalmente, gli stessi progetti visionari pubblicati sulle riviste di Gernsback. Così risponde, a suo modo, alla crisi della concentrazione e dell’attenzione, all’impatto che nuovi dispositivi audiovisivi come il cinema esercitano sul nostro plesso percettivo.

Sappiamo bene che la temporalità della science fiction non è un futuro imperscrutabile quanto il presente, di cui si limita a portare alle estreme conseguenze alcuni aspetti. The Isolator non fa eccezione, in quanto evoca, più che lo studio domestico, le maschere antigas. L’8 febbraio 1924, un anno prima la divulgazione del brevetto di Gernsback, lo stato del Nevada mette in funzione la prima camera a gas civile per le esecuzioni delle condanne a morte. Il gas entra nel diritto penale di uno Stato democratico, seguito a breve da altri undici Stati americani. I vapori di acido cianidrico vengono inalati, bloccano il trasporto dell’ossigeno nel sangue e provocano un’asfissia interna. Un’alternativa più “umana”, così si sosteneva, alla sedia elettrica.

Lo ricorda Peter Sloterdijk (Terrore nell’aria, Meltemi 2006) a proposito del 1915, quando si consuma, secondo la sua lettura, il passaggio epocale dalla guerra classica di trincea alla guerra chimica. Da allora il pericolo mortale proviene dall’alto. Si attacca ovvero sempre meno il corpo del nemico che l’ambiente che rende possibile vivere. Viene creata “una seconda artiglieria, che non mirava più direttamente ai soldati nemici e alle loro postazioni ma piuttosto all’aria che si trovava intorno al loro corpo”. Respirando nubi tossiche, il soldato “cadeva vittima del suo stesso naturale impulso a respirare” (p. 13). Il pericolo viene insomma da un’abitudine fisiologica, che rende i soldati “involontariamente complici della loro stessa distruzione” (p. 16).

Non sorprende che The Isolator – gadget domestico poco user-friendly, concepito per facilitare la concentrazione continuando ad ossigenare il cervello – non abbia avuto alcun seguito. Se non fosse che in questi giorni, a quasi cento anni di distanza, The Isolator si fa specchio della nostra condizione quotidiana.

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.

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