Papa senza Roma

Ich bin der welt abhanden gekommen
(Rückert-Mahler)

La soprannumeraria benedizione apocalittica di Bergoglio (la Urbi et Orbi di prammatica essendo impartita, dai Pontefici, a salutare la loro elezione; e poi a ogni Natale e Pasqua) è stata allestita, dagli spin doctors di Santa Romana Chiesa, con perfetto senso dello spettacolo. Quando si è saputo dell’orario fissato per lo show, mi sono rammaricato per la mancata messa in scena in piena luce – coi cieli in technicolor di questi tempi eccezionalmente sgombri di smog – ma, appena cominciato il monologo («da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città…»), s’è capita l’esattezza del timing. Regia perfetta, quella che allude alle fitte tenebre, sì, ma senza calare il tutto nell’indistinto della piena oscurità. Perché il vero protagonista dello show – la piazza vuota – doveva restare visibile: e incombere su ogni parola, ogni gesto, ogni sguardo.

Anche il clima s’è adeguato alla circostanza: mantenendosi umido il giusto, per evocare la «tempesta inaspettata e furiosa» del passo evangelico commentato (Mc 4, 35-41) senza però diluviare sino a ostacolare le camminate rituali con le quali Bergoglio, colla sua brevettata zoppia da orsetto meccanico, ha raggiunto il palco dell’omelia, e poi le prestigiose immagini devozionali (la Salus Populi Romani, icona bizantina conservata a Santa Maria Maggiore, e il Crocifisso di San Marcello) distolte per l’occasione dalle loro sedi tradizionali (ma lo scorso 15 marzo, alla montagna per omaggiarle, Bergoglio ci era andato eccome: con la passeggiata in Via del Corso, dai più incompresa, che a posteriori ci appare, ora, prova generale dell’exploit di ieri). Persino il sipario delle nuvole, a un certo punto, ha pensato bene di prendere un disegno acconcio: sino a far gridare al miracolo, le folle social, per la presunta apparizione in cielo di una Madonna benedicente.

Premetto di aver sempre avuto la massima ammirazione, tanto in generale per Bergoglio – unico effettivo leader di un’opposizione politica, alla forma di vita che ci è imposta, assai più diffusa nelle persone che nei loro supposti rappresentanti: lui escluso, appunto – che, nel merito, per le sue scelte di comunicazione: per l’accorta demoticità del suo linguaggio (quello verbale da parroco di campagna globale ma, prima ancora, quello del corpo: lontano tanto dall’espansività baroccamente terribilista di un Wojtyla che dall’introversione concettualmente ascetica di un Ratzinger); per le inflessioni di voce, sempre perfettamente a tono, della sua elocutio (da Oscar, ieri, l’affanno – sproporzionato alla passeggiata sul sagrato, ma ben percepibile nell’angoscia di circostanza – con cui ha preso la parola); per il suo mai rinnegato quanto ben temperato peronismo, insomma.

Eppure il passo dei Vangeli da lui scelto per la predica mi pareva, per una volta, in effetti un po’ cheap: sin dall’inizio orientato al mettere “in situazione” il sermo cotidianus del “siamo tutti nella stessa barca” (anche se un tocco da maestro non è mancato, rispetto al discorso reso pubblico, coll’epanalessi all’impronta di quel «ci siamo tutti», aggiunto cogli occhi all’improvviso puntati in camera). La retorica più stucchevole, nella colluvie di luoghi comuni in cui sguazziamo, essendo proprio quella del nessuno può farcela da solo (e mai che ci si ricordi, non dico di John Donne, ma almeno del cut-up di Hemingway). Retorica quanto mai controproducente: nel momento in cui – per la prima volta nella storia dell’umanità, forse (essendo le famiglie nucleari, rispetto a oggi, assai più rare ai tempi della Peste Nera e di consimili «distanziamenti sociali» d’antan) – in questione c’è invece, precisamente, come cavarsela da soli.

Bergoglio ha altresì omesso di interrogarsi sul particolare più inquietante, e forse abissale, del passo del Vangelo di Marco: il senso da dare al sonno di Cristo, manco fosse il Principe di Condé, nel bel mezzo della tempesta: dal quale, dopo comprensibile esitazione, decidono infine di svegliarLo i discepoli. Solo allora Lui ordina al vento e al mare di calmarsi, per poi non mancare di rimproverarli: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». Sul dettaglio ha bensì richiamato l’attenzione («è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme»), per subito spostarsi però dalla parte dei discepoli, sulla debolezza della loro fede («pensano che Gesù si disinteressi di loro»). Debole, un po’ buttata lì, era piuttosto la sua interpretazione di quel sonno come, in realtà, del nostro («abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità»). Perché il problema che ci tocca affrontare, in questo momento, è invece proprio quello del sonno della comunità: che, se ancora non genera mostri – ma si vedrà, a gioco lungo: già giunge notizia di sommosse, in quello Hubei che, pure, dovrebbe essere alla fine del tunnel –, ne minaccia di terrificanti.

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Perché è nient’altro che una petizione di principio, quella di esortarci a un senso di comunità: laddove è proprio la sua privazione a esserci imposta, con mortifera brutalità, dalle circostanze in cui siamo gettati. Per inevitabilmente venire alla mia esperienza personale, molti insegnanti stanno riflettendo in questo momento sulla prossemica d’emergenza alla quale siamo coatti dall’e-learning: figura assai presumibile, questa, del mondo orribilmente houellebecquiano cui, presto o tardi, saremo tutti condannati. Un brave new world in cui l’ironia di Aldous Huxley ci apparirà, a quel punto, di un sarcasmo non meno che atroce. E quelli meno versati nell’ottimismo della volontà non possono che riconoscere, oggi, lo sconforto col quale devono praticare questo rito virtuale e solipsistico. Forse proprio coloro che meno indulgevano alla retorica rugiadosa del “contatto umano” cogli studenti – quando quel contatto mostrava controindicazioni così ispide, e oggi così rimpiante – avvertono ora in tutta la sua irrealtà il rivolgersi a un uditorio anche letteralmente, ora, assente. Questo parlare al muro di uno schermo, che estremizza e insolente segna a dito stili di vita vigenti ormai da un pezzo, ci consegna tutti alla situazione da «farsa tragica» dello Ionesco delle Sedie (piuttosto che, com’è stato detto per la prossemica di Bergoglio, a quella dell’Habemus Papam di Nanni Moretti – o, volendo essere meno cheap, alla Roma senza Papa di Guido Morselli o, meglio ancora, al Palazzeschi del Doge: in tutti questi casi l’assurdo consistendo nel vuoto al posto del frontman, laddove la situazione di ieri era quella simmetricamente opposta).

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Seguendo il filo di questo ragionamento, allora, la performance in apparenza in tono minore di Bergoglio potrà apparirci in una luce diversa. Confesso di aver perso la concentrazione, nella seconda parte del set, durante la lunga pausa in cui la camera ha indugiato sull’oggetto tenace del suo sguardo esicastico: il Santissimo Sacramento che lo stesso Bergoglio, in seguito, ha osteso alla folla perfettamente assente. (La ripresa dalle sue spalle – 57’20” – mostrava, all’orizzonte della Piazza, solo le luci azzurre della Polizia, a tenere a distanza le ipotetiche masse adoranti: col soundtrack della pioggia, delle campane, di una sirena in lontananza straordinariamente a tempo.) Ma solo dopo questa cesura interminabile, in effetti, la messa in scena ha preso una piega diversa e, almeno per me, inaspettata.

Bergoglio – mi accorgo solo ora del cambio di costume, minimo ma decisivo – è a capo scoperto. Un dettaglio che accentua il senso di inermità, di fragilità, di vuoto profondo forse, provato in questo momento da chi staremmo ascoltando, invece, affinché ci infonda forza e coraggio. Al centro dell’Ostensorio, la teca col Corpo di Cristo, che insieme a lui troppo a lungo abbiamo fissato, finisce per apparirci – col bianco dell’Ostia al centro – vuota come la Piazza di fronte a lui. È con questo vuoto materiale, prima che con quello abissale della teologia negativa, che un Bergoglio mai apparso così solo, così ontologicamente abbandonato, ci ha voluto dire che dobbiamo fare i conti. Solo così forse riusciremo davvero a passare, indenni, All’Altra Riva.

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.

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