Le regole minime della pietà

Ci sono due immagini che resteranno per sempre nei miei occhi: la colonna di camion militari che trasporta, nella notte, i morti e le lunghe file di bare, senza nessuno a vegliarle.

Entrambe dissolvono le regole minime della pietà. Entrambe cancellano il tratto più caratteristico dell’umanità: la volontà e la necessità di accompagnare i morti verso l’ignoto. L’umanità è, in modo consustanziale, legata alla pietà per i morti. Privare l’umanità di questo gesto estremo, di questo legame indissolubile tra i viventi e coloro che non ci sono più significa mandare in frantumi quel che di umano c’è nell’uomo.

E’ in questi momenti che l’immagine mostra la sua potenza e il suo limite. Da una parte, ci ricorda, riporta ai nostri cuori, quel che ci costituisce; dall’altra, mostra che senza la presenza dei corpi, senza la mano dell’altro che sfiora il nostro volto rigato dalle lacrime, non c’è prossimità, non c’è umanità, non c’è quella condivisione del dolore che sola riesce, non a vincere, ma a lenire l’insensata sofferenza a cui la morte ci espone.

Quelle immagini, nella loro terribile nudità, generano pensiero, pensiero patico, pensiero sensibile, pensiero umano. E il mio pensiero va, qui e ora, a tutti i morti e a tutti i sopravvissuti che sono stati privati, qui e ora, di quella pìetas, di quell’ultimo gesto d’amore che la veglia e il saluto finale testimoniano dall’albore dell’umanità.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).