Solitudine della fotografia

Ogni immagine porta con sé una solitudine. Non si tratta tanto del soggetto che vi è rappresentato. Nel mondo nessun ambiente, nessun soggetto, è mai davvero disabitato. In ogni spazio la vita è sempre brulicante, anche quando pare che nulla appaia. Credo, piuttosto, che nella solitudine della fotografia sia sempre in gioco la solitudine dello spettatore. Il primo spettatore, ovviamente, è lo stesso fotografo. Guardare significa essere soli, anche in mezzo a una moltitudine. Guardare con intensità il mondo significa esporsi alla propria solitudine, isolarsi dagli altri, concentrare lo sguardo. E nella fotografia questo isolamento trova il proprio culmine, proprio perché impone di non guardare più il mondo nel suo insieme ma di isolarlo dentro un vetro smerigliato o un mirino o un monitor. Il mondo nella solitudine di un obiettivo.

La fotografia – azzardo questa affermazione – è un’arte solitaria e per solitari, come tutte le grandi arti. Ma, a differenza del cinema, è l’arte della solitudine: il suo percorso va da una solitudine, del fotografo, a un’altra solitudine, il mio sguardo sulla fotografia.

Hatsumi e Seiji Mizuno, Fuji
Palladium print on Washi (Mitsumata), cm 12,7 x 17,8

Hatsumi e Seiji Mizuno sono due ma il loro sguardo è quello di due solitudini in comune. In questo la loro fotografia – come su tutt’altro registro quella di Angel Albarran e Anna Cabrera – tocca un vertice dell’arte della solitudine, perché ne mostra la struttura non necessariamente monadica. La solitudine fotografica, infatti, è sempre caratterizzata, non da un compiacimento disperato del singolo (al quale non resta che l’accecamento, il chiudere gli occhi), ma da una profonda volontà di condivisione, da un afflato che spinge ad abbracciare il mondo per ritrovare se stessi: uno sguardo che vuole scriversi, su un fragile supporto, attraverso l’impressione della luce, per divenire spazio della condivisione. La potenza della fotografia consiste nella condivisione di uno sguardo solitario e destinato alla solitudine. Esiste una solitudine felice, una solitudine estatica che spinge ad uscire da sé per ritrovarsi nel mondo, nel mondo altro da noi, nell’altro che è un mondo. Questa felice solitudine è quella della fotografia.

Così, le fotografie di questi due appartati e discreti artisti giapponesi possono abbracciare con il proprio sguardo voli di stormi di uccelli, paesaggi disabitati, vulcani sacri o figure umane e animali su sfondi urbani. In ogni loro scatto, però, lo spettatore è rinviato a sé, a quel silenzio che porta in sé. E dentro a quel silenzio ognuno, con fatica, torna a sentirsi e a percepirsi come una parte del tutto.

Hatsumi e Seiji Mizuno, öölönlahti, Helsinki Finland
Palladium print on Washi (Mitsumata), cm 12,7 x 17, 8

Le loro immagini sono come sospese sulla superficie di una leggerissima carta Mitsumata fatta a mano. Guardandole da vicino, non si comprende se si tratti di fotografie o di stampe o, in certi casi, di disegni a china. L’effetto è straniante, apre una distanza nell’immagine, sottraendola alla piattezza del realismo. Le loro immagini creano una distanza, pongono a distanza; ancora una volta, spingono verso una solitudine.

Accettare il proprio destino di solitudine, amare la propria solitudine, è forse questo il significato più profondo della fotografia, del suo sguardo. Ma, al fondo di tutto, al fondo di questa solitudine ineliminabile risiede il miracolo stesso del comune esistere del creato. In fondo, guardare davvero a partire da sé, dall’incomunicabile sé, significa esporsi al rischio dell’amore, alla condivisione, breve ed effimera, di due solitudini, una al fianco dell’altra, sino alla fusione, fino alla dissoluzione in altre forme, fino al cuore del principio metamorfico del tutto.

In copertina:
Hatsumi e Seiji Mizuno
Mustionjoki, Karjaa, Finland
Palladium print on Washi (Mitsumata)
cm 12,7 x 17, 8

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).

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