La Cultura, la Morte

Col titolo redazionale di Rothko. La rivolta radicale di un antico mistico, questo pezzo (recensione alla mostra A Consummated Experience between Picture and Onlooker, alla Fondazione Beyeler di Basilea dal 17 febbraio al 29 aprile di quell’anno) usciva su «la Repubblica» il 18 marzo 2001. Con quello semplificato di Rothko, e una nota di Gianluigi Ricuperati, l’autore me lo consegnava per il numero monografico che la rivista «il verri» gli dedicò, per le mie cure – col titolo A. & A. Arbasino e Anceschi Arbasino e il «verri» –, nell’ottobre del 2010: in occasione dei suoi ottant’anni e per festeggiare i due «Meridiani» dei Romanzi e racconti, curati da Raffaele Manica e usciti tra la fine del 2009 e il compleanno del 22 gennaio successivo.

Massimo giornalista culturale del secondo Novecento, Arbasino è stato l’ultimo erede, sino all’estrema propaggine del nuovo secolo, di diverse tradizioni illustri del XX secolo. Alla filiera che, ascendendo agli etimi sterniani di una mai rinnegata cultura illuministica e liberale, ripercorreva l’arte d’intarsio dell’essai attraverso le mediazioni nostrane di Emilio Cecchi e Mario Praz, e a quella del narratore-saggista «antropologo selvaggio», e infinitamente digressivo, che esibitamente si riallacciava al torreggiante precedente di Carlo Emilio Gadda, Arbasino ha infatti associato la grande lezione ecfrastica che s’incarna, nel nostro Novecento, nell’altro nume inaggirabile di Roberto Longhi. Non a caso, da me intervistato nell’occasione sui suoi rapporti col «verri» storico di Luciano Anceschi, Arbasino insisteva ad associare, a detta couche e decisiva palestra, quella rispetto ad essa risolutamente alternativa della serie letteraria di «Paragone»: alla cui guardia, talora arcigna, proprio Longhi aveva posto Anna Banti (il carteggio con la quale, di A.A., è stato pubblicato da Archinto nel 2006).

Alberto Arbasino © Getty Images

Forse massimo estro, fra i tanti suoi, fu la capacità di Arbasino di rinnovare radicalmente quella tradizione: proditoriamente annettendole la modernità pittorica più audace e, alla lettera, iconoclasta. Con ciò smarcandosi dalla brillantezza a volte un po’ di repertorio dei suoi condiscepoli (che pure sono scrittori del calibro di Bassani, Volponi, Pasolini e Testori; per non parlare dei Briganti e degli Arcangeli). L’ekphrasis da sesto grado dell’astrazione di Rothko fa il paio, così, con un libro tardo ma formidabile come Le muse a Los Angeles (pubblicato l’anno precedente da Adelphi). Si può dire anzi che in questo comparto (laddove non sempre è vero per gli altri) il magistero dell’Arbasino tardo, e argenteo, fosse addirittura cresciuto: basterà in tal senso confrontare, con questo episodio, le pagine datate «New York, primavera ’79» che, raccolte nel Meraviglioso, anzi (pirotecnica ma mai riedita silloge – pubblicata nei «Saggi Blu» Garzanti nell’85 – di recensioni a mostre in giro per il mondo), sono dedicate alla retrospettiva, al Guggenheim, dello stesso Rothko (ricordata del resto anche nell’articolo del 2001).

Se la descrizione vera e propria del colorismo di Rothko, nel pezzo di New York, si limita a poche righe anche ambivalenti («Ma poi attacca una bituminosità depressiva; vecchi fegati, vecchie melanzane, vecchi “tender” di locomotive a carbone; e tutte le tenebrosità lugubri delle antiche scenografie del primo Verdi ov’è questione di maledizione e carcere e lutto: Foscari, Boccanegra, sanguinaccio, pessimi detersivi, bile nera con riflessi verdi, rossi talmente acrilici che non hanno più nulla di umano, come rossetti di puttane di qualche Nuovissima Oggettività. Sempre più spesso, nero su grigio, marrone sotto il quale affiora il cartone. Le ultime bande orizzontali marrone sono praticamente cancellature, cancellazioni, come grandi cartoline da cui un gigantesco pennarello abbia biffato i saluti e la firma»), in quello di Basilea esplode a tutti i livelli dell’elocutio, sbrigliando un’apparecchiatura metaforica che spazia acrobatica dall’automobilistico al gastronomico (con tipica pointe scatologica) e dall’indumentario al, particolarmente centrato, sessuo-biologico: dove le «formine di spermatozoi e spirocheti pallidi» possono ben evocare quella «forza originale dello stato nascente pittorico» che l’arte di Rothko, quanto forse nessun’altra, è davvero in grado di movimentare.

Non amo i quarti Fratelli d’Italia, mostruosamente inflazionati nel ’93, quanto i prodigiosi ed epocali primi, risalenti a giusto trent’anni prima. Ma è nella versione seriore, in verità, che trovo questo passo il quale suona, oggi, a perfetto epitaffio del suo autore: «Funesti affetti, ambizioni deluse, tormenti senili. Crisi vere e finte; prese di coscienza civili; vanità, rimorsi. Descrizioni d’opere immaginarie, letterarie e musicali, aperte e chiuse, giuste e sbagliate. L’erudizione, l’insolenza, la verve. Le contraddizioni più deliranti dell’Italia contemporanea. Musica, pranzi, giardini, ironia. La Cultura, la Morte».

Leggi Rothko di Alberto Arbasino.

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.