Ingiustizia epidemica

Gli Stati Uniti non possiedono un sistema sanitario pubblico e tuttavia, a partire dal 2004, hanno sviluppato un’imponente strategia di difesa nei confronti degli attacchi bioterroristici. Come sostiene Melinda Cooper, questo riorientamento iniziato dall’amministrazione Bush non distingue tra bioterrorismo ed epidemie di malattie infettive, e ha inondato di denaro pubblico la ricerca medica e militare, costruendo un esteso complesso biotecnologico. La protezione della vita in tutte le sue forme, dai microbi alla biosfera, è divenuta un obiettivo prioritario della dottrina militare. In questo contesto, l’incapacità americana di reagire all’attuale pandemia sembra un paradosso non imputabile esclusivamente ai tagli di bilancio imposti da Trump alle agenzie federali.

Se l’inesistenza – come nel caso degli Stati Uniti – o la sistematica ristrutturazione – come accaduto in Europa – della sanità pubblica hanno lasciato interi continenti in balia di un virus con un tasso di mortalità relativamente basso, è forse perché le strategie militari di sicurezza e i modelli economici neoliberali non funzionavano secondo una logica biopolitica? Come suggerisce Clemens-Carl Härle, dobbiamo dedurre dall’implosione dei sistemi medici occidentali, a cui stiamo assistendo con sgomento, che in fin dei conti «vita e politica non sono coestensive»? Oppure mi pare questa la tesi di Roberto Esposito – l’attuale risposta alla pandemia non è che un episodio interno alla plurisecolare deformazione medica della politica, una configurazione temporanea assunta dalla convergenza di potere e biologia (ad esempio, la sperimentazione di nuovi stati di eccezione come norma, di cui parla Dario Gentili). In sostanza, possiamo ancora fidarci di Michel Foucault e della sua descrizione delle forme di potere che gestiscono, potenziano e moltiplicano la vita? A quanto pare, la diffusione del Coronavirus in Europa e negli Stati Uniti sta sconvolgendo non soltanto la vita quotidiana di milioni di persone ma anche il pensiero critico.

La mia ipotesi è che questa pandemia ci permetta di fare un passo indietro, tornando alle radici non soltanto delle intuizioni di Foucault, ma anche del nostro rapporto con le forze ambientali planetarie e non umane. Come la peste e la lebbra per il potere disciplinare teorizzato da Foucault in Sorvegliare e punire, il Coronavirus funziona oggi come una prova in cui si può definire l’esercizio dei nuovi poteri sulla vita. Lo stato epidemico da Coronavirus è uno stato di natura reale, non ideale come quello selvaggio postulato da Hobbes e Rousseau; un laboratorio per le tecnologie biopolitiche di cura, esclusione, sorveglianza, disciplina, prevenzione e repressione. Grazie alla sua diffusione quasi simultanea, il Coronavirus suscita uno stato di natura planetario, un modello che costringe ad abbandonare la prospettiva eurocentrica della biopolitica foucaultiana.

Già l’origine del virus, nella distopia multispecie dei mercati cinesi di animali selvatici, agganciati ai circuiti transnazionali di accumulazione finanziaria, indica lo scenario globale e post-umanistico in cui l’epidemia sperimenta i propri disordini. Inoltre quel che il virus è, i suoi meccanismi di contagio e infezione, la sua vitalità mostruosa, contribuiscono a produrre effetti tecno-politici irriducibili agli schemi precedenti, introdotti per contrastare le epidemie storiche. E poiché non ogni pandemia e modificazione ambientale colpisce i poveri e le minoranze con eguale spietatezza e capillarità, allo stesso modo non ogni stato di emergenza stimola la stessa creatività istituzionale e tanatopolitica coloniale. Il successo con cui il Coronavirus è penetrato e sta dilagando in Occidente sembra in grado di riorganizzare in breve tempo interi sistemi statali, mentre l’HIV ha avuto un impatto politico significativamente minore, nonostante continui a provocare circa ottocentomila decessi ogni anno e abbia già causato trentadue milioni di morti.

Abbiamo imparato da Mike Davis (Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, Feltrinelli 2002) che le ondate di siccità provocate dal fenomeno climatico detto El Niño, nella seconda metà dell’Ottocento, vennero utilizzate ad arte dall’Impero britannico per sterminare almeno cinquanta milioni di persone in Asia e America Latina, imponendo un geopotere socio-ambientale che ancora oggi segna i rapporti tra i continenti.

Come far sì che anche questa pandemia non si trasformi in un’epidemia di ingiustizia sociale su scala planetaria? Una prima risposta potrebbe arrivare dai movimenti ambientalisti e per la giustizia climatica, che dovrebbero però svincolarsi dalle parole d’ordine neoliberali – sostenibilità, economia circolare, green economy, transizione energetica – e promuovere una critica radicale della modernizzazione ecologica e dell’ingiustizia epidemica. Ma forse i tempi non sono ancora maturi per uno sguardo impietoso e decoloniale sulla nostra attualità.

Immagine di copertina:
Anaïs Tondeur
Chernobyl Herbarium, 2011-16
Geranium chinum
Exclusion Zone, Chernobyl, Ukraine – Radiation level: 1.7 microsieverts/h
30 Rayograms, 24×36 cm each, Giclee Print on RAG Paper

insegna filosofia e studi ambientali presso l’Università di San Gallo. Dal 2005 al 2017 ha lavorato alla University of North Carolina at Chapel Hill, come docente di letteratura italiana e comparata. Tra le sue pubblicazioni: “The Anomie of the Earth. Philosophy, Politics, and Autonomy in Europe and the Americas” (con John Pickles e Wilson Kaiser, Duke University Press 2015).

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