Rinascenza o proliferazione. Su Anna Tsing

Dannazione! La volta scorsa accennavo a Feral biologies, il testo di Anna Tsing citato da Donna Haraway in Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto. Da qui prende avvio la riflessione sull’Antropocene in quanto distruzione di refugia che – questa la mia intenzione – abbraccerà gradualmente le arti visive.

Feral biologies è un paper letto alla conferenza Anthropological Visions of Sustainable Futures all’University College di Londra (12-14 febbraio 2015), organizzata dal Centre of the Anthropology of Sustainability, col suo bell’acronimo CAOS. È stata pronunciata anche a giugno 2015 all’università di Aarhus in Danimarca, in occasione del settantesimo anniversario del dipartimento d’antropologia. Infatti, grazie ai programmi internazionali del sistema universitario danese altrove impensabili, Tsing ha sviluppato ad Aarhus un programma di ricerca transdisciplinare che sembra fare al caso nostro: “Living in the Anthropocene: Discovering the Potential of Unintended Design on Anthropogenic Landscapes”.

Ora, nonostante smanetti a destra e a manca sulla tastiera del computer, Feral biologies non spunta fuori e ripetutamente compare il libro di Haraway che conosco già e da cui la citazione è tratta. Le cose sono tre: o il testo è introvabile, o (dubito) è rifluito altrove sotto un altro titolo, o (sospetto) non è stato ancora pubblicato. M’immagino come sono andate le cose: Haraway e Tsing sono colleghe e forse amiche, insegnano nella stessa università, si stimano e citano a vicenda, hanno tenuto conferenze assieme (almeno due riversate su internet); normale che si scambino le bozze dei loro articoli. Così Haraway ha avuto una preziosa copia di Feral biologies che le è stata utile per la sua riflessione sullo Chthulucene.

Non mi perdo d’animo e trovo un articolo simile di Anna Tsing in cui la questione dei refugia è ben trattata (pubblicato in The Anthropology of Sustainability. Beyond Development and Progress, a cura di Marc Brightman e Jerome Lewis nel 2017). Programmatico il titolo: “A Threat to Holocene Resurgence Is a Threat to Livability”.

Tsing adotta un punto di vista assieme biologico e antropologico che le permette di considerare assieme l’umano e il non-umano, o le forme di socialità non più ristrette a quell’anthropos che l’antropologia condivide con l’Antropocene. È forse questa una delle ragioni per cui, nelle scienze umane, l’antropologia ha reagito prontamente allo scenario inedito aperto dalla crisi dell’Olocene, in cui l’umano è diventato una forza geologica.

Se vogliamo garantire la sostenibilità, qui intesa, in senso generale, come il “sogno di tramandare una terra vivibile alle generazioni future, umane e non-umane”, è necessario, argomenta Tsing, una “rinascenza delle multispecie [multispecies resurgence], ovvero il rinnovamento, la ricostruzione [remaking] di paesaggi vivibili attraverso l’azione di molti organismi” (p. 51) – ovvero non solo umani.

Centrale è qui la nozione di “resurgence”, che traduco, faute de mieux, con rinascenza; la preferisco al vago “rifioritura”, al più ambiguo “rinascita” e al meno immediato “reinsorgenza”. Di cosa si tratta esattamente? Un passo di Tsing, in parte ripreso anche da Haraway in Chthulucene (p. 223), ci viene in aiuto:

“Dopo un incendio boschivo, le piantine germogliano nella cenere e, col tempo, un’altra foresta crescerà sul terreno bruciato. La foresta che ricresce è un esempio di ciò che chiamo rinascenza [resurgence]. I rapporti interspecie che rendono possibili le foreste si rinnovano nella foresta che ricresce. La rinascenza è opera di tanti organismi che, negoziando le loro differenze, modellano degli assemblaggi di abitabilità [livability] multispecie nel mezzo della turbolenza. Gli umani non possono sopravvivere senza questo processo” (p. 52).

Esempi di rinascenza multispecie e di livability (cioè l’abitabilità, la vivibilità o la possibilità di vita) sono, oltre alla ricrescita della foresta, la caccia, la raccolta, l’agricoltura, la relazione tra funghi e piante cara a Tsing. A renderle possibili è il legame – ma qui è più corretto parlare di dipendenza reciproca –tra la foresta e gli agricoltori che, per secoli, hanno praticato un’agricoltura sostenibile o basata sulla longue durée. Questa funzionava grazie all’interscambio tra gli animali che trovavano il foraggio e altre sostanze nutritive dalle piante della foresta; grazie alla foresta che, a sua volta, fertilizzava i campi coltivati dagli umani e così via. Una circolarità decisiva alla “vivibilità intergenerazionale per gli esseri umani, per i loro animali addomesticati così come per le altre specie” (p. 53).

È questo a costituire i refugia, simili a quelli in cui il mondo vegetale ha trovato riparo dai ghiacciai, perlomeno fino a quando la Terra è diventata più calda e umida e le foreste hanno cominciato a prosperare. Gli agricoltori dell’Olocene tagliavano le foreste, ma ogni volta che le fattorie venivano abbandonate, le foreste si prendevano indietro la terra. […] L’agricoltura ha non solo tagliato, ma anche impoverito le foreste, eppure queste si sono riprese” (p. 54).

Se l’agricoltura si è tramandata per quei 10.000 anni che costituiscono l’Olocene, lo si deve a un modello di sviluppo sostenibile e di vivibilità multispecie, a quella che Tsing chiama“Olocene resurgence”. Quest’ultima è contrapposta a un altro modello, quello della proliferazione dell’Antropocene, segnato da “una combinazione di ecologie di piantagione, tecnologie industriali, progetti di governance statale e imperiale, modalità di accumulazione capitalistiche” (p. 53).

Un modello ecologico alternativo all’Olocene che vede, nelle risorse naturali e negli organismi, dei beni che vanno sfruttati e massimizzati, che creano profitto e si prestano a ulteriori investimenti. Rendere più efficiente e rapida la replicazione è la sua priorità, come la vita multispecie è considerata un ostacolo al rendimento. Le conseguenze? Una semplificazione drastica degli ecosistemi o del mondo vivente, ma anche inquinamento, moltiplicazione di parassiti e malattie, e altre minacce alla vita sulla Terra. Non vengono risparmiati neanche quegli alberi che avevano reso possibile la rinascenza – Feral biologies insomma.

Tsing riporta l’esempio dell’Europa a partire dagli anni settanta: l’orticoltura, che si praticava su scala locale, è stata stravolta dal commercio industriale dei vivai, in cui decine di migliaia di piantine e germogli, sono ammassati nei containers e trasportati per nave da un continente all’altro in pochi giorni. Efficace dal punto di vista economico, questa politica ecologica – tipica dell’Antropocene – standardizza l’ecosistema, lo rende più omogeneo isolando una singola specie dalle sue specie compagne. “La semplificazione delle piantagioni priva intenzionalmente gli organismi dei loro partner ecologici ordinari, poiché questi ultimi sono ritenuti ostacoli alla produzione dei beni. Da una parte, quindi, organismi quasi identici sono messi insieme; dall’altra parte, sono alienati da tutti gli altri” (p. 59).

Tsing conclude sintetizzando: “Benvenuti nell’Antropocene, in cui gli organismi alienati e distaccati, inclusi gli esseri umani, si moltiplicano e si diffondono senza tener conto delle composizioni di vita multispecie” (p. 60). In poche pagine, ci permette di cogliere un punto per noi prezioso: Olocene e Antropocene non sono ere geologiche che si succedono una dopo l’altra sulla scala cronologica, così estesa che è difficile da misurare per chi si occupa di arte contemporanea e maneggia temporalità circoscritte, a volte inferiori al decennio, quando non ristrette a una manciata di anni.

Olocene e Antropocene offrono invece due modelli ecologici opposti: quello, rispettivamente, della rinascenza e della proliferazione. Opposti ma coesistenti. “I modi di esistenza dell’Olocene, in questo senso, fanno ancora parte del mondo contemporaneo, anche se incalzati da potenti alternative moderne” (p. 54). Una prospettiva che trovo condivisibile e ha il vantaggio di rendere più complessa quella proposta dalle grandi narrazioni dell’Antropocene. Introduce una tensione tra due modelli ecologici che sta a noi rendere produttiva. Così rimugino mentre cerco, nella mia libreria, il libro di Tsing sui funghi e la fine del mondo.

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.