L’odore del piombo

Nel 1978, quando Aldo Moro viene rapito, avevo appena quattro anni. Se ero troppo piccolo per rendermi conto dell’accaduto, si tratta, ad ogni modo, del primo evento nella storia del nostro Paese di cui serbi memoria. A colpirmi non erano state le immagini e le parole che passavano alla televisione, che con tutti gli sforzi non sarei riuscito allora a decodificare, quanto lo sgomento e la disperazione dei miei genitori. Un embodiment della storia più facile da percepire. Solo molti anni dopo ho capito che quel giorno era il 16 marzo 1978.

Gigi Cifali fa parte della mia stessa generazione (siamo nati a un anno di distanza). Ignoro cosa ricordi esattamente di quel 16 marzo, probabilmente sensazioni circoscritte allo spazio domestico e familiare, che a quell’età filtra il nostro contatto con la realtà. In seguito, sarà venuto a conoscenza degli anni di piombo ascoltando chi li ha vissuti, e poi leggendo e visionando il materiale a disposizione, raccapezzandosi tra le ombre e le versioni contraddittorie che rendono difficoltosa la verità dei fatti, lo stato delle cose.

Il 1978 è un momento cruciale per la storia della televisione italiana, segnata dal passaggio dal bianco e nero al colore. Come ricorda Manlio Brusatin (“Colori”, in annisettanta, a cura di Marco Belpoliti, Gianni Canova, Stefano Chiodi, Triennale di Milano, Skira 2007, p. 169), l’invenzione del colore televisivo non fu pacifico ma contrastato da una sorta di tenace “cromofobia ideologica”. Tra bianco e nero e realtà, infatti, si era stretto un sodalizio sancito dal sistema delle comunicazioni di massa – la verità, soprattutto quella degli eventi politici, non poteva che darsi in bianco e nero per essere credibile. E bianca e nera e non amaranto, ricorda Brusatin, era la Renault 4 in cui fu ritrovato il corpo di Aldo Moro.

Gigi Cifali sente la necessità di vedere con i suoi occhi le tracce materiali di quell’evento politicamente, socialmente e mediaticamente decisivo per l’identità italiana. Ha bisogno di riappropriarsene, consapevole che gli eventi storici hanno una consistenza materiale che spesso ci sfugge o ci viene occultata. Consapevole, soprattutto, che non si dà arte della memoria senza medium, senza un supporto, che sia il suono, l’immagine o la scrittura. E che questa memoria materiale si trova fisicamente nell’archivio. Qui la memoria si costituisce, si distribuisce, si tramanda e si perde; qui viene veicolata, strumentalizzata o occultata.

In un primo tempo, Gigi Cifali s’interessa alle automobili crivellate nel corso di vari agguati durante gli anni di piombo; grazie al Servizio Centrale Antiterrorismo e Protezione, ottiene il permesso per vedere la Fiat 130 dove Moro viaggiava al momento del sequestro in Via Mario Fani, oggi esposta al Museo Storico della Motorizzazione Civile di Roma. In seguito, ottiene l’autorizzazione dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma di accedere all’Ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Roma.

Il suddetto ufficio è uno stanzone pieno di registri, manoscritti e catalogati in faldoni. Non è facile navigare tra questo materiale burocratico, schedato in base alla data, al processo e agli imputati. Presto Gigi Cifali si rende conto che non tutto il materiale giudiziario è disponibile: alcuni documenti sono introvabili o andati persi, perché i processi si sono svolti in più città e nel trasferimento qualcosa va sempre persa. Altri non sono stati conservati, vittime di una selezione, dovuta alle capacità limitate d’immagazzinamento o al decorso temporale o chissà a cos’altro. Per un documento conservato un altro finisce al macero – quale potere costituito compie questa scelta, in base a quali principi e priorità?

Nel frattempo, ecco che il funzionario dell’ufficio romano risale dal deposito sotterraneo con una scatola in mano: al suo interno è conservata la camicia di Aldo Moro, tenuta in un contenitore sotto vuoto in quanto materiale organico. Quando viene estratta, a colpire Gigi Cifali non è solo la macchia di sangue che riempirà la parte destra della sua fotografia, ma l’odore pungente del sangue. Gli ricorda il puzzo soffocante rappreso negli indumenti delle vittime di un’altra strage, quella di piazza della Loggia.

La storia allora, con i suoi corpi di reato, ha anche un odore – un sapore oltre a un sapere – persino per chi all’epoca era troppo piccolo, un odore marcio, di qualcosa che va a male.

Ora, Gigi Cifali – primo fotografo ad avere accesso a questo materiale sugli anni di piombo – non è al Tribunale di Roma per realizzare una documentazione obiettiva come farebbe uno storico attento a ricostruire i fatti; non è qui per rispolverarsi la memoria di un evento che non ha vissuto. La camicia di Aldo Moro non è insomma per lui un semplice documento, una pièce à conviction, perché da qui vuole tirare fuori un’immagine fotografica.

Il suo medium è il banco ottico, che usa senza manipolazioni né interventi di altri media, per questa come per altre serie; così può far meglio emergere, per usare i suoi stessi termini, la dimensione materica e l’espressione cromatica dei corpi di reato. Seleziona un dettaglio, lo ritaglia dal contesto, detto altrimenti compone un’immagine. Così la camicia, di cui non vediamo le estremità e la sua forma anatomica – che restituirebbe il fantasma del corpo di Aldo Moro che l’ha indossata –, riempie tutta l’immagine. Con le sue sgualciture, con le sue righe verticali, con la macchia rappresa all’altezza del cuore che si espande a diverse intensità, finisce per comporre un paesaggio.

Altrove Gigi Cifali lascia trasparire i fori di proiettile sulla coperta rugosa, come insenature in un terreno; o mette in risalto la sbucciatura sulla fredda e liscia lamiera della portiera di una macchina; o un dettaglio della carrozzeria della Renault 4, in cui il contrasto tra la vernice amaranto, i suoi riflessi di luce e le fenditure nere che la attraversano non possono non evocare le combustioni e le suture delle opere di Alberto Burri. Al di là della “cromofobia ideologica”, i colori di questi corpi di reato fotografati sono così inusuali che, mi raccontava l’artista, alcuni storici non li riconoscono subito. In queste foto il passato si presentifica, assume una materia e un colore inediti. Gigi Cifali si comporta, in fondo, come un archeologo che dissotterra tracce di un’altra civiltà. E così rifletteva Walter Benjamin in Scavare e ricordare (in Scritti 1932-1933, a cura di Rolf Tiedemann e Hermann Scheppenhäuser, ed. it. a cura di Enrico Ganni, Einaudi, 2003): “Chi si sforza di avvicinarsi al proprio passato sepolto deve comportarsi come un uomo che scava”.

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.