La camicia di Aldo Moro. Il corpo dell’aura

La fotografia è stata indicata come l’esecutore materiale della morte dell’aura, del qui e ora che avvolgerebbe un’opera d’arte, cioè di quella unicità capace di creare una vera forma di contemplazione dell’immagine e non una più democratica ma anche più distratta fruizione.

Guardando la fotografia che Gigi Cifali ha scattato alla camicia indossata da Aldo Moro il giorno del ritrovamento del suo cadavere, viene da pensare che questo mezzo meccanico di riproduzione non solo non abbia ucciso l’aura dell’immagine ma ne abbia, anzi, nei suoi momenti di grazia, svelato il corpo. Dal corpo del reato fino al corpo auratico della realtà.

Cos’è, infatti, un’immagine artistica se non quell’immagine capace di rivelare il corpo invisibile della realtà? Cos’è se non quel supplemento di realtà che rende intelligibile il reale, la muta e oscura presenza?

La pittura, la scultura, la musica hanno sempre lasciato intravedere, attraverso la luce diafana dei colori e della materia o l’impalpabile presenza del suono, lo spettro, l’aura, che circondava quel corpo, il corpo del reale. La fotografia è stata capace di andare al corpo stesso, senza scappatoie, senza vie di fuga, senza aloni di mistero: solo la nuda realtà, il corpo dell’aura.

Una macchia di sangue, su una camicia con le iniziali ricamate “A.M.”. E’ questa la realtà degli anni di piombo, quella che, al di là di ogni interpretazione, resta l’insostenibile realtà, la realtà che manda in frantumi ogni ideologia. La fotografia di quella camicia mostra la concreta realtà della violenza omicida: lo spargimento di sangue, la soppressione di vite umane, la traccia indelebile.

La fotografia, quando è davvero potente, quando si pone all’altezza della sua potenza tecnica, non politicizza l’arte, ma mostra la realtà al di là di ogni concezione politica. E, paradossalmente, con ancor più potenza, mette l’uomo di fronte alla sua umanità, a quell’umanità che lo supera infinitamente e che sempre domanda di essere vista, riconosciuta, pensata.

Pensare, oggi, a quarantadue anni di distanza, il senso degli anni di piombo significa, al di là di ogni dimensione documentarista, prima di tutto, ritornare alla loro realtà, alla concreta, materiale e pesante realtà di corpi di reato incancellabili. La fotografia – scrittura di luce che rende visibile l’aura del reale, ciò che qui e ora è anche ovunque e per sempre – la fotografia, l’esperienza più radicale della transimmanenza dell’immagine.

Immagine di copertina: Gigi Cifali, Camicia A.M. – Omicidio di Aldo Moro (Roma, 09.05.1978), Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, archival digital C-type print, 135 x 110 cm, Courtesy l’artista.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).