Immagini e Segni: Italia, 1969-89. Pratiche di Memoria

La serie fotografica “Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory” ripercorre gli anni di piombo, due decenni che ancora oggi rimangono cosparsi di ombre e in cerca di verità. L’incapacità di affrontare un passato traumatico mantiene memorie conflittuali e compromette l’insegnamento della storia.

La visione di alcuni documentari mi ha dimostrato quanto limitata fosse la conoscenza che avevo di questo periodo storico tutt’oggi condizionato da verità dissimulate e pertanto privato di una condivisa rappresentazione socialmente legittimata. Questa constatazione mi ha spinto ad interrogarmi sui meccanismi che regolano la trasmissione della Memoria collettiva e sul ruolo degli archivi.

Il filosofo e sociologo Maurice Halbwachs sostiene che ogni gruppo sociale conserva in maniera selettiva immagini del passato trattenendo ciò che è funzionale agli interessi del presente. Il passato lascia tracce, ma poi è il presente che ricorda. E come afferma il filosofo Jacques Derrida in “Mal d’archive, une impression freudienne”: non esiste potere politico senza controllo dell’archivio, se non della memoria.

Ho deciso di procedere a ritroso cercando reperti, tangibili e visivamente meno conosciuti, del terrorismo ideologico di sinistra e stragista di destra della strategia della tensione che hanno devastato l’Italia tra il 1969 e 1989. Non c’è ricordo senza conoscenza e per ricordare bisogna consultare anche gli archivi. Grazie all’importante supporto di funzionari del Ministero dell’Interno, della Giustizia e dell’Arma, mi è stato consentito di accedere agli archivi e agli autocentri, dove vengono custoditi i corpi di reato sequestrati nei covi dei terroristi, gli effetti personali ritrovati addosso alle vittime, le automobili colpite durante gli agguati.

I depositi della Memoria preservano attraverso il tempo sottostando, ovviamente, ai limiti che impongono le capacità di immagazzinamento. Selezione, smistamento e smaltimento sono altrettanto decisivi di qualsiasi azione di raccolta e conservazione. Inoltre, i criteri di valutazione che le regolano, possono non essere condivisi dalle generazioni successive.

Alla stregua di un’esplorazione archeologica non ho avuto modo di prevedere cosa sarei riuscito a riportare a galla. Molti oggetti che avrei voluto ritrarre non esistono più, mentre altri, per ora salvi, si stanno deteriorando. L’assenza di informazione, in cui mi sono imbattuto, non contraddistingue solo la conoscenza che ereditiamo, ma riguarda in maniera intrinseca la natura degli archivi: essi sono al contempo luoghi di vuoti di informazione.

Ricordare come anche non ricordare è un’attività sociale con un lato etico: dimenticare è colpa.

La Memoria possiede un carattere distributivo, in quanto viene veicolata da testi, documenti e immagini che entrano in relazione tra loro contribuendo a costruire un senso coeso del passato, imprescindibile per la costruzione di un’identità attuale. I suoi custodi saranno sempre più coloro che hanno il potere di decidere cosa riprodurre su supporti più durevoli.

Le lettere autografe dalla prigionia dell’On. Aldo Moro, consegnate all’Archivio di Stato di Roma nel 2011, avrebbero subito un deterioramento irreversibile se fossero rimaste nell’archivio del Tribunale di Roma. Sono, invece, andati al macero centinaia di oggetti-prove nonostante il loro valore storico. Le ispezioni ministeriali cancellano, difatti, la storia giudiziaria distruggendo testimonianze affidate ai sotterranei di tribunali e ai depositi della Polizia. Quando i processi si concludono, un provvedimento decreta la loro eliminazione. Ma accade anche che riescano a sfuggirvi perché archivisti più sensibili le segnalano a istituzioni che le prendono in carico, mentre tante ancora prima di logorarsi sono state gettate anche in seguito ad inondazioni oppure, come spesso accade nel nostro Paese, sono rimaste protette nell’oblio.

Le immagini di questo lavoro assurgono a mediatori della Memoria di accadimenti che per la generazione adulta appartengono al passato recente e come tali sono indivisibili dalla memoria biografica che ne difende il ricordo, mentre per i giovani sono già parte della Storia.

Rispetto al mio vissuto, essendo nato nel 1975, ha richiamato reminiscenze d’infanzia, anche di quando a casa mio padre – operaio sindacalista al reparto meccanico dell’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco -, raccontava della crescente preoccupazione nelle fabbriche.

L’immaginario collettivo attinge soprattutto dalle riprese e dalle fotografie in bianco e nero dell’epoca, che hanno avuto una maggiore diffusione attraverso i media. Pertanto succede che alcuni segni restituiti, per giunta a colori, da questa serie fotografica non vengano riconosciuti, seppure appartengono ai momenti centrali che hanno determinato il corso della storia d’Italia negli ultimi cinquant’anni.

Con la precisione nei dettagli del grande formato, le inquadrature ritagliano segni congelati. Il ricordo sedimentato nella materia costituisce la memoria: i fori sulla camicia che indossò Aldo Moro il giorno della sua uccisione e sulla coperta in cui fu avvolto, la pietra dilaniata dall’ordigno scoppiato sotto i portici di Piazza della Loggia e gli indumenti delle vittime, le carrozzerie delle automobili crivellate, la bomba rudimentale inesplosa con timer e pile nella cassetta di legno trovata alla Stazione Centrale di Milano sul treno 154 Trieste – Parigi.

Lorenzo Migliorati, studioso di sociologia della memoria: “Questi corpi di reato sono vere e proprie pratiche di memoria, sostanziate di cultura materiale, che sedimentano la narrazione della nostra (nel senso di comunità nazionale) memoria. Ci abiteranno e informeranno la nostra identità, anche se non li vedremo, finché non li nomineremo e li attraverseremo. Il lavoro di Cifali è potente anche per questo: dà forma, nome e sostanza ad oggetti che avremmo potuto non vedere mai.”

Immagini:

  1. Gigi Cifali, Fiat 130 – Sequestro di Aldo Moro, agguato in Via Fani, Images and Signs. Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, Courtesy l’artista.
  2. Gigi Cifali, Renault 4 in Via Caetani – Omicidio di Aldo Moro #1, Images and Signs. Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, Courtesy l’artista.
  3. Gigi Cifali, Camicia A.M. – Omicidio di Aldo Moro, Images and Signs. Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, Courtesy l’artista.
  4. Gigi Cifali, Coperta con fori di proiettile – Omicidio di Aldo Moro, Images and Signs. Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, Courtesy l’artista.
  5. Gigi Cifali, Renault 4 in Via Caetani – Omicidio di Aldo Moro #2, Images and Signs. Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, Courtesy l’artista.

nato a Torre del Greco (Napoli) nel 1975, vive e lavora a Milano. Ha studiato fotografia all’University of Westminster di Londra. Fotografa in grande formato e la sua ricerca è rivolta principalmente alla storia recente, riflettendo sulla memoria collettiva, e a questioni ambientali: “Scomposizioni” (2020), “LoW 842” (2018-19), “HDPE” (2018), “Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory” (2013-15), “End of Dream (Costa Concordia wreck)” (2012), “New Vesuvian Landscapes” (2011-13), “Anthropocene arvorum ingenia” (2009-15), “Absence of Water” (2006-14). Ha esposto alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea a Roma, allo Stadtmuseum Baden-Baden (progetto di Staatliche Kunsthalle Baden-Baden e Mucem), Museu do Dinheiro a Lisbona, Odessa Biennale of Contemporary Art, Indian Photography Festival a Hyderabad, Fondation François Schneider a Wattwiller. La serie fotografica “Absence of Water”, acquisita dalla Fondation François Schneider e dalla Collection Vanmoerkerke, è stata pubblicata nel volume “The Swimming Pool in Photography”, con testi di Francis Hodgson (Hatje Cantz, 2018).