Dare fondo all’infinito

Un pittore dipinge. Quando ha cominciato? Quando finirà? Non mi riferisco per il momento all’opera su cui sta lavorando, ma al dipingere stesso, all’atto di dipingere. Potremmo chiederci la stessa cosa di un musicista che suona o compone, di un performer, di un regista, di un poeta o di una danzatrice – di una qualunque capacità o potenza, dunque. Anzi la cosa può essere estesa, a ben vedere, all’esistere in quanto tale. Certo, la nascita e la morte come momenti di inizio e fine, alfa e omega. Ma non è di questo che si tratta, perché nascere e morire, in un certo senso, arrivano sempre dal di fuori o comunque hanno un rapporto costitutivo con il fuori.

Il pittore, invece, mentre sta dipingendo – per usare letteralmente un’espressione che in Aristotele definiva l’essenza – è «l’essere che cos’era» (to ti en einai). Detto altrimenti: è qualcosa che era. Tutto accade come se il pittore accedesse a una sorta di circolarità (un’«eternità dorata») che, pur mancando di tutto – non vi è nulla di irenico, qui –, in un certo qual modo non manca di nulla; come se non avesse mai iniziato e non vi fossero limiti al dipingere (all’atto non al risultato). «Davanti ai miei tubetti di colore – dice Cézanne –, con le mie pennellesse in mano, non sono altro che un pittore, l’ultimo dei pittori, un bambino. Sudo sette camicie. Non so più nulla. Dipingo». Si tratta, dunque, di qualcosa che perdura indefinitamente in cui si sperimenta una specie di infinito.

Similmente: se l’esposizione è ciò che caratterizza l’esistenza, vale a dire un’interiorità esteriore, un divenire sempre altro nel tempo, io tuttavia esisto e sono esistito (non c’è un punto in cui ho cominciato a esistere o, almeno, quel punto l’ho vissuto senza viverlo; allo stesso modo, saranno altri a dire, dopo la mia morte, «è morto»). Ecco il paradosso: insieme trasformazione e compimento. Dipingo, suono, danzo, esisto: sono nel mutamento, nel campo della pura possibilità – che, senz’altro, rischia in ogni istante di ripetersi, di chiudersi in un cerchio, di girare a vuoto, di fallire ovvero di realizzarsi, di accadere, di crearsi dal nulla, di prodursi – e, al contempo, vivo una singolare perfezione. Si deve rilevare, peraltro, che per quanto riguarda tale compimento nulla è deciso – almeno in prima istanza – sulla tonalità emotiva che l’accompagna (che sia angoscia, gioia o apatia). Non che non vi sia, c’è sempre; ma non possiamo dirla o indicarla a priori, perché in ognuno sarà diversa. Allo stesso modo tralasciamo la riflessività, il ritorno, gli effetti che tutto questo ha su di me e su gli altri. Pensiamo l’antinomia.

Dunque, un pittore dipinge. È questione, dicevo, di infinito. Ma di che infinito si tratta? Un infinito particolare, senza dubbio. Ora, l’infinito in atto, dice Aristotele (per il quale vi è infinito solo in potenza), esiste come si dice esistere «un giorno o una gara» (Fisica, III, 6, 206b). Curiosa similitudine. Un giorno trascorre, si dà nel suo trascorrere, passa, niente lo trattiene, fluisce; del pari tutto ciò che costituisce la gara si sussegue indefinitamente meno l’esito (la sconfitta e la vittoria sono, infatti, altra cosa rispetto alla gara). Dipingere è certo un dipingere in atto, ma questo atto non è tale da attualizzare la potenza di dipingere – infatti, è un continuo differire. Così, l’infinito del dipingere esisterà piuttosto «nel poter evolvere diventando sempre divers[o]» (ivi, 206a). Resta, allora, uno scarto. Uno scarto insuperabile. Dipingendo si dà fondo all’infinito del dipingere che tuttavia rimane – e non può che rimanere – un infinito in potenza. Un pittore che dipinge sta nella fragile imminenza di un infinito che non si attualizzerà e che pure, in qualche modo, è. Analogamente un musicista rispetto alla musica, un poeta rispetto al poema, una danzatrice rispetto alla danza, ma anche ogni essere vivente rispetto alla vertigine dell’esistere.

Ma allora che cos’è l’opera? Come incrocia e frange, trapuntando, incidendo, questo continuare indefinito? Che cos’è il dipinto, il poema, il film, o il lavoro di una vita? In un certo senso, sono, per chi ne è l’artefice, la realizzazione o il fallimento, la riuscita o lo scacco, l’affermazione o la perdita, o anche le due cose insieme, ma sempre precarie, aperte, e nondimeno estranee, straniere. Perché ogni opera d’arte – senza eccezione – sembra provenire da un altrove. L’opera è incessantemente qualcos’altro. Essa inaugura a sua volta un infinito del cui proliferare possiamo soltanto avvertire le increspature, come lo spirare di un vento leggero sulla pelle. Per questo l’opera è anche un’interruzione, una sospensione e un impedimento. Non vi è, infatti, alcun transito diretto al senso. L’opera sta in un ritegno tenace, e non si apre che chiudendosi (gelida lontananza mai sufficientemente pensata). Essa resta tangente al fare che l’ha prodotta, ma senza che vi sia alcun sovraccarico. Piuttosto: un quasi nulla, un appena che subito si sfila e scompare. Ancora e ancora infinitamente vicino. E, daccapo, infinitamente lontano.       

Immagine di copertina: Gerhard Richter, Abstraktes Bild, 2016, Olio su alluminio (particolare).

Filosofo. Ha tradotto e curato vari testi di filosofia contemporanea, tra cui figurano opere di Derrida, Kojève, Steiner, Nancy, Lacoue-Labarthe e altri. Ha scritto, tra l’altro: «Il luogo del finito»; «I sensi del pensiero»; «L’existence nue. Essai sur Kant»; «Dare una voce. La filosofia e il brusio del mondo»; «“Le geste de dieu”. Sur un lieu de l’Éthique de Spinoza. Marginalia de Jean-Luc Nancy».

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