Barocchetto

A chiunque sia entrato, negli ultimi anni, in una libreria, soprattutto una di quelle che si trovano all’interno dei musei, non sarà sfuggita la crescente presenza di strani oggetti che con i libri hanno poco a che fare. Si tratta per lo più di oggetti per la casa e per la cucina. Ora, posto che ormai nelle librerie si vende qualunque tipo di gadget (soprattutto negli shop dei musei, dove quasi per definizione la merce principale non è costituita dal libro), a stupire l’eventuale cliente non saranno tanto quelle presenze apparentemente fuori contesto, quanto piuttosto la forma che questi oggetti presentano. Spugne per lavare i piatti che assomigliano a dive del soul, portarotolo per la carta igienica a forma di sollevatore di pesi, segnalibri dalle fattezze di figure umane schiacciate, taglieri che simulano la forma del vecchio monoscopio della tv o di un giradischi, omini multicolori destinati alle funzioni più svariate (la più singolare: tenere sollevato il coperchio di una pentola).

Il gadget, si sa, è una specie di scherzo dell’industria, un oggetto sostanzialmente inutile: benché sia destinato a uno scopo pratico (sostenere la carta igienica, per esempio), se ne può fare facilmente a meno, giacché o soddisfa un bisogno assolutamente marginale (tenere sollevato il coperchio di una pentola, operazione che si può compiere con un semplice mestolo di legno) oppure può essere sostituito dal suo corrispettivo più “serio”, più tradizionale (il tagliere di legno). Quello che lo rende appetibile per il possibile acquirente è la forma, dunque, non la funzione. Sappiamo bene che, rispetto a quest’ultima, la forma di un oggetto ha un peso enorme nelle scelte di acquisto, ma in casi come quelli menzionati la forma arriva a cancellare pressoché completamente la funzione. Se ne può fare una piccola e facile esperienza entrando in uno dei negozi di una nota catena danese che vende oggettistica economica: molto spesso non si capisce a prima vista a cosa possa servire l’oggetto che abbiamo davanti agli occhi, al punto che è necessario rivolgersi al cartellino per comprenderlo, oltre che per sapere il prezzo.

La forma degli oggetti d’uso quotidiano, appunto, nel corso degli ultimi anni ha preso una direzione ben precisa: rimanda sovente ai giocattoli e al mondo dell’infanzia, a una specie di neopsichedelia infantile. Gli appendiabiti che scalano le pareti di casa nostra ricordano i pupazzetti di plastilina o le figure dei cartoni animati, molti oggetti di uso quotidiano sembrano usciti da una fabbrica della Fisher-Price, notissima azienda di giocattoli per la prima infanzia. L’esempio più significativo è forse il caricabatterie del cellulare che ha la forma di un unicorno. E poi ci sono le imitazioni: il vecchio mangianastri, il giradischi o il monoscopio della tv tornano spesso, nelle borse come nei taglieri da cucina, a ricordarci, se ce ne fosse bisogno, quanto è nostalgica la nostra epoca.

Se ne può dedurre agevolmente che l’estetica industriale non ci piace più da un pezzo. Il sistema forma-funzione, su cui si è retta buona parte della nozione stessa di design – almeno dal Bauhaus in poi – non ha più corso, da quando il postmodernismo ha cominciato a giocare con le forme, a rendere ludici gli oggetti, persino quelli architettonici. Tuttavia nel caso del postmodernismo il gioco si basa soprattutto sulla citazione, sulla reinvenzione giocosa di forme della tradizione, mentre il fenomeno che abbiamo sotto gli occhi sembra possedere un diverso significato. È accaduto che l’estetica fondata sul celebre motto less is more coniato da Mies van der Rohe ha certamente vinto, da una parte, come si vede in buona parte dell’arredamento odierno (e non a caso i mercatini dell’usato sono stracolmi di mobili in finto stile che nessuno vuole più), ma dall’altra ha lasciato un margine di insoddisfazione, perché in sostanza è troppo austera, troppo novecentesca. Oppure ricorda eccessivamente da vicino la sua funzione, sa troppo di fabbrica, di industria; è una sensazione che non vogliamo provare, perché l’industria è una cosa che non vogliamo vedere, che giudichiamo brutta, che abbiamo spostato in paesi lontani come la Cina. O che giudichiamo superata per la nostra società, relegandola nel secolo ormai trascorso da venti anni.

Ed ecco allora il ritorno di uno strano barocco, se così è lecito definirlo, un barocco in versione toy: tutto un fiorire di forme ridondanti e colorate e soprattutto di figurine umane stilizzate, perché anche gli adulti, lo hanno capito benissimo i produttori di cellulari, hanno bisogno di giocattoli. È la malattia del nostro tempo, diagnosticata anni fa da Francesco M. Cataluccio in un bel libro intitolato appunto Immaturità. Scrive l’autore che sono saltate «tutte le forme che incasellavano le varie età della vita (e che permettevano quindi, consapevolmente, anche di trasgredirle)».

E di conseguenza si è registrato il dilagare dell’immaturità, riguardo a cui c’è nondimeno un altro dato da considerare: ipotizzando che gli acquirenti di questi oggetti siano collocabili soprattutto nella fascia dei quaranta-cinquantenni (in linea di massima, il superfluo si compra solo se si ha un reddito decente), è evidente che il design nostalgico di determinati oggetti – l’onnipresente musicassetta, per addurre un solo esempio – serve ad attivare in questi potenziali acquirenti il ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza. Ha scritto Guido Mazzoni in I destini generali che «l’adolescenza ha oggi, fra le età della vita, la stessa funzione simbolica che la middle class ha nella gerarchia sociale: è la forma umana egemone, quella che influenza i tipi limitrofi imponendosi come modello». Perciò si potrebbe dire che gli acquirenti degli oggetti nostalgici sono, proprio in quanto rappresentanti del ceto medio, essi stessi (neo)adolescenti, che rispondono al profilo dell’immaturo tracciato ancora una volta da Cataluccio, cioè un individuo che, oltre a sfuggire la difficoltà, cerca «la semplificazione e l’omologazione», in questo caso della memoria. E se magari da casa sono spariti il giradischi, il mangianastri e, ovviamente, il monoscopio della Rai, l’industria ce ne offre subito il surrogato, l’icona. Sono ricordi preconfezionati, certo, ma fanno sorridere e rassicurano, in fondo. Non servono a questo gli oggetti quotidiani?

è nato a Tripoli, in Libia, nel 1966; vive a Roma, dove lavora come insegnante e traduttore. È dottore di ricerca in Italianistica. Ha pubblicato, tra gli altri, studi su Ungaretti, Sanguineti, Malerba, Volponi, Lucini, Porta, Frasca, la poesia oggettivista, le scritture di ricerca. I suoi saggi sono apparsi in vari volumi e riviste, tra le quali «il verri», «Avanguardia», «Istmi», «L’Ulisse», «Semicerchio», «Resine», «Nioques». Ha collaborato con «alfabeta2» e attualmente scrive recensioni per «doppiozero» e «l’immaginazione». È stato inoltre uno degli otto curatori dell’antologia di poesia “Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani tra due secoli” (Sossella, 2005).